Joker, tra realtà, follia e allucinazione.

Il Joker di Todd Phillips offre una nuova e potente interpretazione dell'antagonista di Batman.

 

Joker di Todd Phillips, vincitore del Leone d’oro di Venezia in questo 2019, è il primo cinecomic a raggiungere un simile riconoscimento. Dopo il grande omaggio al cinema di Tarantino, ecco un altro film eccellente destinato a far parlare di sé. E a ragione: pur restando fedele al personaggio protagonista, l’antagonista di Batman di cui si narrano le origini, riesce a superare un certo infantilismo del supereroismo cinematografico sulle tracce dei grandi capolavori fumettistici targati DC Comics: dal Dark Knight di Frank Miller (da cui è ripresa, modificata, la scena finale) a The Killing Joke di Alan Moore, che è il riferimento principale. L’interpretazione di Joaquin Phoenix, che interpreta il protagonista, è fondamentale nel dare spessore al personaggio, supportato tuttavia da un cast di alto livello, tra cui spicca Robert De Niro. Una grande interpretazione, che si inserisce in una ampia tradizione. Ma c'è di più.

Joker e metacinema

La sua presenza, del resto, non ha solo una rilevanza attoriale in sé, ma anche meta-cinematografica: De Niro è infatti il protagonista di Taxy Driver (1976) e Re per una notte (1983), con cui questo Joker ha un debito fortissimo, per i temi e per il periodo d’ambientazione. In genere, c’è molto metacinema: da Tempi moderni di Chaplin a Zorro, the gay blade, film che permette la datazione del tempo del film al 1981.

Si tratta di un film assolutamente minore, una parodia in sostanza del film del 1940 (quello che, nel fumetto originale, va a vedere il piccolo Bruce Wayne la notte fatale dell’uccisione dei genitori): ma significativo perché, come mostra il titolo, si basa sulla compresenza di Zorro e di un suo “doppio” gay, rappresentato in modo caricaturale. Un rimando, ovviamente, al Joker come doppio di Batman (e su questo aspetto, già fumettistico, il film è centrato anche a livello di trama); ma anche un rimando alla comicità scorretta degli anni ’80, che permea il film in una continua irrisione del più debole, contribuendo a condurre il Joker alla follia.

Metafumetto d'autore

Ma come c’è metacinema e metafumetto, c’è anche meta-cinecomic: è evidente la ripresa del V for Vendetta filmico, che diviene identitario di una vaga e confusa rivolta sociale. Il Joker respinge questa identificazione (“io non sono una maschera per dare il via a una rivoluzione”) che supera però i suoi scopi; non a caso in questi giorni Beppe Grillo, che al primo V for Vendetta si era ispirato per il suo MoVimento, si presenti truccato come il “nuovo Joker”. Il film, nel rappresentare la rivolta contro un potere tronfio e arrogante (Thomas Wayne come Trump, i tagli alla sanità...) sembra mostrarne tutta la sua nichilistica vacuità.

Ulteriore spessore è conferito al film dal tema, certo non nuovo, della duplicità tra reale e follia: non siamo mai sicuri di cosa sia reale e cosa sia invece elemento allucinatorio prodotto dalla mente malata del Joker. Tutto potrebbe essere una sua proiezione: per alcuni potrebbe anche non essere “il” Joker ma “un” Joker, un povero pazzo che riscrive la sua realtà per renderla almeno grandiosa e non solo angosciante. In alcuni punti, l’omissione di parti di trama lasciano una “opera aperta” che sta al lettore completare (il destino della ragazza è il caso più vistoso), cambiando radicalmente il giudizio sul Joker: vittima degli eventi avversi o comunque spinto da un vero piacere di uccidere?. Almeno fino alla perdita completa della sanità: poscia, più che il dolor, poté la follia.