Covid e restrizioni: il vino di Langa ha “tenuto duro” in un 2020 terribile

I numeri di bottiglie e vendite dello scorso anno sono positivi, ma rispecchiano effettivamente i guadagni dei produttori? Gli addetti ai lavori inquadrano un momento complesso

Come sta il mercato del vino cuneese dopo un anno “terribile”, segnato inevitabilmente dalla pandemia da Covid? Quali sono le maggiori criticità e quali le idee per una pronta ripartenza futura? Di questo e di molte altre importanti tematiche legate al lavoro tra i filari e alle vendita delle nostre bottiglie d’eccellenza in tutto il mondo, si è discusso nel pomeriggio di giovedì 28 gennaio, con un’interessante tavola rotonda via streaming, organizzata da Confindustria Cuneo. All’incontro “Vino e mercati: posizionamento e politiche di sostegno”, hanno partecipato, in collegamento, i massimi esponenti del mondo vinicolo locale e l’assessore regionale all’agricoltura, Marco Protopapa.

Ha aperto i lavori Paolo Sartirano, presidente della sezione vini e liquori di Confindustria, che ha tracciato un bilancio generale ottimistico, spiegando: «Dallo studio condotto da Confindustria sul 2020, emerge un comparto vini piemontese in buona salute. I dati indicano un segno positivo generale, le vendite sono andate bene, quasi tutti i Consorzi hanno prodotto più bottiglie rispetto alla stagione precedente e sembra si sia riusciti ad arginare nel modo migliore un’annata difficilissima. I vini che fanno da locomotiva hanno dato ottimi risultati, confermandosi i veri “re del mercato”, trainanti, ma anche le Doc minori nel complesso si sono comportate bene, soprattutto per quanto riguarda i rossi imbottigliati».

Matteo Ascheri: «12 denominazioni per il Dolcetto sono troppe, creano confusione sul mercato»
I presidenti dei quattro principali Consorzi di tutela di zona hanno poi tracciato un bilancio preciso e dettagliato, spiegando come i numeri, in questo caso, non rispecchino però fedelmente la realtà dei fatti. Matteo Ascheri, presidente del Consorzio Barolo Barbaresco Alba Langhe e Dogliani, ha commentato: «I dati del 2020 sono sorprendentemente positivi. La nostra economia però è basata sul prezzo di vendita e, in termini di valore, si è verificata invece una certa “erosione” per le nostre cantine. Dobbiamo cercare al più presto un nostro posizionamento sul mercato, non tanto aumentando la produzione, ma vendendo meglio, e qui viene il difficile. Se si produce di più infatti si inquina di più, si ha bisogno di più manodopera e si rischia di avere maggiori quantità di prodotto invenduto. Dobbiamo invece basare il nostro futuro sulla riconoscibilità del prodotto. Abbiamo reagito bene all’emergenza, ma avere un gran numero di denominazioni è una debolezza: 12 denominazioni solo per il Dolcetto creano confusione. Dobbiamo semplificare, dare un messaggio più facile per gli interlocutori esteri, mantenendo ovviamente le nostre peculiarità. Qui abbiamo aziende piccole, famigliari, che spesso non fanno sistema e non danno un messaggio comune: tutto ciò ci rende vulnerabili. Dovremmo essere invece presenti in modo coeso sul mercato mondiale».

Servizio completo sulla tavola rotonda, nell'edizione del nostro giornale in edicola da mercoledì 3 febbraio