Perchè a Venezia vincono i film orientali?

L'analisi di Viter Luna su un tema spinoso: troppo intellettualistici i film che vincono a Venezia?

La domanda è lecita; del resto a Venezia, così come Cannes per non citare altri Festival, si ha sempre la sensazione che vincano film che non vedrà nessuno, riconducibili a terre lontane, in ambientazioni improbabili. Quante volte poi sarà capitato di approcciare un film così e restarne delusi? Troppi silenzi o troppi dialoghi, ritmo lento oppure un montaggio frammentato o, peggio ancora, senza trama; quei film che non si ricorda neanche il titolo perchè la storia racconta di chissà quale cammello, in una non ben specificata steppa dell’Asia, che guarda il tramonto. Ecco, anche no! Ma, tanto per cambiare, anche quest’anno il Leone d’oro della 77ª Mostra del Cinema è andato al film della cinese Chloé Zhao.
E poco importa se la Zhao abbia lasciato Pechino per l’Inghilterra a 15 anni, la lingua originale è l’inglese, il Paese di produzione sono gli USA, e il film racconta una storia tutta a stelle e strisce. Quello che vediamo ci fa pensare ad altro, e suscita la domanda: perchè vincono sempre “Quei” film? Un po’ come il cinema, è tutta questione di apparenza: e a cosa serve la finzione, se non a descrivere, stilizzare, stravolgere, parodizzare, finanche a ridicolizzare, la realtà? Tanto per sfatare un mito, i film vincitori per Paese d’origine a Venezia vedono capeggiare al primo posto con 11 vittorie Italia, Francia, e USA. Alla faccia di chi pensa che gli sciovinisti siano i francesi: a Cannes i film statunitensi vincitori di una Palma d’oro sopravanzano di tanto i transalpini.
E allora, dove stanno tutti questi film dai nomi strani con i sottotitoli in cecoslovacco? Ci stanno in un mare di altre proposte che un Festival offre e poi premia; e se si tiene il conto sono ventiquattro i Paesi premiati col Leone d’oro, indice di una certa frammentarietà. Mostre come Venezia offrono l’opportunità di guardare alla realtà attraverso una visione globale e meno parcellizzata rispetto ad un mercato più o meno nazionale. Si pone l’attenzione sui messaggi (siano essi anche incomprensibili o magari assenti) che un regista costruisce col proprio lavoro, prima ancora che per il pubblico; ciò che poi trasforma un’opera in arte.