Quando l’indagine diventa teatro: “I-TIGI canto per Ustica”

A 40 anni da Ustica: la strage e il processo attraverso le parole di Marco Paolini, nello spettacolo in tournée nel 2000, ma ancora d'impatto anche oggi.

L’indignazione è un sentimento molto particolare, tanto forte nell’immediato quanto rapido ad esaurirsi con l’andare del tempo. Un tratto che ci contraddistingue come italiani, focosi nell’alimentarci di rabbia collettiva, ma troppo assuefatti agli scandali di Stato. La stagione stragista ha toccato tutti gli strati sociali del Paese, una tragedia ripetuta e purtroppo metabolizzata da un popolo intero, unito nello stigmatizzare ma propenso a dimenticare. A Marco Paolini l’indignazione non interessa, e rivolgendosi al suo pubblico lo invita ad andare sempre a fondo, a non accettare quella verità imposta dall’alto. Di non perseguire cioè, quel percorso di menzogne, omertà e depistaggi, che hanno caratterizzato la strage di Ustica (40 anni fa) e il suo processo; conscio che essa abbia rappresentato qualcosa di diverso, e che questa volta un pezzo della tragedia sia rimasto attaccato addosso agli italiani. Giornalismo ed editoria, ma anche il cinema, con il potentissimo film di Marco Risi “Il Muro di Gomma”, hanno tenuto a galla l’argomento. “Il Muro di Gomma”, non esiste termine migliore per descrivere i fatti e il decorso di quel 27 giugno ‘80: la catastrofe aerea, il processo, le coperture e le indagini inquinate. Paolini tiene vivo il discorso all’alba del nuovo millennio, una manciata d’anni dopo aver denunciato un’altra tragedia nazionale con “Il racconto del Vajont”. Lo spettacolo chiamato “I-TIGI Canto per Ustica” è figlio di quell’esperienza, e di un desiderio di chiarezza non ancora spento. L’attore propone un monologo scorrevole e movimentato, un racconto cronologico del volo inframezzato dall’analisi degli aspetti tecnici e dall’illustrazione del contesto storico. Raccordando il volume di informazioni presenti nell’inchiesta, con le anonime vite strappate nel cielo e le voci di chi era a terra ad osservare; senza mai incappare in un facile pietismo o in una narrazione eccessivamente pesante. Perchè la sua non vuole essere un’enfatizzazione del dramma, che spinge ad urlare alla vergogna, “all’indignazione”, ma un’analisi lucida, che non ci fornirà la verità, ma i mezzi per ricercarla, anche ora, a distanza di tanto tempo. Rivedere lo spettacolo oggi a 20 anni dalla sua uscita, ci permette di valutare di quanto esso sia ancora attuale, a causa di un’inchiesta ancora irrisolta ma anche per merito dell’intensità del racconto. Un’ incredibile sinergia tra drammaturgia e documentazione tecnica agli atti di un processo, che inseriti in altri contesti avrebbero potuto annoiare, ma grazie a Paolini a teatro funzionano.