La mostra dello Zohar illumina Mondovì

L’artista Filippo di Sanbuy realizza un affascinante ciclo di opere dedicate al capolavoro della cabala ebraica, esposto al Museo della ceramica di Mondovì.

Una mostra notevole è quella che ci ha offerto in questi mesi il Museo della Ceramica Monregalese per celebrare il proprio decennale in questo 2020: “Il libro dello splendore”, interpretato dal pittore Filippo di Sanbuy, con un bel catalogo pubblicato da Silvio Zamorani editore, a cura di Ermanno Tedeschi (e con interventi anche di Christiana Fissore, Andreina Gallieani d’Agliano, di Guido Neppi Modona), che raccoglie le opere realizzate, ispirate allo Zohar, l’acme della mistica ebraica. E Mondovì ha una storia profonda di relazione con la cultura ebraica in Europa, di cui il museo è oggi forse la traccia più visibile, nascendo intorno alla collezione di Marco Levi, “imprenditore romantico” della ceramica monregalese. Qui Sanbuy, in diciotto preziose opere astratte, indaga alcuni snodi di questo volume fondamentale nella dottrina sapienziale della Cabala. Composto nel ‘300, lo Zohar si fonda su fonti più antiche, risalenti all’età di Adriano, e introduce quattro possibili letture del testo sacro, che ne indaga anche le verità iniziatiche e mistiche. Centrale è la dottrina delle Sefiroth, spesso rappresentate nella mostra, emanazioni dell’Eyn Sof, l’infinito divino che illumina il nostro cosmo, anche se la “rottura dei vasi” pensati ad accoglierne lo splendore fa sì che questa luce giunga a noi imperfetta. Sanbuy interpreta questa complessa dottrina con immagini astratte di grande bellezza, incentrate sulla potenza del colore e dell’intrico geometricamente perfetto delle linee di composizione: acquerelli su carta preparata e monotipi, stampe a pigmenti ritoccate a mano. Tra i simboli, oltre a quelli sefirotici, ricorre spesso la stella davidica. Al di là della cornice che abbiamo qui sinteticamente evocato, la forza di questa mostra sta nella sua potenza visiva, che interroga lo spettatore e lo stimola, se ben disposto, a un contatto con l’assoluto. Come recita lo stesso catalogo: “Ascolta la parola dell’istante che sta passando: in questo momento del lungo viaggio, dove ti trovi?”. Bello e Vero, come spiega l’autore, Sanbuy, come “Chiavi di volta” della comprensione del sé e del mondo.

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