Lo Shining di Kubrick, capolavHorror

La pellicola del maestro inglese tiene il tempo, e resta un caposaldo del genere

Shining è un film di Kubrick o un film horror? è un capolavorHorror! È inevitabile che se si parla di un film firmato da Stanley Kubrick si finisca con l'inserire l'opera all'interno della filmografia di uno dei più grandi registi della storia del cinema. Per quanto riguarda Shining però si rischia di limitarne la valenza.

Non va dimenticato il fatto che l'opera sia un horror: Kubrick, avvezzo ad attraversare il cinema, così come con l'antecedente Barry Lyndon o 2001 Odissea nello Spazio, scelse di realizzare un altro film “di genere”.

Per i cultori forse questo tipo di appellativo può essere considerato un po' tirato se pensiamo agli anni '70 in cui uscirono pellicole come Profondo Rosso, Zombi, Non Aprite Quella Porta; ma nel momento in cui comprendiamo altri capolavori come L'Esorcista o Psycho all'interno di questa matrice, non possiamo esimerci dal farlo anche per Shining, tanto più visto l'autore da cui venne tratto.

Quando nel 1978 cominciò a lavorare al nuovo film e avendo già deciso di confrontarsi con l'horror, Kubrick cominciò a leggere una sfilza di libri in cui, il più delle volte, si ritrovava a gettare le opere dopo aver letto la prima pagina. Non fu così per il romanzo di King.

Sebbene il successo di oggi, il film non ebbe vita facilissima: in gestazione fu elaborata la fase del casting. Sorte peggiore toccò a quella realizzativa: le riprese durarono più di un anno, molti furono gli intoppi e molti i rischi di interruzione. Una volta poi realizzato, il film non trovò riscontro favorevole da parte del pubblico, fu una delle poche pellicole di Kubrick a non inserirsi nella corsa agli Oscar, e al contrario ebbe due nomination per i Razzie Awards 1980: peggior film e peggior attrice (Shelley Duvall).

Dove sta dunque la grandezza del film? Per raccontare la luccicanza Kubrick concentra tutto il film su un effetto di spaesamento nel quale calare lo spettatore: visivo e di tensione, continua e crescente, fino al suo climax emotivo. Dal punto di vista tecnico Kubrick, rimasto impressionato dall'uso delle prime steadycam (telecamere a mano) in Halloween (di Carpenter) e Convoy (di Peckinpah), decise di servirsene per buona parte delle riprese per dare un senso di claustrofobia continuo (nelle scene in interno così come in esterno, campi lunghi compresi).

Convoy di Samuel Peckinpah fu uno dei primi film a fare uso della steadycam

Kubrick, come spesso capita nei suoi film, cercò di spezzare la pellicola in due tempi scenici: nel primo ci si prepara alla deriva che avverrà nel secondo. In mezzo la parola, quella scritta su di un foglio di carta a cercare l'ispirazione artistica, quella scritta al contrario ad evocare nefasti presagi, o ancora quella sussurrata da Danny e l'amico immaginario o tra Jack Torrance e l'amico al bancone del bar del 1921. A questo si aggiunse la capacità espressiva di tutti gli interpreti (un cast assai ridotto, ma quanto mai azzeccato, Shelley Duvall compresa) e l'idea topica del servirsi del film “di genere” per raccontare altro, in questo caso Jack Nicholson impersonifica lo stesso regista ed il suo ideale percorso di nevrosi creativa.

E da qui ne deriva la potenza artistica del regista che servendosi di uno stratagemma narrativo e della sua relativa rappresentazione scenica, affronta un tema (la nevrosi) per parlare del genere umano.