Natale: “Dio si consegna a noi nel volto di un bambino”. “Gli facciamo spazio?”

Le parole del vescovo Egidio alla Messa della notte in Cattedrale a Piazza

In Cattedrale a Mondovì Piazza, la tarda sera del 24 dicembre, il vescovo mons. Egidio Miragoli ha celebrato la Messa nella notte di Natale, inaugurando così gli appuntamenti natalizi con le celebrazioni previste. Mercoledì 25 dicembre, Natale del Signore, il vescovo presiede l’Eucaristia alle 11, al Santuario di Vicoforte, con benedizione papale e indulgenza plenaria. Ancora martedì 31 dicembre, per l’ultimo giorno dell’anno, sempre il vescovo sarà al Ferrone, ore 18, per la Messa di fine anno e per il canto del “Te Deum”. Infine mercoledì 1° gennaio, solennità di Maria Madre di Dio, il vescovo Egidio sarà ancora al Santuario di Vicoforte alle 16 per la Messa nella Giornata della pace.

Nella Mesa della notte di Natale, mons. Egidio Miragoli ha tenuto l’omelia che di seguito pubblichiamo.

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Natale, celebrazione della gioia

“Natale” è una parola semplice e quasi logorata dall’uso, specie negli auguri rituali. Eppure, scriveva Edith Stein, “emana un fascino misterioso, cui ben difficilmente un cuore può sottrarsi”. Credo valga anche oggi, in questo nostro tempo avaro di sentimenti e di fede, che rende bruschi i cuori fra incertezze e paure. Forse, aveva ragione lo scrittore Luigi Santucci quando osservava: “Vedo che per tutti, cristiani, non cristiani e atei, il natale è oggetto di una idolatria che non accenna a spegnersi, a dispetto dell’andare del mondo. Così è forse perché non c’è uomo che non sia idolatra della gioia; e il Natale, anche chi lo svuotasse di ogni metafisica urgenza, è solo questo: la celebrazione della gioia, o almeno l’utopia della gioia”.

Eccoci dunque qui anche noi a contemplare ancora una volta questo evento che la liturgia del Natale ci propone e ci proporrà nei prossimi giorni in tante maniere, con tanti generi letterari: a volte il racconto cronachistico, a volte il riassunto in un’immagine, a volte la sottolineatura del significato. Bastino alcune suggestioni: Maria diede alla luce il suo figlio primogenito, lo avvolse in fasce, e lo depose in una mangiatoia (Vangelo di Luca); È apparsa la grazia di Dio apportatrice di salvezza (San Paolo a Tito, 2^ lettura); Il popolo che camminava nelle tenebre ha visto una grande luce (Isaia); Il verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi (Vangelo di Giovanni).

Un Dio che si consegna nelle nostre mani

La scena narrata da Luca nel Vangelo è semplice. Apparentemente nulla di straordinario. Un lieto evento per la più classica delle famiglie del tempo, almeno all’apparenza. Se non fosse che quell’evento è stato profetizzato secoli prima. Nasce un bambino, come tanti altri, se non fosse che quel bambino è stato atteso da generazioni e generazioni. Uomini e donne hanno vissuto nella speranza di poterlo vedere e accogliere, come il vecchio Simeone. Di fatto, accade qualcosa di straordinario, di quasi incomprensibile e insostenibile, almeno per chi ci crede: Dio scende sulla terra, viene a vivere fra gli uomini, a essere divino ma anche umano fra gli umani. C’è, nel Natale, un inizio. Ovvio, trattandosi di una nascita. Ma il senso può essere ben più profondo. Infatti già in questa notte Gesù si “consegna” alle nostre povere mani, alla natura umana, alla terra, alla Storia. Ciò che sarà manifesto nella Passione e nella Pasqua, ovvero il consegnarsi di Gesù ai suoi carnefici, qui è in qualche modo già anticipato.

Con un gesto di inesprimibile umiltà e di generosità immensa, con un atto di tenerezza e coraggio, che possiamo solo approssimativamente intuire nel suo perché, Dio Padre lascia, nel figlio, la sua condizione soltanto divina e scende a condividere quella drammaticamente concreta dell’umano. Entra nel tempo, entra nell’inevitabile incontro con il nostro limite e con il patimento che ne può derivare.
Non per caso, il Vangelo di Giovanni contiene le durissime parole secondo cui “Egli era nel mondo, /e il mondo fu fatto per mezzo di lui, /eppure il mondo non lo riconobbe. / Venne fra la sua gente, / ma i suoi non l'hanno accolto”.
Ecco di nuovo, nel Natale, il segno anticipato della passione: Gesù rifiutato, non voluto, posposto (anche a Barabba).

Venne: ma i suoi non l'hanno accolto

Non sono fatti lontani. Non credo sia anzi difficile verificare nell’oggi il perpetuarsi di quel rifiuto a Cristo, un rifiuto a volte esplicito, con un'avversione interiore ed esteriore, a volte più latente, ma altrettanto concreto. Mentalità materialista e consumista, che nient'altro significa che fede e adorazione del denaro e di ciò che esso può garantire; un ateismo pratico, sovente non tematizzato, ma che di fatto rivela, fede in tutt'altro, quando non addirittura nel demoniaco; tiepidezza spirituale, ovvero, scarsa pratica anche da parte dei credenti, il che significa vivere più di tradizione che di convinzione radicata nel rapporto con il Signore, conosciuto e scelto; l’imporsi di modi di vivere che di Gesù neppure ricordano le parole più note. Una secolarizzazione strisciante e profonda. L’imporsi di una società del tutto laicizzata e laicista nella quale il religioso è visto come eccezione se non come elemento estraneo e risibile, quasi una debolezza. "Venne tra i suoi, ma i suoi non l'hanno accolto!"...

E non solo: secondo Dostoewskij Dio passa accanto a noi in infiniti modi, ma soprattutto nelle creature fragili, come i bambini, dalla cui sofferenza era tormentato. Pertanto si può guardare alla figura del Bambino Gesù non accolto e pensare anche a quanti bambini la nostra ricca opulenza "respinge", perchè li considera un intralcio alla realizzazione personale, un di più a cui è bene non pensare (da qui l'inverno demografico), oppure bambini rifiutati prima che nascano, o lasciati vivere nell’indigenza e nel degrado, talora anche culturale. Lo scrittore Luigi Santucci già precedentemente citato scriveva che "il natale festeggia la nascita dell'uomo e che Erode è la controfigura del Natale". E conclude provocatoriamente: "Dicano gli storici se esiste un'ora più contronatalizia di questa, nella misura in cui ammazziamo gli innocenti". In Gesù bambino rifiutato possiamo davvero leggere, pertanto, due premonizioni della nostra attualità, così chiusa e lontana dal messaggio che, invece, quel Bambino vorrà donare al mondo.

Chi lo accoglie gli diventa fratello

D’altra parte, però, non possiamo dimenticare che qualcuno, fortunatamente, Gesù lo ha accolto, anche per noi. Innanzitutto le mani di Maria, e poi Giuseppe e i poveri, come i pastori. E poi verranno i pescatori e tanti altri umili, a seguirlo. Il resto d'Israele, una piccola chiesa tenace, di cui sempre Giovanni dice: “A quanti però l'hanno accolto, ha dato potere di diventare figli di Dio”. Frase che indica un cambiamento totale della vita, addirittura una trasformazione del proprio essere. Quello che i Padri della Chiesa hanno salutato come "admirabile commercium" (mirabile scambio): Lui prende la nostra natura umana e ci dona, ci fa partecipi, della sua natura divina, rendendoci degni di partecipare un giorno alla sua beatitudine e alla sua gloria. Se crediamo a tutto questo, il Natale diventa allora un momento di decisioni fondamentali: viene la luce! Che cosa vogliamo essere? Tenebre che la inghiottono, che la negano, che la vanificano? O menti e cuori che se ne lasciano illuminare e trasformare? Nel primo caso, rimaniamo ciò che siamo, nella nostra umana limitatezza; nel secondo, ci lasciamo illuminare e trapassare da quella luce, radichiamo in Dio la nostra esistenza, ci convertiamo, diventiamo altro, e meglio. E le tante vite dapprima corrotte e sciupate, e infine trasformate dalla Grazia e restituite nuove al mondo – che la storia cristiana documenta – lo testimoniano.

Certo, a qualche prezzo. Lo spiega bene San Paolo, con la sua consueta nettezza, scrivendo a Tito, quando nel capitolo secondo, di cui abbiamo letto un brano nella seconda lettura, afferma: “È apparsa la grazia di Dio apportatrice di salvezza per tutti gli uomini, che ci insegna a rinnegare l’empietà e i desideri mondani e a vivere con sobrietà, giustizia e pietà in questo mondo”. Il richiamo è chiaro. Ciascuno può declinarlo nel proprio cuore a seconda delle sue condizioni di vita, delle sue debolezze, delle sue ombre. Ma l’invito è inequivocabile: davanti al mistero luminoso del Natale, dobbiamo saper rispondere, scegliere, nella drammaticità morale che è propria della vita umana, fra il bene e il male.

Ogni anno, Gesù nasce per questo: si consegna alla umana realtà per trasformarla e aprirla al bene, per indirizzarla a Dio. Consentirglielo, dipende dalle nostre individuali risposte. Non fingiamo di non saperlo.

+ Egidio, vescovo

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