35 anni fa lo scandalo del “vino al metanolo”

Il 18 marzo 1986 scoppiò un caso che seminò il terrore in tutta Italia: 19 morti e 15 persone lesionate irreversibilmente. Nonostante sentenze e promesse, però, nessuno ha mai ottenuto un risarcimento

35 anni fa lo scandalo del
35 anni fa lo scandalo del "vino al metanolo"

35 anni fa lo scandalo del "vino al metanolo". Milano, marzo 1986, GS di viale Fulvio Testi ed Esselunga di viale Sarca. Due anonimi supermercati nella periferia settentrionale, vicini per filosofia e per frequentazioni. Due pedine qualsiasi sullo scacchiere consumistico degli anni Ottanta che smascherano, loro malgrado, la più grave sofisticazione alimentare della storia repubblicana. In poche settimane tre morti sospette e decine di persone al pronto soccorso del Niguarda con dolori alla testa, nausea e forti crampi. Alla USL 75/15 si insospettiscono, avviano indagini interne e le trasmettono al Nucleo antisofisticazioni dei Carabinieri. È il 18 marzo del 1986 e in tutta Italia scoppia ufficialmente lo scandalo del vino al metanolo. Una storia tragica dai contorni sfumati che affonda le sue radici nell’estate del 1984 con la legge 408 del 28 luglio.
In ottemperanza alle sentenze della Corte di Giustizia CEE del 1982 e del 1983 (che accusavano l’Italia di discriminare i prodotti alcolici d’importazione), lo Stato decide di detassare il metanolo, composto organico usato nell’industria come solvente, ma in piccole dosi intrinseco anche al processo stesso di vinificazione. L’alcol metilico passa così da 5.000 a 500 lire al litro e sebbene la legge ne vieti esplicitamente l’utilizzo nelle produzioni alimentari, la sua convenienza economica lo rende ora appetibile soprattutto nel mercato nero degli alcolici. Il mondo del vino da tavola si arricchisce dunque di strani miscugli venduti al miglior offerente, la cui diffusione è agevolata da una rete di controlli fragile e inefficace e da una scarsa cultura enologica popolare nonostante gli alti consumi (sessantotto litri pro-capite all’anno). Un mercato dominato dall’omertà e dall’avidità di guadagno che s’interrompe bruscamente il 18 marzo del 1986, appunto, quando le analisi di laboratorio rilevano nei bottiglioni avvelenati quantità di metanolo dieci volte superiori a quelle consentite dalla legge (0,16 ml in media ogni 100 ml di alcol etilico complessivo).

35 anni fa lo scandalo del "vino al metanolo". Casi in tutto il nord Italia: bloccate le esportazioni

Crescono i casi di sospetta intossicazione e di presunte morti, si moltiplicano i sequestri dalla Lombardia al Piemonte, dalla Liguria all’Emilia Romagna. Il mondo vitivinicolo implode, le vendite precipitano e la credibilità italiana tracolla con il blocco delle esportazioni in Spagna, Germania e Stati Uniti. La prima azienda a finire sotto i riflettori è la Vincenzo Odore di Incisa Scapaccino (AT), dalla quale sono partiti i bottiglioni di Barbera del Piemonte rinvenuti a casa delle vittime. Ma la Odore è semplice rivenditrice e non produttrice, per cui gli inquirenti provano disperatamente a risalire alla partita di vino incriminata. Il cerchio si stringe attorno alla cittadina di Narzole, tremila abitanti e centoventi aziende vinicole (dati del 1986, ndr). Tra le realtà più conosciute vi è la cantina di Giovanni Ciravegna, cavaliere del lavoro classe 1929, noto come il signor dudes e mes (dodici e mezzo) per la sua abilità nell’aggiustare la gradazione alcolica del vino. Da lui è partito il carico imbottigliato e rivenduto dalla ditta Odore di Incisa Scapaccino e nella sua proprietà gli inquirenti trovano 9.000 ettolitri di vino al metanolo.

Craxi stanzia 5 miliardi per far ripartire il vino

Il Tribunale di Milano emette allora un ordine di carcerazione preventiva per Giovanni Ciravegna e per suo figlio Daniele, ma l’eco inquisitoria si espande dall’Emilia Romagna alla Puglia con l’arresto di altri sofisticatori. Il 27 aprile, intanto, migliaia di viticoltori sfilano per la città di Alba difendendo il vino buono, pulito e onesto. Il Governo Craxi stanzia 5 miliardi di lire per una massiccia campagna informativo-promozionale e le produzioni, a poco a poco, ripartono nel nome delle certificazioni e delle garanzie. Sul campo, però, restano le ferite profondissime di 19 morti e 15 persone lesionate irreversibilmente, divenute cieche o ipovedenti. E se l’economia galoppa, la giustizia arranca.
Il processo si apre soltanto nel 1991 (con tutti gli imputati divenuti ormai nullatenenti) e si chiude nel febbraio del 1994 con la conferma in Cassazione della condanna a 14 anni per omicidio colposo plurimo per Giovanni Ciravegna e altri tre complici non piemontesi e l’obbligo di risarcimento di un miliardo di lire per ciascuna delle vittime. Trentacinque anni dopo, però, al “Comitato vittime vino al Metanolo” non è ancora arrivato nulla. La giustizia penale ha fatto il proprio corso, Giovanni Ciravegna è morto nel 2013 ancora convinto della propria innocenza (“Io ho comprato in buona fede da persone che conoscevo. Sofisticatore sì, assassino no”) e l’industria enologica è tornata ad essere un fiore all’occhiello dell’export italiano. Alle vittime è rimasta soltanto la rabbia dell’ingiustizia, ancora una volta nella storia d’Italia, che il tempo sta ormai trasformando in passiva rassegnazione.

servizio a cura di GABRIELE GALLO

 

L'INTERVISTA AL PRESIDENTE DEL "COMITATO VITTIME"

«Qualcuno ha lasciato perdere, vinto dalla rassegnazione»

La mamma di Roberto Ferlicca è rimasta completamente cieca dopo aver bevuto un solo bicchiere di vino avvelenato dalle sofisticazioni

Roberto Ferlicca

Roberto Ferlicca è il presidente del “Comitato vittime vino al Metanolo” fin dalla sua fondazione. Sua mamma, Valeria Zardini, ha perso totalmente la vista dopo aver bevuto un solo bicchiere di vino avvelenato. Da allora Roberto cerca di mantenere viva l’attenzione sullo scandalo del vino al metanolo attraverso articoli, interviste e libri (“Terrorismo Acido”, Il Convivio Editore, 2021).
Cosa si ricorda di quel giorno?
Mio padre mi chiamò verso le 23.30 del 6 marzo 1986 per informarmi che mia madre si era improvvisamente e inspiegabilmente sentita male ed era in preda a convulsioni tremende. Quando la vidi ricoverata all’Ospedale Sacco di Milano provai un forte turbamento: seminuda, appesa a una macchina che le purificava il sangue con gli occhi sbarrati nel vuoto. Fu lì che il primario mi informò di quanto successo e mi comunicò la sua cecità permanente.
Come avete reagito?
Malissimo ovviamente. Non potevamo accettare che una persona potesse rimanere cieca soltanto per aver bevuto un semplice bicchiere di vino del supermercato. In un istante la nostra vita precipitò per sempre. Io entrai in depressione, cominciai ad assumere psicofarmaci e per diversi mesi dormii con la luce accesa per non immaginare il buio che ormai avvolgeva lo sguardo di mia madre.
Da allora qualcuno vi ha contattati? Avete avuto modo di incrociare i colpevoli della sofisticazione?
Come famiglia e come Comitato non abbiamo avuto il conforto da parte di nessuno. Nelle aule del Tribunale di Milano abbiamo incrociato più volte Ciravegna e gli altri imputati, senza mai ricevere il loro cordoglio o la loro empatia. Anzi, Ciravegna stesso si è sempre ritenuto la prima vera vittima di quello scandalo per i danni arrecati alla sua azienda e alla sua persona.
Lei presiede il “Comitato vittime” dal 1993. Com’è stato il vostro cammino da allora?
Lungo e tortuoso purtroppo. Il Comitato è nato sotto l’impulso del Movimento dei consumatori e, in particolare, dell’avvocato Paolo Martinello, oggi presidente di Altroconsumo. Abbiamo provato fin da subito a far leva sullo Stato affinché si facesse carico dei risarcimenti vista la nullatenenza di tutti gli imputati, ma ad oggi non abbiamo ottenuto ancora nulla. A distanza di tanti anni, poi, molte delle persone rimaste cieche o ipovedenti sono ormai morte ed è persino difficile rintracciare tutti i familiari delle vittime. Qualcuno, dopotutto, ha preferito lasciar perdere, vinto dalla rassegnazione.
Anche lei è rassegnato visto il silenzio assordante di questi trentacinque anni?
Ho avuto contatti con onorevoli, ministri e sottosegretari di tutti gli schieramenti. Parole di circostanza, fredde e asettiche, ma nulla più. Anzi, la disgustosa sensazione di essere lì per elemosinare un favore e non per rivendicare un semplice diritto. Nonostante questo, tuttavia, non mi sento ancora rassegnato. Continuerò a lottare in nome di mia mamma (mancata nel 1997, ndr) e di tutte le altre vittime. Certamente, però, non ho più fiducia nella giustizia italiana. Corruzione, indifferenza, inadempienza e incompetenza regnano sovrane. Non mi rassegno come detto, ma purtroppo io e la mia famiglia possiamo affermare con certezza che no, la legge non è uguale per tutti.

 

 

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