Lauro è il D’Annunzio che ci meritiamo

Fin dalla sua apparizione in nude look durante la prima serata di Sanremo, mi è venuto il sospetto che Achille Lauro, dopo aver citato nel nome il noto armatore monarchico, citasse qualcosa di Gabriele D'Annunzio. Certo, sui social tutti sciorinavano altre popstar che hanno realizzato una performance simile, tra cui, correttamente, l'alieno Ziggy Stardust di Bowie, dichiaratamente evocato più avanti da Lauro stesso. Altri, come su Vanity Fair, coglievano il rimando al San Francesco giottesco nel primo abito realizzato da Gucci.

Lauro e D'Annunzio

Forse è anche la suggestione della canzone, quel "Me ne frego" che rimanda a quel notorio motto fascista. Ovviamente, con un detournement. Fu inventato però a Fiume da un soldato semplice della repubblica dannunziana e poi reso celebre dalla ripresa del Vate. Una canzone meno citazionista di quella dell'anno scorso, di cui avevo parlato qui. Si evoca appena il David di Michelangelo, sempre nell'ottica di una suggestione preziosa. Ma, sicuramente, San Francesco può essere un rimando dannunziano, per l'ambigua devozione del Vate verso il patrono d'Italia. Non lo sarebbe, è ovvio, in un rimando pio e devoto al santo; ma lo diviene in questa ripresa volutamente ambigua, con Lauro seducente col corpo percorso da un dragone che richiama il serpente di "Cobra" della Rettore.

Lauro

Lauro e la Casati

La nuova apparizione nelle vesti della Marchesa Casati è stata una conferma. In effetti, la divina marchesa, apogeo dell'estetismo italiano, fu amata dal sommo Vate che vedeva in lei la perfezione dei suoi ideali.

Lauro ed Elisabetta

E a Luisa Casati rimanda forse anche l'ultima sorprendente trasmutazione, con cui Lauro assume l'aspetto della Regina Elisabetta I. La Casati era stata infatti grande protettrice di artisti. Ma la Regina Vergine era stata la protettrice di Shakespeare e il teatro elisabettiano che da lei prende il nome: un mecenatismo difficile da battere. La marchesa, sepolta a Londra, ha sul suo epitaffio una citazione dalla Cleopatra shakespeariana. "L'età non può appassirla, né l'abitudine rendere insipida la sua varietà infinita". Del resto, a Shakespeare ed Elisabetta già si rifaceva Lauro nella sua autobiografia, "Io sono Amleto". Un rimando alla sua cripticità tramite la citazione del sommo Bardo, usurpando a Carlo Alberto il ruolo di Italo Amleto attribuitogli dal Carducci. E chiedo scusa se, da vecchio videogamer, questo Lauro/Casati/Elisabetta mi ricorda la regina del wargame "Civilization I", avversaria terribile nel gioco di conquista del Globo.

Lauro Elisabetta

L'estetica weird è, chiaramente, anche un richiamo al gender fluid, di cui Lauro, dopo questa performance, è divenuto sicuramente un'icona. Ma c'è anche qualcosa di gustosamente esoterico in tutto ciò, confermato dai rimandi blandamente tarologici che Lauro ha messo in campo per evocare le sue quattro incarnazioni come "quattro carte": il Lupo (San Francesco ma, coerentemente, "rovesciato" nel Lupo di Gubbio), il Fulmine per Bowie, la Maschera per la Casati e infine la Corona per Elisabetta.

A margine, suggestioni pop elisabettiane molto simili erano state indagate in tempi non sospetti anche da noi, in Piemonte, dal prof. Enzo Biffi Gentili. Basti osservare la copertina del catalogo di "Masterpieces / Capolavori", avvenuta nel 2002 a Palazzo Bricherasio a Torino, dove troneggiava una Elisabetta I con le fattezze di Bette Davis, ritratta in policroma terracotta da Paolo Schmidlin. Quasi profetico, con quella permutazione del 2002 (in 2020?) in alto a destra.

Conclusioni dannunziane

Insomma, un "solve et coagula" di generi e identità che ormai, ben più che la musica, è il vero spettacolo di Sanremo. Come tutta la coorte di boutade che lo circondano, del resto (anche dalla politica monregalese). Potremmo portare all'estremo questo gioco di sovrainterpretazione. Osservare che nel richiamarsi all'armatore di destra il cantante ha unito Achille, eroe per eccellenza ma segnato dall'amore omoerotico per Patroclo. E Lauro, nome all'apparenza maschile ma che, in Petrarca, diviene spesso simbolo dell'amata, "Giovane donna sotto verde lauro". E come qualsiasi cosa della cultura classica precedente, sono due elementi che ritornano in D'Annunzio: il "grido d'Achille" è il suo "Eia Eia Alalà", e la sua devozione petrarchesca è fuori discussione.

Insomma, forse questo Achille Lauro non è il D'Annunzio di cui abbiamo bisogno. Ma, probabilmente, è quello che ci meritiamo.