Ore di straordinario non dovute: condannato un appuntato di Mondovì

Undici in tutto, in orari incompatibili con la presenza in ufficio. «Necessario portarmi il lavoro a casa»

(a.c.)Il Tribunale di Cuneo ha condannato a un anno di pena F.B., appuntato dei Carabinieri in servizio presso la Compagnia di Mondovì per poche ore di straordinario non dovute. La vicenda risale al 2016: il militare era a processo per falso ideologico con l’accusa di aver indicato al suo comandante ore di servizio aggiuntive in realtà mai effettuate tra maggio e luglio: undici ore retribuite con 132 euro lordi, al netto 77,14 euro. Da regolamento, gli straordinari vengono conteggiati solo se i carabinieri si trovano in ufficio o impegnati in servizi esterni. A tutela del segreto istruttorio, la compilazione degli atti deve avvenire in caserma, mentre stando ai rilievi tecnici della Procura l’imputato avrebbe creato diversi file sul pc di casa limitandosi poi a copiarli sul computer di lavoro.

Dalla verifica documentale era emersa in particolare una richiesta giudicata «spropositata» rispetto al tempo necessario per redigere un rapporto su un furto in abitazione. Il carabiniere ha giustificato l’anomalia con l’impossibilità di redigere tutti gli atti in ufficio, stante la carenza di strumenti informatici a disposizione: «Siamo tanti con pochi computer, ma gli atti vanno chiusi in tempi rapidi». Di qui la presunta necessità di “portarsi a casa” parte del lavoro.

Il sostituto procuratore Attilio Offman non ha però ritenuto convincente questa giustificazione, chiedendo una condanna a un anno e quattro mesi per il militare: «Il problema non è se abbia o meno lavorato per redigere quegli atti, ma se lo abbia fatto in caserma, che è condizione necessaria per il pagamento dello straordinario. La gravità del reato commesso dipende anche dal fatto che se in un processo penale la difesa contestasse un errore nel verbale il giudice dovrebbe tenere conto del distacco temporale tra il sopralluogo e la redazione dell’atto».

«Una vicenda triste per chi conosca le capacità dell’appuntato», ha commentato l’avvocato Pier Carlo Botto. Il legale ha ammesso la sussistenza del falso ma ha aggiunto che «la dichiarazione falsa era strumentale alla situazione in caserma, dove si era costretti a organizzarsi per lavorare da casa pena l’impossibilità di svolgere il lavoro».