Le mani di Vivian Maier

La mostra della fotografa statunitense a Stupinigi raccontata con gli occhi e le parole di Cinzia Ghigliano.

La fotografia è diventata una forma di espressione con cui le generazioni si confrontano con il presente: l'istante in cui si vive e che si decide di immortalare, sia esso universale o particolare, passa attraverso le mani. E di esse ci si serve per compiere i gesti preparatori: movimenti che accomunano tutta la fotografia, da chi scatta per un'effimera esaltazione del proprio ego a chi traduce la fissazione di un istante in un gesto artistico.

Vivian Maier è stata fotografa che ha saputo raccontare come la semplicità di un gesto possa diventare di ispirazione, e viceversa, senza ispirazione artistica, uno (auto)scatto trasformarsi in vanità passeggera.

In occasione della mostra dedicata all'artista americana alla Palazzina di Caccia di Stupinigi e che proseguirà fino al 12 gennaio 2020 (qui le informazioni e qui per i biglietti), ci si è confrontati sul tema con Cinzia Ghigliano: l'artista monregalese è stata tra i preconizzatori in Italia delle qualità artistiche di questa fotografa, e prima ad approfondirne la storia in un libro.

Perchè arriviamo solo oggi ad una mostra di questo tipo su Vivian Maier e cosa la rende contemporanea oggi?

La mostra delle fotografie di Vivian Maier è stata allestita per la prima volta nel 2011. Romanzesche situazioni stanno alle spalle di questo primo evento. Storie di bauli pieni di negativi, non più di un centinaio credo, di stampe di piccolo formato e di un numero esorbitante di rullini. Nel 2007 John Maloof acquista ad un'asta uno di tre misteriosi bauli. Sono stati recuperati in un magazzino deposito. Vivian Maier ha 81anni, vive sola in una stanza, non c’è spazio per contenere tutte quelle cose che hanno fatto parte della sua esistenza. Ha affittato un magazzino deposito. La memoria le difetta e dimentica di pagare la pigione. Tutto ciò che era suo va a finire all’asta. Di qui prende il via la storia della “tata fotografa”: Vivian morirà due anni dopo e non saprà mai nulla di come le sue immagini stiano entusiasmando la gente di tutto il mondo. Maloof dopo aver messo su Flickr le prime serie di immagini si rende conto del potenziale di questo materiale. Da abile imprenditore quale si sta trasformando, annuncia attraverso i giornali la preparazione di un libro e di un film. Una prima mostra in Danimarca e il fuoco diventerà incendio.
In Italia arriva prima a Cagliari nel 2011, poi a Brescia e poi a Milano alla Fondazione Forma, a seguire non si contano le esposizioni in tutta Italia con foto provenienti in realtà da collezioni diverse. Sarebbe lungo spiegare le implicazioni, le beghe per i diritti, le questioni sulla proprietà di tutti questi materiali. (Un libro spiega il tutto in modo esaustivo “Vita e fortuna di una fotografa” Pamela Bannos. Contrasto editore 2018).

Qual è stato il suo maggior pregio?

Vivian ha la capacità di portarci in un luogo, in un momento, in una situazione al primo sguardo. Un occhio selettivo spettacolare il suo: l’occhio assoluto, se vogliamo usare un termine preso in prestito dal lessico musicale. Davanti alle sue fotografie ci rendiamo conto che lei ha scattato per condividere con gli altri il suo modo di vedere il mondo, di fermare il tempo.
Scattava sicura, inquadrava con innata capacità, mai due foto nello stesso luogo, non lo riteneva necessario. Sei o dodici scatti in un giorno per esigenza economica. Una firma visibile, il suo autoritratto nelle superfici riflettenti.
Aveva la grande capacità di vedere subito ciò che poteva essere trasformarsi in “racconto” per il suo diario.
Vivian ha scattato un numero imprecisato di fotografie senza stamparle, tranne per un primo breve periodo. Si accontentava di vedere attraverso il suo obiettivo. Ci hanno pensato stampatori qualificati delle più note fondazioni fotografiche a partire da quando gli esperti si sono resi conto del valore effettivo del suo materiale. Dopo attento esame Vivian Maier è stata riconosciuta come una delle più interessanti Street Photographers al mondo.

Come è nata l'idea di riscoprire questa storia e trasferirla in un fumetto?

Nel gennaio 2011 compariva sul quotidiano Repubblica un articolo che parlava di lei (scarica l'articolo di Alessandro Baricco su Domenica di Repubblica nel 2014, qui). Il racconto era intrigante: parlava di una tata fotografa, che nella sua vita aveva scattato più di 250.000 fotografie senza vederle…racchiuse in rullini conservati in bauli che odoravano di tesori nascosti, proprietà di una misteriosa persona che si occupava tutto il giorno di bambini di altri…

Come non sentirmi coinvolta? Alle scarne informazioni hanno fatto seguito ricerche frenetiche su internet. Poco materiale per lavorare ma tantissima curiosità. Il film uscirà solo tre anni dopo, un libro edito (non di Maloof) solo negli Stati Uniti. Un testo sintetico, senza fronzoli ma preciso. Dati su di lei e un centinaio di fotografie. Il 14 luglio 2011 disegno Vivian per la prima volta e poi mesi di pensieri, di studio su come, cosa fare per raccontarla degnamente, come secondo me, Lei meritava. Ed è proprio Lei il titolo del mio libro, un picture book più che fumetto vero e proprio (Lei, edizione marzo 2016 da Orecchio Acerbo editore). E poi più di 80 presentazioni e mostre in tutta Italia per celebrare il mio amore, rispetto, stima per quella grande donna.