Il ritorno a casa di Paolo Fiore, e il suo “Dolce tempo della raccolta”

Paolo Fiore e “Il dolce tempo della raccolta”: un romanzo in cui l’autore, monregalese di nascita, ricorda la città in cui ha trascorso l’infanzia, e in cui manca da 50 anni

«Un paese ci vuole, non fosse che per il gusto di andarsene via. Un paese vuol dire non essere soli, sapere che nella gente, nelle piante, nella terra c’è qualcosa di tuo, che anche quando non ci sei resta ad aspettarti». Lo scriveva Cesare Pavese nella “Luna e i falò” ed è difficile che il pensiero non torni a quelle pagine, aprendo “Il dolce tempo della raccolta” di Paolo Fiore. Il romanzo infatti rappresenta un po’ un ritorno a casa per lo scrittore, che a Mondovì ha trascorso la più tenera infanzia. Fiore è nato a Mondovì, ma non tornava in città da 50 anni: si è trasferito prima a Chiavari in Liguria, nel paese natale della madre dove ha frequentato le scuole, poi a Torino, dove lo ha condotto il lavoro nella pubblica Amministrazione e dove vive stabilmente. Paolo Fiore però, archeologo di formazione e scrittore per vocazione, non ha mai dimenticato il paese natio, che ha ritrovato recentemente con l’acquisto di una casa. “Il dolce tempo della raccolta” è il suo secondo romanzo, completato in cinque anni, e racconta di un insegnante in pensione che ripercorre la propria vita. Ne abbiamo parlato con l’autore. «È stato un progetto nato per caso… non doveva essere così voluminoso, ero partito con l’idea di fare un racconto breve, poi mi è cresciuto tra le mani. Ci ho preso gusto, mi ha incuriosito il personaggio. Poi volevo provare a descrivere un ambiente che conoscevo anni fa, in cui solo recentemente sono tornato in modo più stabile. Il protagonista è un personaggio mio coetaneo, ma il romanzo è ambientato in un futuro non molto lontano, quando lui è ormai in età avanzata. È scritto quindi dal punto di vista di un uomo che ripercorre la propria vita essendo ormai in età avanzata. Ho immaginato un futuro un po’ più cupo e difficile di adesso, ma in tempi non sospetti (sorride) quando non era ancora scoppiata la pandemia».

Angelo Dutto, il protagonista, è in pensione, ma è stato un professore di materie umanistiche al Liceo: quali sono le caratteristiche del personaggio?

Il professore è ormai in pensione, quando inizia ad avere problemi seri di salute, ripercorre tutta la sua esistenza, che filtra attraverso gli insegnamenti che ha impartito ai suoi ragazzi per tutta la vita. Si fa delle domande, chiedendosi cosa è rimasto negli alunni, che fine hanno fatto, il rapporto che aveva con loro. Se ha commesso degli errori.

Qual è il suo rapporto con la città di Mondovì? L’ha frequentata anche se la sua vita è altrove?

Manco a Mondovì fisicamente dal 1971, nel 2021 sono 50 anni. Mio padre era un maestro elementare, si chiamava Umberto Fiore, è mancato nel 1967. Così mia madre, rimasta vedova, è tornata a vivere nella sua città di origine, Chiavari. Sono cresciuto in Liguria, poi mi sono trasferito a Torino. I miei primi anni di vita li ho trascorsi a Piazza, i miei prima stavano a Breo e si sono trasferiti nella parte alta pochi anni prima che io nascessi. Mi ricordo ancora bene di tante persone, tanti compagni di giochi, con cui trascorrevo il tempo in piazza d’Armi. Credo che oggi non riconoscerei più nessuno. Sono tornato, di recente, un po’ stabilmente, ho preso una nuova casa a Mondovì. È stata l’occasione di ripercorrere le mie passeggiate preferite di bambino, ho ritrovato i miei luoghi, anche se molto cambiati. Mi ha colpito molto via Vico, che allora era davvero molto diversa, pienissima di negozi. L’ambientazione del libro è basata sulla Mondovì dei miei ricordi, che ho cercato di ricostruire documentandomi il più possibile.

Lei è uno storico-archeologo di formazione, impiegato nella pubblica Amministrazione: come mai la scelta di un professore di liceo?

È legato a qualche personaggio? A parte il mestiere di mio padre, che era proprio l’insegnante, anch’io avrei potuto fare lo stesso mestiere, e ci sono andato vicino. Mi hanno chiamato per insegnare, ma lavoravo già come impiegato e così non sono andato. L’insegnamento è una professione, ma anche qualcosa in più, perché vai a formare dei giovani ragazzi. E poi le materie umanistiche sono parte della mia formazione. Secondo me una persona come il professor Dutto, a una certa età, può finire per filtrare tutto utilizzando quello che ha imparato nella sua lunga carriera.

C’è qualche reminiscenza di insegnanti che ha avuto nella carriera scolastica?

In realtà no, e di sicuro non monregalesi perché non ci ho fatto nemmeno le scuole. A parte mio padre, naturalmente. Ho lavorato di fantasia e con i ricordi, ma spero che il risultato sia comunque verosimile.

Ha già diverse pubblicazioni alle spalle, qual è stato il suo percorso di autore?

Questo è il mio secondo romanzo, il primo era uscito l’anno scorso, sempre per “Inter Nos” si chiamava “Pascolare il vento” ed era ambientato il Liguria invece. Anche lì il protagonista era un personaggio dal modo di ragionare un po’ curioso. Prima avevo pubblicato una raccolta di racconti con Neos Edizioni nel 2013, ma lo stile di scrittura era molto diverso. In questi due ultimi lavori ricostruisco l’evoluzione di una persona, del suo pensiero. Poi ho scritto diversi articoli scientifici, tra cui uno su Ligures su un’epigrafe medievale. La passione letteraria ce l’ho sempre avuta. Quand’ero ragazzo io e il mio migliore amico facevamo lunghissime chiacchierate sul tema, il mio cassetto è pieno di bozze di racconti, di spunti… come si può immaginare. Però a lavorare seriamente a un romanzo ho cominciato solo dieci, undici anni fa. Del resto oggi salverei pochissimo di quegli spunti, che risalgono ai primi anni ‘80. Qualcosa meriterebbe uno sviluppo, ma la maggior parte appartiene al passato.

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