“La fede nella dimensione profonda del cuore. Più forte delle difficoltà”

La riflessione del vescovo alla messa dal Santuario in streaming. “La festa si può santificare partendo dell’animo credente”

SANTUARIO

«Il tempo scorre veloce, anche in queste settimane atipiche, ma non certamente vuote. Eccoci, pertanto, alla sesta domenica di Pasqua, una domenica che ci orienta e ci prepara ormai all’Ascensione di Gesù al cielo e alla Pentecoste – ha spiegato il vescovo mons. Egidio Miragoli, domenica sera nell’omelia alla messa in Santuario, a vico, trasmessa in diretta streaming –. Potremmo anche dire che l’attenzione si sposta gradualmente da Cristo allo Spirito Santo, dal Risorto al suo dono. Sono solo accentuazioni, sottolineature dettate dai brani che la liturgia propone, poiché sappiamo che, in realtà, Cristo Risorto e Spirito Santo sono indivisibili. Sono anche testi molto».

PER PORTARE FRUTTO

La riflessione del vescovo è partita dal racconto della missione di Filippo in Samaria, contenuto negli “Atti degli apostoli”. «Filippo è uno dei sette cosiddetti “diaconi” che erano stati scelti su proposta degli Apostoli, in loro aiuto. L’episodio odierno è la realizzazione del comando di Gesù di portare la predicazione nel mondo intero. Gesù aveva detto: “Mi sarete testimoni a Gerusalemme, in tutta la Giudea, e la Samaria e fino ai confini della terra”. La missione di Filippo in quella terra e tra quella gente attesta che la Chiesa sta camminando fedelmente sulla strada tracciata da Gesù. Sono interessanti alcuni particolari di questa vicenda. Innanzitutto l’annotazione che precede il nostro brano: “Scoppiò una violenta persecuzione contro la Chiesa di Gerusalemme”. A seguito di ciò, pare di capire, Filippo va in Samaria, in questa terra non facile, di gente eretica disprezzata dai giudei, che la considerava un miscuglio di paganesimo e di giudaismo. Due premesse non del tutto positive, dunque: la persecuzione che costringe ad allontanarsi da Gerusalemme e un contesto difficile come approdo. Eppure l’opera di Filippo ha un successo straordinario… A questa prima fase succede un secondo intervento, compiuto da testimoni qualificati del Risorto, gli apostoli Pietro e Giovanni, che comunicano lo Spirito Santo ai nuovi credenti confermando una comunità appena nata, dando così un suggello alla fondazione della Chiesa di Samaria e riconoscendo l’opera della Grazia. Una persecuzione, un allontanamento in una terra difficile; in realtà si sta camminando sulla strada misteriosamente indicata da Gesù e dal suo Spirito, e il risultato va al di là delle previsioni puramente umane: “vi fu grande gioia in quella città”. Il segreto? Quando la Chiesa cammina sulla strada tracciata da Cristo, e in comunione con Lui, lo Spirito opera nel cuore degli uomini».

«Mi chiedo quanto in noi alberghi la fede necessaria per credere a tutto questo. In fondo, essere credenti, al di là delle facili affermazioni di principio, è questo: confidare nel Signore, seguirlo senza calcoli, bensì con la certezza che, in ogni caso, alla fine aver camminato sulle orme di Cristo ci porterà alla meta, quale che essa sia, secondo il suo disegno imperscrutabile».

PRONTI A RENDERE RAGIONE DELLA SPERANZA CHE È IN NOI

«Nella seconda lettura Pietro si rivolge a coloro che sono nella tribolazione e nella sofferenza per la giustizia – ha continuato il vescovo –. Parla della vocazione apostolica di ogni cristiano. La testimonianza è compito di tutti nella Chiesa, sempre. Lo sappiamo, i cristiani del tempo di Pietro non avevano vita facile: erano tempi di persecuzione, che non hanno paragone con le difficoltà di altri tempi, compresi i nostri. Dice Pietro: “Non vi sgomentate per paura di loro, né vi turbate” e subito aggiunge: “Adorate il Signore, Cristo, nei vostri cuori, sempre pronti a rispondere a chiunque vi domandi ragione della speranza che è in voi”. Propongo due annotazioni. La prima: la persecuzione, la difficoltà, non può non suscitare paura e sgomento, ma di fronte ad essa il credente deve assumere un atteggiamento positivo. “Adorate il Signore, Cristo, nei vostri cuori” dice Pietro. Interpreto: probabilmente non potevano neppure incontrarsi per il giorno del Signore, proprio come noi, seppure per motivi diversi. Ma sempre è possibile adorare Cristo, santificare il giorno del Signore, amare lui, stare in comunione con lui. Proprio come dice Paolo in una sua lettera: “Chi ci separerà dall'amore di Cristo? Forse la tribolazione, l'angoscia, la persecuzione, la fame, la nudità, il pericolo, la spada?” (Rom 8, 35-36). Noi potremmo aggiungere: la pandemia?».

«Si sono fatte tante discussioni e anche polemiche sul fermo, posto alle celebrazioni liturgiche con assemblea, e poi sui tempi della “riapertura” delle chiese ovvero la ripresa dei riti comunitari, ma come sopra invitavo a una verifica onesta della nostra fede, ora mi piace sottolineare che una fede autentica può essere praticata e coltivata anche nella solitudine, anche in situazioni estreme. Lo sanno tanti cristiani tutt’oggi perseguitati nel mondo, lo sanno tanti uomini e donne costretti, a lungo, per motivi di studio o di lavoro, a vivere in contesti religiosi diversi dal nostro, lo sanno bene gli ammalati, gli anziani, coloro che vivono situazioni di disagio di ogni tipo: Dio è raggiungibile da qualsiasi cuore, e a qualsiasi cuore guarda. Non gli servono adunanze oceaniche o chiese gremite. Gli basta il sussurro di un cuore devoto, tanto dal degrado di un carcere, dall’ombra di una cucina come da un letto d’ospedale. Quanto a noi, santificare la festa è anzitutto una dimensione interiore e profonda del nostro credere, che riconosce Dio come Signore della nostra vita e della Storia. Forse in questo frangente l’abbiamo un po’ imparato o riscoperto, e mi auguro che sia una delle acquisizioni preziose da conservare gelosamente in noi anche in futuro, anche quando potremo partecipare all’Eucaristia, che per i battezzati resta sempre e comunque “fonte e culmine di tutta la vita cristiana” (LG 11). E sarebbe bello riconsiderare questo anche in prospettiva catechistica, soprattutto per i nostri ragazzi e adolescenti, ma perché no, anche per noi adulti».

«Alla luce di tutto ciò, comprendiamo anche il seguito dell’esortazione di Pietro: essere “pronti sempre a rispondere a chiunque vi domandi ragione della vostra speranza”. Davvero curioso: i cristiani erano perseguitati, eppure attiravano gente con la loro speranza. La gente che vede e osserva sembra voler conoscere la ragione di tale speranza che li porta ad essere sereni anche nelle privazioni e nella persecuzione. Adoravano Dio nel loro cuore, avevano la certezza della sua presenza e del suo amore, pur nelle avversità».

LO SPIRITO SANTO, NOSTRO AVVOCATO

«Un’ultima annotazione sul Vangelo. È la prima delle cinque promesse dello Spirito Santo presenti nel racconto di Giovanni. Lo spirito Santo è qui chiamato col termine “Paraclito”. “Io pregherò il Padre ed egli vi darà un altro Paràclito perché rimanga con voi per sempre, lo Spirito della verità, che il mondo non può ricevere perché non lo vede e non lo conosce”. Cogliamo solo un aspetto di questa presenza misteriosa dello Spirito nella vita del credente e della Chiesa. Che cos’è un Paràclito? “Paraclito” è termine che deriva dal greco e che ha il suo calco nel latino “advocatus”: indica chi è “chiamato vicino”, che quindi “assiste” e “consiglia”. Non dirige, non sostituisce. Non si impone. Ci sta vicino, instancabilmente ci addita il bene. Le rette coscienze lo sanno. Quelle sante lo ascoltano. Tutte conservano, grazie alla sua discrezione e al suo rispetto, la libertà di scegliere. L’augurio, per ciascuno di noi, sia di saper distinguere, fra tante, quella voce, perché nelle singole scelte e nell’atteggiamento di fondo delle nostre vite ci sia, nonostante la nostra fragilità, la consapevolezza di che cosa è giusto e di che cosa no, fino all’ultimo atto della nostra vita: la richiesta di perdono proprio per tutte le volte in cui avremo disatteso i consigli santi dello Spirito Paràclito».

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