Padrenostro – Le angosce d’Italia divengono traumi d’infanzia

Il film che ha regalato la coppa Volpi a Pierfrancesco Favino, ci racconta uno spaccato degli anni di piombo attraverso gli occhi di un bambino.

La pellicola di Claudio Noce è figlia di un'ispirazione autobiografica, il padre vicequestore subì realmente un attentato davanti agli occhi del figlio, il fratello del regista, nel 1976, esattamente come ricostruito nella vicenda. Il film propone la cronaca al centro dell'interesse nazionale in chiave intimista, terreno battuto frequentemente dal cinema nostrano. Dove il sequestro e l'attentato, vengono visti da sguardi ancora innocenti, a cui non basta la cura genitoriale a filtrare immagini e notizie per evitare il trauma a un'emotività ancora fragile. Gettata in pasto ad una realtà tanto tremenda da produrre inevitabilmente fantasmi, e fondersi pericolosamente con l'incubo e l'illusione. Il rapporto di amicizia tra i due giovani protagonisti di Padrenostro ci rimanda alla coppia di ragazzini di “Io non ho paura”, di Salvatores, e dei fidanzatini di Sicilian Ghost Story. Ragazzi alle prese infanzia e l'adolescenza trascinati nel cuore del dramma dei delitti di mafia, dei rapimenti e degli anni di piombo. Il film di Noce si distingue da questi due immediati esempi, per la sua esperienza diretta, ma può essere considerato il vertice che ne chiude un ipotetico triangolo concettuale. Il piccolo protagonista Valerio Le Rose, solito a crearsi amici immaginari, in seguito all'attentato subito dal padre davanti ai suoi occhi, si ricostruisce una quotidianità instaurando un amicizia con il misterioso Christian, poco più grande di lui. Un rapporto in bilico tra realtà e visione, che evoca la percezione ultrasensoriale della giovane coppia divisa dal delitto di mafia di Sicilian Ghost Story. L'immedesimazione vista come gioco, trasportata in uno scenario drammatico, ha il suo lampante esempio ne “Il Bambino col pigiama a righe”. Tuttavia ne possiamo trovare una derivazione inserita nel contesto italiano anche in Io non ho paura, che si libera del valore materiale del termine in favore l'aspetto astratto. Padrenostro prosegue il discorso di Salvatores puntando su un ribaltamento che valorizza l'empatia, come sentimento istintivo e naturale, capace di dividere l'essere umano dal mostro. Ad offrirci un'integrazione storica concreta, è il personaggio del magistrato Le Rose vittima dei NAP e interpretato da Pierfrancesco Favino, sempre più volto dell'Italia del secondo dopoguerra, dopo aver vestito i panni di Craxi in “Hammamet” e del pentito Tommaso Buscetta in “Il traditore”.