HipHopNation/Break dance, dal tip tap alla Kung Fu

Menilik "Mini" Tegegne è stato uno dei primi ragazzi a cimentarsi nella break dance: una chiacchierata con lui sulle radici di questo stile di danza e sui suoi inizi nel monregalese

break dance stazione mondovi
Foto Ludovica Jona

Mini è un po’ il guru della scena break dance monregalese. È un ragazzo di San Michele, nato da padre etiope e madre eritrea, lui il movimento Hip Hop lo ha vissuto in prima persona, fin dalle sue prime radici nel Monregalese, e si è appassionato a questa cultura, soprattutto al suo lato più danzereccio. È lui a tenere il primo corso di break dance alla stazione, per conto dell’Associazione Mondoqui, nella sala d’aspetto di prima classe, che diventa il primo spazio dedicato alla Break Dance nel tessuto cittadino. Lo incontriamo proprio presso la sede dell’associazione: Mini ha accettato di raccontarci che cos’è la break dance, in un’intervista profonda e divertente. «Il Bronx è la culla del movimento, è nato tutto lì, alla fi ne degli anni’70. Si trattava di un luogo lasciato completamente allo sbando, alla povertà con forti tensioni razziali. Gli storici party organizzati da Dj Kool Herc hanno rappresentato le prime scintille da cui è partito tutto. In quel contesto Kool Herc inventa il break, collegando due mixer in loop in modo da sfruttare un pattern di un disco. Si chiamavano breaks, perché avevano una cadenza molto spezzata, dura, in un contesto musicale come quello dei tempi. La gente ballava su questi passaggi, ed avevano un sound particolarmente duro per l’epoca. La break dance viene da lì». La break dance, dal punto di vista tecnico, è una sintesi di passi e influenze diverse, che i primi breakers provarono ad applicare al nuovo contesto e alla nuova musica: «Esistono riprese molto vecchie, in bianco e nero, tratte da spettacoli dove ballerini di tip tap fanno mosse acrobatiche in cui si possono riconoscere alcune delle mosse che si vedranno poi replicate dai primi B-Boy. La stessa cosa in scene dei fi lm muti in bianco e nero. Erano cose abbozzate, esperimenti. La break dance è sostanzialmente una sintesi di capoeira, kung fu, passi di danza vari, come abbiamo appena detto. Perché il kung fu? Perché in quel tempo nei cinema andavano i fi lm di Bruce Lee: questi ragazzi andavano a vederli e poi cercavano di rifare le mosse sul dancefl oor. L’hip hop, tutta la cultura hip hop, è un mix di tante cose. Si prendono degli elementi e li si mischia insieme, a ben vedere questo è lo schema sotteso a tutti gli elementi del movimento». In Italia la break dance arriva negli anni ’80: «Il film Flashdance è stato un po’ il primo germe per questa danza, poi sono seguiti altri film: Wildstyle, Beatstreet… Iniziavano a circolare le prime cassette. I ragazzini vedevano quei film, andavano sotto il primo portico e provavano a rifarlo. Qui a Mondovì c’era una crew di ragazzi congolesi che sono stati i primi, a mia memoria, a esibirsi nella break dance. Io ho iniziato nel 2001, quando è arrivato Nino dei Wildstyle di Torino a insegnare in piazza Tre Limoni, dove ora c’è l’Ombelico del mondo. Io e altri amici gasati per questa cosa ci siamo iscritti e abbiamo formato una piccola crew. Poi ho iniziato a esibirmi con Mattia Giattanasio, di Fossano, e abbiamo iniziato a girare per la provincia, a ballare nelle situazioni a Cuneo, Alba. Ai tempi c’erano spazi dove si faceva break, mentre a Mondovì non si riusciva a trovare uno spazio. Anche per questo sono stato molto felice quando l’Associazione Mondoqui, nel 2013, mi ha incaricato di tenere il corso di hip hop: ora quel posto è la sala d’aspetto di prima classe della stazione, intorno alla quale si è formata una bella situazione con tanti ragazzi. È anche uno spazio che porta un po’ di bellezza e arte in un luogo di passaggio, dove spesso gli scenari non sono rassicuranti».

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