“Qui c’è un ebreo”: a Mondovì scritte antisemite sulla casa di Lidia Rolfi

Una scena terribile, a pochi giorni dalla Giornata della Memoria: a Mondovì scritte antisemite sulla casa di Lidia Rolfi e del figlio Aldo

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Una scena che pensavamo di non dover mai più vedere: a Mondovì scritte antisemite, comparse sulla casa di Lidia Rolfi. La monregalese, maestra di scuola, non era ebrea: partigiana durante la Lotta di Resistenza, fu catturata e deportata nel lager di Ravensbrücknel 1944. Sopravvissuta all'Olocausto, divenne autrice di libri di memorie come “Le donne di Ravensbrück”.

Juden Hier, “Qui c’è un ebreo”, la scritta apparsa in tedesco sulla posta della casa dove la donna ha vissuto sino alla sua morte e dove ora vive il figlio Aldo. Una scritta accompagnata dalla Stella di Davide, come tristemente accadeva negli anni delle persecuzioni naziste in tutta Europa. Un gesto gravissimo, a pochi giorni dalla Giornata della Memoria del 27 gennaio.

Chi l'ha fatto ha agito fra l'1 di notte e le 7 del mattino. Ora la Polizia vaglierà i filmati delle telecamere cittadine: una si trova proprio all'imbocco della via ed è puntata all'angolo con via Ripe. Le indagini sono in mano alla DIGOS

Scritte antisemite a Mondovì

VIDEO INTERVISTA AD ALDO ROLFI - Scritte antisemite a Mondovì sulla porta della casa di Lidia Rolfi

Gepostet von L'Unione Monregalese am Freitag, 24. Januar 2020

La via dove sorge la casa, pochi anni fa, è stata intitolata alla memoria della donna: Lidia Beccaria Rolfi è morta nel 1996. Nel 1978 ha scritto e pubblicato "Le donne di Ravensbrück", la più conosciuta fra le sue raccolte di memorie. La famiglia Rolfi non è di origine ebraica, ma questa settimana alcuni scritti di Aldo Rolfi, con riflessioni sulla memoria e sull’antisemitismo, sono stati riportati sull'ultimo numero del settimanale di Mondovì “Provincia Granda”.

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A Mondovì scritte antisemite sulla casa di Lidia Rolfi - LE FOTO

Netta condanna al gesto da parte di ANPI: «Un atto grave, gravissimo. Tutta la nostra solidarietà va ad Aldo Rolfi, per l'offesa alla memoria della cara mamma. Ma questo è soprattutto un gesto da non sottovalutare. Il fatto che anche in una piccola città come Mondovì accadano cose come questa dimostra che chi sostiene che non esiste un rischio di ritorno del fascismo, sbaglia».

Dal Comune di Mondovì e dal sindaco Paolo Adriano è arrivata una nota ufficiale: «Un atto gravissimo che, da sindaco e da uomo, condanno fermamente. Un fatto vergognoso che offende ed indigna Mondovì, Città Medaglia di Bronzo al Valor Militare nella Guerra di Liberazione, e tutti i monregalesi. Ci stiamo organizzando per rispondere con un’apertura straordinaria della Sinagoga di Mondovì: invito, quindi, tutti a partecipare per esprimere non solo vicinanza e solidarietà alla Comunità Ebraica, ma per affermare con forza la nostra appartenenza ad una società civile e democratica e condannare pericolosi rigurgiti di antisemitismo. In attesa che vengano concluse le indagini per individuare e assicurare alla giustizia i responsabili del gesto, esprimo – a nome mio, dell’Amministrazione tutta e della cittadinanza – solidarietà alla Comunità Ebraica, al nostro concittadino Aldo Rolfi e a tutta la famiglia, da sempre impegnata – in memoria della mamma Lidia Rolfi, a cui è intitolata la scuola primaria di Piazza – nella testimonianza e nella tutela dei valori fondanti della nostra Costituzione. Ricordo, infine, che tra pochi giorni e con ancor più viva partecipazione Mondovì poserà due nuove pietre alla memoria di due concittadini deportati nei campi di concentramento».

Sei ebrei monregalesi morirono ad Auschwitz. E gli avvocati Piero Garelli e Guido Calleri, con i partigiani Vincenzo Bellino e Giovanni Ravera non tornarono dai lager. La testimonianza di chi sopravvisse come Lidia Rolfi.
di Ernesto Billò

Fra le tante giornate a tema distribuite lungo l’intero anno, il “Giorno della Memoria” si collega con la liberazione – ad opera dei russi – dei prigionieri sopravvissuti al campo di sterminio di Auschwitz, e ci richiama le sofferenze provocate dall’odio razziale diffusosi dalla Germania nazista anche nell’Italia fascista. Torna a ricordarci il Manifesto della razza, la bordata di leggi inumane basate sull’artificiosa distinzione fra ariani ed ebrei, la “persecuzione dei diritti” che preparò – nel 1943-’45 – la strada alla caccia sistematica, alla deportazione e allo sterminio attuata anche in Italia dagli occupanti tedeschi e dai militi di Salò...
Solo 826 dei 7.500 ebrei italiani deportati nei lager sopravvissero a quelle infernali fabbriche di sfruttamento e di morte. A Mondovì, se taluni ricercati poterono contare sull’aiuto rischioso di persone e di istituzioni che li nascosero e salvarono, sei ebrei persero la vita ad Auschwitz: tre Levi (Pia, Beniamina e Aldo), Anna Segre e Delfina Ortona. Ma la “Giornata della Memoria” vuole anche affiancare altri ricordi a quelli della tragedia e delle vittime della Shoah:
- il ricordo di chi soffrì per un sospetto di antifascismo e perse per questo il lavoro e la libertà, o dovette esulare;
- il ricordo delle vittime del grande inganno - militari, civili, giovani - illusi da una martellante propaganda bellica che assicurava una rapida vittoria, mentre la guerra e l’alleanza coi nazisti si rivelavano invece dissennate e catastrofiche su tutti i fronti, in Albania, Grecia, Russia, Africa, sui mari, nei cieli;
- il ricordo delle migliaia d’internati militari e politici avviati ai campi di lavoro o di sterminio in condizioni tremende, specie dopo l’Armistizio dell’8 settembre 1943 che, agli occhi dei tedeschi, trasformò di colpo gli italiani da alleati in traditori, a meno che accettassero di entrare nelle file della Repubblica di Salò o comunque di collaborare coi tedeschi. Ci fu chi accettò per costrizione o per convinzione; ma molti rifiutarono pur sapendo di dover pagare duramente.
La loro memoria è affidata a ognuno di noi, insieme col loro esempio di dignità, di coraggio e d’amore per la vera libertà. Ogni città, ogni paese ha simili memorie da custodire e da rievocare.

Così Mondovì in questi giorni ripenserà, tra gli altri, agli avvocati Piero Garelli e Guido Calleri e ai partigiani Vincenzo Bellino e Giovanni Ravera non tornati dai lager; e a quanti riuscirono a rientrare dopo infinite peripezie e a portare poi la loro testimonianza vincendo le iniziali difficoltà ad essere ascoltati e creduti: come accadde a Lidia Beccaria Rolfi, che – maestrina e staffetta partigiana – era sopravvissuta al lager femminile di Ravensbruck e su di esso ci lasciò memorie e impulsi a impegnarci per un mondo diverso dove mai più l’uomo sia lupo all’altro uomo.
La “Giornata della Memoria” sia dunque un’occasione rivolta a tutti, in particolare ai giovani, per riflettere insieme sulle ideologie che causarono quelle guerre e quelle storture, sulle terribili conseguenze umane, sulle responsabilità storiche e sugli insegnamenti che ne conseguono. Quali insegnamenti? Un più deciso rifiuto di ogni dittatura, di ogni guerra, violenza, discriminazione. Un prender coscienza che il pericolo ancora incombe e può ripresentarsi, sia pure in altre forme, con nuovi rigurgiti razzisti, paure, insofferenze, favorito da una colpevole indifferenza e ignoranza di fondo, da una chiusura verso le ragioni degli altri, verso le loro esigenze e le loro difficoltà ad essere compresi, accettati, inseriti.
Ma sia chiaro: nessun revisionismo o negazionismo potrà cancellare sofferenze, orrori e colpe di uno sterminio sistematico praticato su popoli e su uomini ritenuti inferiori da una folle dottrina razzista che voleva pura e dominatrice la sola razza ariana. Una follia alla quale il fascismo si accodò senza provarne ripugnanza e senza capire che, in caso di vittoria, anche gli italiani ne sarebbero stati vittime, perché Hitler intendeva riservare loro un ruolo di schiavi nel suo Ordine Nuovo. E noi, nel fare memoria di quel passato, abbiamo molto da imparare per affrontare un presente gravido di tensioni e rischi: diversi, ma tali da richiedere scelte e comportamenti responsabili a ciascuno di noi.

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