Villanova, per le minacce al vicino con una mazza da fabbro condannato 63enne

Numerosi i diverbi per questioni legate al diritto di passaggio nei terreni di famiglia, l'imputato aveva a sua volta formulato una querela ritenuta falsa dalla Procura

Immagine di repertorio

(a.c.) – Le dispute legate a un diritto di passaggio erano alle base di profonde incomprensioni tra vicini di casa che si protraevano ormai da anni. Nella borgata del Comune di Villanova il 13 agosto 2019 erano intervenuti i Carabinieri e ora, L.M., classe 1958 e proprietario di un fondo insieme a suo fratello si è trovato a processo con imputazioni di minaccia aggravata e calunnia: uno dei vicini, in particolare, lo accusava di averlo rincorso con una mazza da fabbro dopo avergli urlato ingiurie e minacce.

La versione è stata confermata da altri due vicini, madre e figlio, che affermavano di aver visto L.M. seguire a passo sostenuto l’altro uomo, brandendo a due mani un pesante martello. Uno dei testimoni, le cui proprietà di famiglia confinano con gli immobili di L.M., ha affermato di averlo visto pararsi di fronte «Mi disse “se passi ti spacco le gambe”. Avevo deciso allora di prendere un’altra strada». Pochi minuti dopo però era tornato indietro dopo aver sentito uno strano picchettio: «L.M. stava conficcando paletti di ferro nel terreno, del genere di quelli che si usano sui cantieri. L’obiettivo era impedire all’altro nostro vicino di passare in auto, altrimenti gli si sarebbero forate le gomme».

Dal successivo diverbio fra i due, ha aggiunto il testimone, sarebbe scaturita la minaccia. L’imputato, fotografato da uno dei vicini con la mazza in mano, ha comunque negato di aver mai espresso intenti di aggressione. Sarebbe stato lui, al contrario, a sorprendere la parte offesa nell’intento di “picchettare” il terreno di confine e ad essere poi ingiuriato. Per questi fatti L.M aveva formulato a sua volta una querela, ritenuta falsa dalla Procura che ha poi aggiunto al capo d’imputazione originario anche l’accusa di calunnia. Il sostituto procuratore Pier Attilio Stea aveva chiesto per l’imputato la pena di due anni e due mesi, ritenuto colpevole di entrambe le ipotesi di reato. Per l’avvocato Mario Vittorio Bruno, all’opposto, «lascia interdetti l’ipotesi che una persona che aveva subito un’operazione all’anca pochi mesi prima potesse correre brandendo una mazza con due mani, contro qualcuno che scappa a gambe levate». Il giudice Marcello Pisanu, al termine dell’istruttoria, ha condannato L.M. per la sola imputazione di minaccia a due mesi di reclusione con pena sospesa, assolvendolo per l’altro capo d’accusa.