Quando il liscio racconta una storia

Pur non essendo tra coloro che si lascerebbero trasportare su una balera abbandonandosi alle melodie di un’orchestra di liscio, quelle musiche, ora struggenti, ora vivaci, hanno lasciato un segno anche nella mia generazione sebbene meno legata a quel mondo, in cui erano invece immerse le generazioni dei miei genitori e dei miei nonni. Il liscio non è passato di moda, intendiamoci. Tuttavia, negli ultimi decenni, è stato visto dai giovani (ma anche da chi era giovane fino a qualche anno fa) come qualcosa di retro, per stile e gusto. Pochi dei miei coetanei sanno ballarlo o frequentano le sale da ballo; solo il termine “sala da ballo” porta con sé un alone particolare: l’orchestra dal vivo, per esempio, una certa eleganza, la presenza di cavalieri che invitano le dame a danzare. Un mondo completamente diverso dalla discoteca. Ho trascorso molte estati da bambina nel paese materno, arroccato in Alta Langa, e le feste del mese di agosto avevano il liscio come colonna sonora. Da bambina, guardavo quelle coppie volteggiare sulle piazze improvvisate balere, quelle signore con i tacchi, in abiti appositamente scelti per l’occasione. Mi ha sempre colpito lo stile particolare delle canzoni del liscio. Le voci, dal timbro caldo e impostato, si caratterizzano per quel peculiare gorgheggio, quelle vocali tremanti, quei finali potenti. Ricordo che sia da bambina, sia da più grande, ho sempre vissuto quelle serate con un misto di fascino e malinconia. Perché il liscio, anche quando si tratta di una polka dai passi vivaci e saltellanti, porta con sé una nota nostalgica. Forse e la nostalgia per un indefinito passato felice, per una gioventù che si avverte come remota, un tempo che non tornera più. Tornando a casa, con quelle musiche nelle orecchie, immaginavo le storie cantate in quelle canzoni, inevitabilmente calate nel passato e associate alla cornice delle colline piemontesi: amori romantici, paesaggi campestri, passioni travolgenti, cuori spezzati e cuori felici, abbandoni e lacrime: frammenti di vita, un po’ romanzata e un po’ vissuta, affidati alle stelle e alle note suadenti di una fisarmonica