LA RUBRICA CHE ABBAIA / Il “lavoro” prima di un’adozione

A cura di GEA

Se facessimo un giro sui social network scopriremmo che sono centinaia gli appelli accorati, scritti da volontarie di tutta Italia, che “intasano” le nostre bacheche nella speranza di convincerci ad adottare uno dei tanti cani rinchiusi in qualche gabbia.
Quando si opera come volontario in un canile ben presto si ha la consapevolezza di star svuotando il mare con un cucchiaino, in quanto il lavoro svolto prima di un’adozione è immenso. Per prima cosa si lavora in canile con i cani per educarli ad una vita in famiglia, si aiutano quelli problematici a superare i loro traumi, si cercano gli adottanti e si invitano a conoscere l’animale e, quando il binomio sembra essersi formato, si procede con un controllo di pre-affido durante il quale si valuta la compatibilità effettiva fra le esigenze della nuova famiglia e le attitudini del cane. Solo dopo avviene l’adozione ma il volontario non termina qui il suo lavoro: continua infatti ad essere il punto di riferimento dell’adottante che, soprattutto i primi giorni, avrà mille domande a cui cercare risposte. Tutto questo tempo viene speso per ogni singola adozione e capite bene che risulta alienante trovare dopo pochi giorni uno scatolone pieno di cuccioli o un cane che corre disperato su una strada.
Ecco perché i canili sembrano delle bacinelle in cui si riversano tutti quegli animali fatti nascere e non voluti che provengono da un continuo flusso che è la vera origine del problema del randagismo. I canili non sono quindi la soluzione alla problematica legata al randagismo ma sono solo il recipiente che la contiene. Per chiudere questo rubinetto diventa indispensabile intervenire su due questioni: la sterilizzazione che se non eseguita genera a cascata una crescita demografica esponenziale e la microchippatura (peraltro obbligatoria) dei cani presenti sui territori comunali. Riteniamo quindi che investire su dei progetti comuni volti a ridurre il numero di nascite di animali e intensificare i controlli relativi all’identificazione elettronica degli stessi sia uno sforzo indispensabile che, oltre ad avere un valore etico – poiché eviterebbe la condanna di un cane ad una vita di reclusione –, ha anche importanti ripercussioni sulla comunità, in quanto le risorse pubbliche che vengono risucchiate dal mantenimento dei cani randagi potrebbero essere invece investite in attività di controllo del randagismo ma anche in attività rivolte alla cittadinanza. Per questo motivo chiediamo ai nostri lettori di evitare che i loro animali, siano essi cani o gatti, diventino generatori di randagi sterilizzandoli. Pensate che uno studio riferisce che l’incremento demografico di una sola femmina fertile di cane, nell’arco di dieci anni, può produrre con le successive generazioni più di 100.000 animali, un numero di animali a cui è impensabile poter garantire una famiglia.
Per GEA, Estelo Anghilante, operatrice in zoo antropologia

Nella foto, Cody (mantenuto in canile dal Comune di Vicoforte)