Alfabeto di Sbadanza. N come Nome

Il nome ci definisce, eppure è sorprendente pensare a quanto poco ci appartenga, ci corrisponda. Ci scivola addosso, come un vestito che ci sia legato alle spalle da una convenzione, e ci lascia nudi.

Renè Magritte, Dècalcomanie, 1966, © Phototheque R. Magritte / Banque d'Images, Adagp, Paris, 2016

Ogni cosa ha un nome.

Ma si sa che i nomi non sono conseguenza delle cose.

Una casa resta una casa anche se la chiamiamo maison, house, dom (in russo), spiti (in greco moderno), shtëpí (in albanese), etxe (in basco).

Lo stesso vale per gli animali: il gatto se ne frega degli esseri umani che lo chiamano chat  come di quelli che lo chiamano cat, oppure kot (in russo), khatul (in ebraico), pusa (in filippino), māo (in cinese).

Pensate che in Piemonte, nella sola provincia di Cuneo, un animale come il coniglio ha almeno sette nomi diversi (li scrivo all’italiana): cünij, cuníu, lapin (o lapén), përru, prutu, cuciu, castúr. Ma comunque lo chiamino gli abitanti delle valli, sempre un timido e spaventato coniglio rimane. Non è che uno di quei nomi faccia di lui un temibile predatore, un coniglio mannaro insomma.

 

Ogni essere umano ha un nome.

Ma le persone, a differenza delle cose, sono conseguenza del loro nome?

Bella domanda.

Cioè, pensateci un attimo: quel ragazzo che si chiama Mattia, quella signora che tutti chiamano Rina ma in realtà all’anagrafe fa Caterina, resterebbero quello che sono se li chiamassimo – metti caso – lui Ildebrando e lei Genoveffa?

Ecco, qui la risposta è meno immediata.

È vero o no che nella testa ci facciamo un’idea dei nomi in base alle persone che li portano?

Se, per esempio, tutti i Danilo che conosciamo sono magri e di carnagione chiara, ci sembrerà che la magrezza e il pallore siano un connotato inseparabile del nome Danilo.

In società diverse dalla nostra succede che la gente cambi nome nel corso della vita, se le sue caratteristiche non corrispondono più al nome che i genitori gli hanno dato quando era piccolo.

Strano, vero? Ma mica tanto, se pensate che una volta nei nostri paesi era normale dare a ognuno soprannomi spesso completamente diversi dal nome e dal cognome registrati all’anagrafe. Erano quelli, non il nome ufficiale, a identificare ogni individuo all’interno della comunità.

 

In sbadanza i nomi si perdono.

Mia mamma non ricorda più i nomi delle persone che magari ha avuto insieme per dodici ore al giorno: ex badanti, ex assistenti sociali, ex compagne di stanza in ospedale. Il ricordo della condivisione si sgretola, il tempo lo distrugge come fanno gli agenti atmosferici con il cemento armato. Resta solo lo scheletro di un edificio che sembrava solido e indistruttibile.

I nomi non fanno parte dello scheletro. Le facce, l’andatura, gli odori delle persone magari sì. Ma i nomi no.

E anche io che faccio assistenza a mia mamma mi abituo a capire che si può leggere il mondo senza nomi. Le volontarie della casa di riposo, dove mia mamma va a messa quasi ogni giorno, ce l’hanno un nome? Certo, ma lei non lo sa. Io nemmeno, e mi sembra cafone chiederlo. Ne captiamo qualcuno a  caso, ascoltando le conversazioni degli altri, ma non sappiamo a chi affibbiarlo.

Va bene lo stesso.

Per qualcuna di loro ci siamo inventati il nome, io e mia mamma. Per noi quella signora lì si chiama Gemma, e così la chiamiamo noi. Ci stupiremmo se scoprissimo che invece magari è Maria, o Clara, o Teresa. Ci resteremmo molto male, sia io sia mia mamma, se dovessimo rivedere la nostra griglia di lettura del mondo. È Gemma, perché non dovrebbe essere così?

Anche i nomi delle cose ci inventiamo, qualche volta, perché sembra brutto dire sempre quella cosa, quel coso...

In fondo sia per me sia per mia mamma l’italiano è una L2, cioè una lingua imparata dopo che già ne avevamo imparata un’altra: il dialetto misto e arcaico di un paese dell’alta Valle Mongia.

I nomi delle cose ci sfuggono a volte sia in dialetto sia in italiano. O li prendiamo dal piemontese normale, allora; oppure ce li inventiamo senza farci troppi problemi.

Non so come si chiami davvero quella specie di guanto di spugna che si usa per lavare i malati (ma credo anche i bambini) e che può essere più o meno largo al polso. Per mia mamma e per me è la muffola, che è in realtà l’italianizzazione di un nome dialettale praticamente identico al francese: ma se andiamo in un supermercato a comprare una muffola, ci guardano come se fossimo marziani.

Quando sono in giro e spingo la carrozzina di mia mamma, mi rendo conto che mi mancano i nomi delle strade. Non so mai dove sono; cioè, lo so, ma non sono capace di nominare il posto. A volte questa consapevolezza mi stronca più del dolore lancinante al polso che mi costringe, di quando in quando, ad abbandonare la presa della sedia a rotelle. Penso: se capitasse qualcosa a mia mamma, o se vedessi qualche evento tragico, come potrei chiamare soccorsi, se non so il nome delle strade?

Mi viene in mente il Nome della Rosa, il romanzo di Eco che ho letto da adolescente. Finisce dicendo che noi abbiamo solo nomi nudi. Adesso che sono vecchio e vivo con i vecchi, quella frase che mi piaceva da ragazzo mi sembra una colossale sciocchezza. Se c’è un oggetto di cui non siamo in possesso, sono proprio i nomi. Che comunque non sono nudi affatto.

Sono le cose ad essere nude. E anche le persone.

Tocca a noi rivestirle con i nomi, per proteggerle.

Come si fa con i bambini. Come si fa con i vecchi.