Dopo i mesi di lockdown, ripartire con fiducia dalla liturgia eucaristica

Il vescovo mons. Egidio Miragoli all’apertura dell’anno pastorale in Santuario domenica sera. L’impegno a valorizzare la Messa domenicale. “Coltivo il desiderio, quello di iniziare la visita pastorale in diocesi”

Dopo la Novena alla Natività di Maria e dopo la solennità patronale dell’8 settembre, il Santuario è tornato a gremirsi domenica sera per l’apertura dell’anno pastorale, con la presenza numerosa dei gruppi della Pastorale giovanile, dei catechisti e degli animatori, da tutta la diocesi, attorno al vescovo mons. Egidio Miragoli che – all’interno della preghiera dei Vespri – ha sviluppato un’ampia riflessione guardando appunto all’anno di impegni che si apre per la comunità diocesana. In chiusura anche il mandato a catechisti ed animatori. Ecco quanto ha detto il vescovo Egidio
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di +EGIDIO MIRAGOLI, vescovo
Cari presbiteri, diaconi, consacrati e fedeli tutti, cari adolescenti e giovani: a tutti rinnovo il mio più cordiale saluto. Dopo la solenne celebrazione dell'8 settembre, il nostro Santuario torna a riempirsi, questa volta anche di tanti volti giovani: siamo qui per sancire insieme l'inizio del nuovo anno pastorale. Non vi nascondo la gioia mia personale per questo ritrovarci e, soprattutto, per la vostra risposta, segno concreto, plastico, della voglia di ricominciare. Ringrazio pertanto tutti voi per essere qui, questa sera, e ringrazio il Signore per quanto non cessa di suscitare di buono e di santo nella nostra Chiesa. Rivedersi dà speranza, dice a ciascuno di noi che è bello e insieme necessario tentare di essere comunità, anche se i tempi restano incerti, anche se il nostro procedere potrebbe conoscere nuovi momenti di difficoltà. Ora si tratta, comunque, di ripartire. Vorremmo istintivamente muovere i nostri nuovi passi da dove ci eravamo lasciati. Questo, però, non è realistico né verosimile, contrasta con la realtà, con i cambiamenti che questo tempo ha inevitabilmente prodotto. Contrasta anche con ciò che da tempo andiamo dicendo, ovvero che nulla sarà più come prima. Realisticamente, credo di poter osare un'immagine. Siamo come i malati che hanno contratto il coronavirus o come convalescenti che devono reimparare a respirare e a camminare. E chi è passato da questa esperienza sa quale fatica comporti svolgere azioni che in salute si compiono istintivamente. Piccole cose? Se ci pensate bene, sono le cose fondamentali, oltre che le più naturali… Fuori dall’immagine: si tratterà di apprendere di nuovo il ritmo, la consuetudine, la perseveranza. Con la consapevolezza e l’umiltà di chi sa che cosa abbiamo attraversato, di quanto e quanti abbiamo perduto, o si sono smarriti.

I tratti essenziali dell’azione pastorale
Come ripartire, dunque? Il brano biblico che abbiamo ascoltato è quello proposto dalla CEI attraverso l'Ufficio Catechistico Nazionale per una ripartenza comunitaria, e ci offre alcuni elementi che possono essere utili per riscoprire e tradurre nel nostro presente alcuni tratti del “proprium” cristiano. In un momento storico delicato, in cui la comunità cristiana fa i conti con una crisi, cioè con l’evento traumatico della morte di Stefano, il primo martire, alcuni credenti decidono di lasciare Gerusalemme e di trasferirsi altrove. Nasce così una nuova comunità: la Chiesa di Antiochia. Innanzitutto, il dolore per la morte di Stefano genera un rinnovato zelo nei confronti della Parola di Dio. Si torna all’essenziale, si torna a mettere al centro la Parola e il suo ascolto. Un aspetto decisivo e fondamentale per la ripartenza. “La fede”, infatti, “viene dall’ascolto e l’ascolto riguarda la parola di Cristo” (Rm 10,17). Senza una frequenza costante, oserei dire quotidiana, con la parola di Cristo, la fede vacilla, il cristianesimo non ha futuro. Alla luce di questo, seguo con un certo interesse l’attuale piattaforma web avviata dalla Pastorale giovanile e vocazionale, BarAbba, che attraverso il podcast “Chewing Gum” provvede, in pochi minuti, alla lettura e al commento del Vangelo quotidiano, tentando uno spostamento ed un allargamento dei confini dell’evangelizzazione, non limitandosi a “proclamare la Parola” ai solo Giudei, ma anche ai Greci, ovvero a coloro che non frequentano abitualmente i nostri spazi ma che vivono e frequentano il mondo digitale.
Un altro elemento è il ruolo essenziale giocato dalla Chiesa madre di Gerusalemme. Accortasi della grazia carismatica in azione, essa interviene mandando Barnaba, “uomo virtuoso, pieno di Spirito Santo e di fede”. Per queste sue caratteristiche, Barnaba è l’uomo adatto, che sa compiere scelte ecclesiali e spirituali, non determinate da preoccupazioni di mero controllo o repressione. Barnaba riconosce che lo Spirito del Risorto è all’opera, ne gioisce e lavora perché questa situazione da occasionale diventi strutturale. Ecco allora la necessità di avere e domandare al Signore pastori che, come Barnaba, sappiano svolgere lietamente e con larghezza di vedute il compito di “esortare”, cioè di accompagnare, incoraggiare, stimolare, favorire e far crescere i semi di Vangelo già presenti nella vita delle persone, sollecitando e attivando la collaborazione e la corresponsabilità di altri. Barnaba, inoltre, è capace di chiedere aiuto. Si reca a Tarso per prelevare Saulo e tornare con lui ad Antiochia. Anche da questo scaturisce un insegnamento prezioso: il cristianesimo è un cammino che si attua sempre in cordata, nella differenza e pluralità delle presenze. Ciascuno è chiamato all’interno del corpo ecclesiale, pur nella necessaria differenza di ruoli e responsabilità, a promuovere l’azione pastorale. Infine dobbiamo riconoscere che il protagonista degli albori della Chiesa di Antiochia resta lo Spirito Santo, e che mai come ora è importante scorgere la Sua opera nella nostra vita e nella vita della Chiesa. Potrebbe essere questo il momento più opportuno per proporre il senso del discernimento spirituale, dell’intelligenza umana illuminata dallo Spirito: ai più giovani questo servirebbe per le grandi decisioni sul proprio stato di vita, ma aiuterebbe tutti ad imparare a fare scelte quotidiane secondo la volontà di Dio.
Ripartire dall'indispensabile: la liturgia, e in particolare l'Eucaristia
Volendo poi indicare una pista di lavoro, parto da una facile constatazione. Nei sette mesi del coronavirus, la partecipazione comunitaria alla liturgia, in primis alla Messa, è stata prima sospesa, poi avviata per numeri ridotti. Anche ora che le norme permettono una più ampia partecipazione dei fedeli, le chiese restano parzialmente vuote. Particolarmente vistosa è l'assenza dei ragazzi e delle famiglie all’Eucaristia domenicale. È una situazione generalizzata, come testimoniano interventi di vescovi di varie nazionalità. Certamente hanno influito due fattori: la limitazione dei posti nelle chiese e la paura di essere contagiati. A questo va aggiunta la diffusione delle celebrazioni eucaristiche tramite i media: questa prassi ha creato delle abitudini di cui molti faticano a distaccarsi. Benché i media rendano un servizio prezioso ai malati e a chi non può andare in chiesa, occorre ricordare che nessuna trasmissione equivale o può sostituire una partecipazione personale.
In ogni caso, questa situazione fa riflettere. È bastato così poco per "disabituare" alla celebrazione della Messa? Puntare il dito e accusare non serve. Potremmo chiederci: se è bastata un’interruzione di qualche mese per perdere un’abitudine di anni, di quale abitudine si trattava? Domanda legittima, ma che coinvolge anche la nostra offerta, la nostra capacità di dare significato e valore. Tanto vale che ci sentiamo coinvolti e accettiamo la sfida. Quella per cui certamente occorre rimotivare le nostre comunità alla partecipazione, con una attenta catechesi e formazione liturgica: si ama di più e meglio la Messa se si sanno vivere, leggere e capire i suoi gesti e i suoi riti. Occorre qualificare più e meglio le nostre liturgie quanto a preparazione, serietà nella proposta liturgica, canora e omiletica: mai come in un tempo difficile e di concorrenza molteplice, rinunciare alla qualità significa partire rassegnati alla sconfitta. Qualcuno potrebbe pensare che sto parlando o facendo l'esame di coscienza solo ai sacerdoti. In realtà vorrei spronare tutti, perché una liturgia è vera e pienamente riuscita quando tutte le componenti ne conoscono lo spirito e contribuiscono a realizzarlo. Già qui e già ora, perciò, oso introdurre l’argomento.
Nella liturgia Cristo opera la nostra redenzione
Etimologicamente, il termine liturgia significa “azione del popolo” o “a favore del popolo”, e dunque indica l’opposto di qualsiasi atto prettamente individuale. Nel lessico ecclesiastico, è liturgia un’azione comune dei fedeli, rivolta a Dio per lodarlo e glorificarlo. Nello stesso tempo: "Attraverso la Liturgia, Cristo nostro Redentore e Sommmo Sacerdote, continua nella sua Chiesa, con essa e per mezzo di essa, l'opera della nostra redenzione (Catechismo della Chiesa Cattolica, 1069-1070)".
Dice il Concilio Vaticano II che: "Ogni celebrazione liturgica, in quanto opera di Cristo Sacerdote e del suo Corpo, che è la Chiesa, è azione sacra per eccellenza, e nessun’altra azione della Chiesa, allo stesso titolo e allo stesso grado, ne uguaglia l'efficacia" (SC 7). Essa, poi, si esprime appunto tramite parole e gesti intimamente connessi. La liturgia, ovvero l’incontro degli uomini con Dio, necessita anche di un luogo fisico, la chiesa, fatta di muri, di luci, di ombre, dotata di una sua precisa e riconoscibile struttura, ma soprattutto di un centro come l’altare. Innalzare un edificio sacro, per una comunità, è ritagliare uno spazio destinato all’incontro collettivo con il Padre, è affermare al proprio interno il Suo primato.

L’importanza della formazione liturgica
Tutto questo ci obbliga a porci le domande cui accennavo: come vive oggi il fedele la liturgia? Quale liturgia (e in particolare, quale celebrazione eucaristica) sappiamo offrire alle nostre comunità e le nostre comunità offrono con noi a Dio? Notoriamente, uno dei punti forza del Concilio Ecumenico Vaticano II, il Concilio che si è proposto di dare nuova fisionomia alla comunità cristiana, è stato il rinnovamento liturgico che ha le sue linee guida nel documento sulla Liturgia denominato “Sacrosanctum Concilium”. Dopo oltre 50 anni da quel documento, mi sentirei di dire che il fedele, in genere, vive la liturgia con approssimazione. Molti lamentano di non capirla, e hanno tutte le ragioni per farlo. Anche la catechesi sovente non serve a questo scopo. Difficile incontrare percorsi catechistici che si curano di affrontare con serietà aspetti quali appunto la liturgia. Così, nessuno spiega mai il perché di taluni gesti liturgici, di certe formule o di alcune parti del rito. Anche i praticanti più attenti, assistono in genere all’azione liturgica ignorandone i presupposti e i significati. È un difetto grave, cui occorre rimediare da parte di chi ha il compito e la responsabilità della formazione. A questo dobbiamo aggiungere che le generazioni si susseguono, per cui ciclicamente sarebbe doveroso e necessario offrire elementi di comprensione a chi si affaccia gradualmente alla vita comunitaria.
Ritengo pertanto fondamentale in questo anno tutto particolare sostenere la ripresa comunitaria a partire dalla liturgia e dall’Eucaristia domenicale, con uno sforzo corale per rimotivare e riguadagnare il senso profondo di ciò che si celebra: Gesù Cristo morto e risorto per noi. Capitoli fondamentali da approfondire nel corso dell’anno saranno, pertanto: il senso della liturgia, l’anno liturgico, la Messa. E sul versante dei presbiteri il tema della presidenza liturgica, la cura della liturgia e, perché no, dei luoghi. La scarsa cura di certe chiese, di certe sacrestie e di certi presbitèri contraddicono vistosamente la bellezza e la sacralità della liturgia. Sembrano addirittura negare la sua importanza nella vita stessa del presbitero e della Chiesa.

Il nuovo messale: un’occasione da valorizzare
Se l’ispirazione a dedicare quest’anno alla ripresa del tema liturgia e celebrazione eucaristica domenicale era una constatazione dovuta alla ridotta partecipazione alla Messa, un ulteriore motivo viene dalla pubblicazione della terza edizione in italiano del Messale Romano, il cui uso diventerà obbligatorio a partire dal prossimo Avvento, come insieme concordato nella Conferenza Episcopale Piemontese.

La visita pastorale, dovere del vescovo
Infine vorrei accennare a un desiderio – che è poi l'attuazione di un dovere morale e un obbligo giuridico per il vescovo. Sarebbe mia intenzione nel prossimo autunno 2021 iniziare la Visita pastorale all’intera Diocesi. Nel linguaggio giornalistico e generico si tende a definire così ogni visita del vescovo a una comunità; ma nella tradizione e nella normativa la Visita pastorale del vescovo ha delle caratteristiche uniche, quanto a finalità e modalità di svolgimento, pur con degli aspetti lasciati alle condizioni di luogo e di tempo. Il senso e il significato della Visita pastorale, è descritto nel Direttorio per i Vescovi, il documento che traccia le linee guida per l’azione del Vescovo. Vi si legge:
«La visita pastorale è una delle forme, collaudate dall’esperienza dei secoli, con cui il Vescovo mantiene contatti personali con il clero e con gli altri membri del Popolo di Dio. È occasione per ravvivare le energie degli operai evangelici, […] per richiamare tutti i fedeli al rinnovamento della propria vita cristiana e ad un’azione apostolica più intensa […]. La visita pastorale è pertanto un’azione apostolica che il Vescovo deve compiere animato da carità pastorale che lo manifesta concretamente quale principio e fondamento visibile dell’unità nella Chiesa particolare (LG 23). Per le comunità e le istituzioni che la ricevono, la visita è un evento di grazia che riflette in qualche misura quella specialissima visita con la quale il “supremo pastore” e guardiano delle nostre anime (cf. 1Pt 2,25), Gesù Cristo, ha visitato e redento il suo popolo» (Direttorio per i vescovi “Apostolorum Successores”, n. 221).

La visita pastorale, momento forte di condivisione
Parole molto impegnative, indubbiamente. Sempre, la teoria impegna oltre ciò che la pratica consente. Spero, pertanto, di essere all’altezza, perché davanti a ogni impegno contano anche le forze del singolo. In ogni caso, questa visita complessiva, a tappeto, parrocchia per parrocchia dentro le Zone pastorali - una visita che dovrebbe durare circa 4 anni - vorrei che mi permettesse di condividere e capire maggiormente le fatiche dei sacerdoti, dei diaconi, dei catechisti e degli animatori, di tutti i collaboratori nel difficile compito di portare il vangelo fra la gente e di tenere vivo il senso di Dio in un tempo che pare averlo così facilmente smarrito. Ci sarà tempo, quest’anno, per un confronto capace di farci trovare la giusta modalità della visita. Fin d’ora chiedo una preghiera a ciascuno di voi, perché l’iniziativa possa riuscire e servire a renderci tutti più conformi ai voleri di Cristo e alla sua Parola.
Una visita pastorale, come già detto, prevede adempimenti e formalità ben precise, ma il suo cuore e il suo senso stanno altrove: deve, vuole essere il momento in cui il Vescovo esprime condivisione, vicinanza, aiuto e presenza ad ogni realtà, senza dimenticarne nessuna. È quindi il momento in cui si rinsaldano i legami fra pastore e gregge, perché, insieme, più coraggiosi, determinati e saldi proseguiamo il nostro misterioso cammino di cristiani dentro le incerte luci della Storia.
Interceda per noi la Vergine Maria, nostra patrona.