L’anno che verrà, quarant’anni dopo

Sono passati quarant’anni dall’"Anno che verrà". Ma qual è il significato di uno dei brani più famosi di Lucio Dalla?

Sono passati quarant’anni dall’"Anno che verrà". E quanti ne sono venuti dopo quel 1979, che chiudeva un decennio di tensioni politiche e moti giovanili. In quel periodo Dalla era già un cantautore maturo. Alle spalle aveva sette album in studio. La sua mente vulcanica aveva ben intuito la fine di un periodo contraddittorio. Così bene da partorire una canzone votata all’ambiguità, densa di speranza e illusioni irrealizzabili.

Lo diceva lui stesso in un’intervista radiofonica del 1979:

è una canzone importante, perché immagina una situazione di lontananza fra me e un amico, al quale faccio un rapporto abbastanza dettagliato su come stiamo vivendo oggi. Nella prima parte della canzone c’è la parte del gioco, che permette di raccontare le cose in un certo modo. Giocare tra il pessimismo, che è comunque sempre un atteggiamento rozzo, improduttivo e secondo me antipatico, e l’eccessivo ottimismo, che anche questo è un atteggiamento se non altro imbecille. Il meccanismo del gioco nella prima parte della canzone mi consente di esagerare e soprattutto divertirmi”.

Questo “gioco” racchiude le qualità migliori del cantautorato di Dalla, che sono fondamentalmente di tre ordini: la capacità di raccontare il Paese e le sue contraddizioni, il saper cogliere gli stati d'animo della gente (il pessimismo e le speranze personali) e l'ironia pungente. Questo mix ha salvato le sue canzoni dalla vecchiaia. Anzi: i suoi brani sembrano sempre giovani, e si adattano bene a qualunque tempo in cui si ascoltano.

Caro amico, ti scrivo…” è uno degli incipit più conosciuti di sempre, in effetti. Molti pensano (erroneamente) che sia il titolo della canzone. Le prime strofe introducono l’idea della lettera a un amico lontano (oggi rimpiazzata dal più arido WhatsApp). Il destinatario è distante, sia fisicamente sia idealmente. Da quando se n’è andato, le cose sono cambiate, l'umore è deflesso e, nonostante l’anno sia volto al termine, “qualcosa ancora qui non va”.

Lo svago epistolare si colora di una nota pessimistica: “Si esce poco la sera | Compreso quando è festa | E c'è chi ha messo dei sacchi di sabbia vicino alla finestra | E si sta senza parlare per intere settimane | E a quelli che hanno niente da dire del tempo ne rimane”. Qui emerge la connessione di Dalla al “Paese reale”. Si era nel pieno degli anni di piombo - quelli dell’uccisione di Moro (avvenuta l’anno prima), delle crisi energetiche, dell’inflazione al 20%. La gente, spaventata dall'attualità, si rinchiudeva in casa. La società assisteva a una perdita di riferimenti e valori. E come non ritrovarsi oggi in queste parole? La gente preferisce stare a casa, anche solo per comprare qualcosa.

La copertina dell'album "Lucio Dalla" del 1979

Il racconto dalliano torna a essere ottimista nelle strofe successive. E proprio qui sta il suo “gioco”, che trasforma le speranze più recondite in iperboli volutamente surreali. L’ottimismo “imbecille”. Che si farà nel nuovo anno? Si assisterà a un cambiamento epocale che abbraccerà tutti. Sarà tre volte Natale e festa tutto il giorno, i miracoli saranno la quotidianità (“ogni Cristo scenderà dalla croce”). Pure gli uccelli migratori torneranno per partecipare alla felicità collettiva.

Il cibo diventerà un diritto, e gli uomini troveranno cure definitive per patologie incurabili, come il mutismo e la sordità. L’omofobia sarà solo un brutto ricordo (“si farà l'amore ognuno come gli va”). Pure la Chiesa metterà in discussione il proprio ordinamento interno (“anche i preti potranno sposarsi ma soltanto a una certa età”). I corrotti, gli evasori, i trafficoni, gli imbecilli (insomma: i rappresentanti dei mali italiani di cui più ci vergogniamo) si estingueranno e non mancheranno a nessuno.

Tutto bellissimo. Peccato che questi quadretti siano il frutto di un annuncio televisivo. E non penso sia casuale il riferimento. Dalla percepisce il potere della TV. Tanto che da lì a due anni avrebbe scritto “Telefonami tra vent’anni” proprio per disintossicarsi dalla "videodipendenza", come ebbe modo di dichiarare. Il resto, poi, è storia nota. Negli Ottanta, le televisioni private fecero breccia definitiva negli Italiani, diffondendo sogni americani di consumismo sfrenato, soldi e belle donne. Nella penisola l’edonismo reaganiano prese le sembianze del craxismo, di cui alcuni rimpiangono ancora l’opulenza e la spensieratezza.

E si arriva così alla strofa finale. Questa racchiude il messaggio più autentico del brano. Senza troppi fronzoli, il grande Lucio sprona il suo pubblico a partecipare al presente con coraggio (“vedi amico mio come diventa importante | che in questo istante ci sia anch'io”). Benché ogni anno passi in un baleno, bisogna prepararsi ad affrontarlo. Ma come? L’ha spiegato Dalla nella stessa intervista:

non ci sono miracoli. L’unico miracolo che possiamo fare è su di noi: essere sempre funzionanti, in condizione di vedere mai sempre il nero, il terribile, ma fare delle operazioni di coraggio che sono legate alla vita. Questo anno che verrà non è mica poi tanto un anno mitico, sta a significare un’operazione che dobbiamo sempre compiere per andare avanti. È un’operazione collettiva. È una riscoperta dell’amore, ma soprattutto è una scoperta dei nostri mezzi di partecipazione. Certo, la nostra è una società di fuoco, terribile, ma anche affascinante, fantastica, si stanno muovendo le cose. Non credo nell’ieri, nell’oggi, ma credo soprattutto nel domani, ed è soprattutto nella partecipazione di questo domani che la canzone vive, per cui mi sto preparando alle cose che verranno. Anche, forse, con un po’ di ambiguità: anche ai cambiamenti spero di prepararmi”.

“L’anno che verrà” è attuale e lo sarà sempre. E non annoia mai. Basta prepararsi ad ascoltarla e riascoltarla. Questa è la novità.