Tolkien Reloaded?

Tolkien viene ritradotto da Ottavio Fatica nella nuova edizione. Ma la pubblicazione della quarta di copertina sta già facendo discutere molto i fan.

Tolkien è uno di quegli autori che, immagino, sia una vera impresa tradurre (o, come direbbe Dante, da "far tremar le vene e i polsi"). Se infatti molte - anche se non infinite - siano le grandi opere della letteratura, poche possono vantare di essere un'opera seminale: ovvero tale da aver dato il via a un genere. Se tralasciamo i pilastri assoluti - Iliade, Odissea e via dicendo - il numero diviene molto ristretto: "Uno studio in rosso" per il giallo, sicuramente, mentre la fantascienza è meno univoca (Frankenstein? La macchina del tempo? La guerra dei mondi?). Il fantasy moderno, invece, pur affondando le sue radici nel mito celtico e nordico, viene codificato da J.R.R.Tolkien, che quel mito celtico e nordico insegnava ad Oxford, prima di farlo confluire, rinnovandolo, nel suo monumentale "The Lord Of The Rings" (composto tra 1937 e 1949, pubblicato nel 1954).

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Oggi ne viene ripensata una nuova traduzione italiana: e a complicare le cose, oltre alla importanza monumentale dell'opera, vi è la sua intrinseca difficoltà linguistica. La scrittura di Tolkien ha, evidentemente, una forte valenza evocativa: tradurla espone a scelte fondamentali non solo di correttezza etimologica, ma di potenza simbolica delle parole adottate (una polemica analoga, di recente, aveva riguardato la nuova versione di Evangelion curata da Cannarsi).

La nuova versione è stata affidata a Ottavio Fatica, pluripremiato traduttore con alle spalle una lunga carriera per Adelphi ed Einaudi, con all'attivo la traduzione di Kipling, ma anche London, Melville ed altri grandi nomi della letteratura anglosassone (oltre che autore, in autonomia, di una raccolta poetica sua per Einaudi). A una prima vista spicca però l'assenza di una competenza specifica per il fantastico, e per il fantasy tolkeniano in particolare (a rischio di dire un'eresia, a volte - da appassionato di cultura pop - viene addirittura il sospetto che una notevole, indiscutibile competenza in un campo letterario convenzionalmente ritenuto "alto" rischi di far ritenere trascurabile la letteratura "di genere", se non la si conosce).

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La nuova traduzione della Poesia dell'Anello ha fatto ovviamente tremendamente discutere la comunità tolkeniana italica. Il testo originario è questo:

Three Rings for the Elven-kings under the sky,
Seven for the Dwarf-lords in their halls of stone,
Nine for Mortal Men doomed to die,
One for the Dark Lord on his dark throne
In the Land of Mordor where the Shadows lie.
One Ring to rule them all, one Ring to find them,
One Ring to bring them all and in the darkness bind them
In the Land of Mordor where the Shadows lie.

(se non consideriamo i frammenti nelle lingue immaginarie del mondo tolkeniano, comunque coerenti al testo inglese nella loro affascinante finzione letteraria).

La nuova versione in teoria si giova della consulenza dell'Associazione Italiana Studi Tolkeniani, e - in base a quanto si legge online - dovrebbe implicare anche una maggiore filologia, rispetto ad alcune scelte di forzata "italianizzazione" di termini inglesi (o fantastici). Tuttavia, la scelta di traduzione resta in capo, ovviamente, al suo autore, e in questo primo assaggio emergono delle scelte particolari. "Aule" di pietra evoca una terminologia scolastica decisamente poco epica; "doomed to die" diviene più genericamente "fato crudele", "avvincerli" è usato in modo non rispondente al suo significato italiano corrente (anche se è corretto in un uso "aulico", ormai però pressoché perduto) e, forse più importante di tutti, l'anafora di "One Ring" è cancellata.

Vero che la poesia moderna ama poco questa figura retorica (proprio perché legata a una concezione epica della poesia, che oggi si tende a rinnegare in favore di uno stile dimesso, antieroico), ma indubbiamente è questo il valore dei frammenti lirici che appaiono all'interno del testo tolkeniano. Anche la metrica spezzata, l'assenza di una sonorità classica - invece presente nel testo originario - non appare tanto una cattiva traduzione (l'autorità letteraria del traduttore è indiscutibile) ma appunto una scelta "modernista", che però inevitabilmente (e, probabilmente, volutamente) stride con l'evocazione tolkeniana.

Anche la copertina, oggetto di critiche online, è stata oggetto di critiche simili: pur essendo un elemento accessorio del mito tolkeniano, è indubbio che si presenta volutamente "asciutta", scevra di suggestioni fantasyche, riducendo un luogo evocativo come la Terra di Mezzo a una sorta di foto satellitare più asettica possibile.

Siamo oltretutto nel campo di un forte scontro simbolico: non è solo un passaggio generazionale tra vecchi e nuovi traduttori, vecchi e nuovi curatori e custodi della cultura tolkeniana, ma ci troviamo di fronte a un'operazione politicamente forte sul testo di Tolkien: i "nuovi tolkeniani", diciamo così, sono legati ai Wu Ming, avanguardia artistica fortemente connotata a sinistra, mentre i vecchi cultori italiani di Tolkien allignavano prevalentemente nell'ambito di una destra sociale magari eterodossa anche rispetto all'MSI (che comunque a Tolkien dedicava i suoi celebri "Campi Tolkien" di formazione, in un'era ancora precedente al superamento del richiamo al fascismo avvenuta poi sotto Fini) ma comunque ispirata a un culto della tradizione: un autore di indubbia competenza come Gianfranco De Turris, o un prefatore come Elemire Zolla (non a caso i Wu Ming esultano per la rimozione della sua, pur prestigiosa in teoria, prefazione).

Insomma, un caso indubbiamente interessante di dibattito letterario, in cui è centrale una questione, quella della traduzione, su cui non riflettiamo forse mai sufficientemente nell'approcciarci a un'opera. E che dimostra come anche il fantastico, lungi dall'essere "innocente evasione", è un campo serio e centralissimo nell'elaborazione del nostro immaginario, a vari livelli.