Da Metropolis a Ghost in the shell

Ricostruire l’albero genealogico del cinema cyberpunk è un esercizio piuttosto complesso. Infatti il genere, che ha avuto in letteratura grande rilevanza nel panorama fantascientifico, non ha saputo esportare i suoi interpreti su grande schermo. Lasciandolo pressochè orfano di quegli autori, promotori di una corrente molto fortunata, non interessati a sdoppiarsi tra pellicola e editoria, e che avrebbero potuto fornire delle linee guida utili ai cineasti. Senza modelli stilistici precisi, e la possibilità di attingere ad opere consolidate, abbiamo un’adesione involontaria alle tematiche, frutto di incroci occasionali, che porteranno a film manifesto come “Matrix”, ma senza riuscire a divenire un vero e proprio trend, almeno in occidente. Troviamo però opere tranquillamente inseribili all’interno dei confini del cyberpunk nel passato, paradossalmente realizzate molto prima che il termine venisse coniato nel 1983. In molti, a ragione, inseriscono il capolavoro di Fritz Lang “Metropolis” (1927) dentro questo filone, data la presenza di alcuni elementi fondamentali del genere: la fusione tra essere umano e robot, e l’ambientazione in una megalopoli distopica. Blade Runner (1982) è uno snodo fondamentale di molta fantascienza, e coi suoi androidi sognatori è considerato una fonte d’ispirazione per il cyberpunk pronto a nascere di lì a poco. Il 1982 è anche l’anno di “Tron”, e possiamo capire come il cinema, in quel periodo, abbia intuito che l’affacciarsi dell’hi-tech e dei videogiochi, avrebbe cambiato il rapporto dell’uomo con il mondo virtuale, una connessione sarebbe presto avvenuta. Il cinema che parla di tecnologia attecchisce dove essa corre più velocemente. Il cyperpunk prospera in Giappone, e nel 1988 Katsuhiro Otomo porta al cinema il suo cult manga “Akira”, seguiranno da altri autori “Ghost in The Shell”, e più in là “Alita”, opere che, come quasi sempre accade nello scenario nipponico, hanno una doppia vita fumettistica e cinematografica. Percorso stranamente non calcato da Shinya Tsukamoto, che col suo “Tetsuo” offre una rilettura deviata e visionaria del genere. Un lavoro quasi artigianale e sconvolgente, caratterizzato da musiche ossessive e montaggio incalzante; da un bianco e nero usato per evidenziare, come un incubo, la perversione della fusione tra carne e metallo e la metamorfosi dell’uomo in macchina.