«Per Aspera ad Astra(Zeneca)»: il racconto di una prof monregalese, prima e dopo il vaccino

Oggi, 28 marzo 2021, è, per me, un giorno da ricordare. All’Ospedale “Regina Montis Regalis” mi è stato somministrato il vaccino anti-covid, un passo avanti dell’umanità nella lotta contro il morbo che ci attanaglia da oltre un anno. Sono rimasta in attesa del mio turno pensando a un anno fa quando questo virus sconosciuto prendeva in ostaggio il mondo intero. L’anno scorso questo era il tempo dell’”andrà tutto bene”, ma anche del numero dei decessi in continuo aumento. Era la primavera del primo lockdown e delle mascherine, il tempo della paura e dell’incognita. Poi un’estate di quasi oblio, e ancora una nuova ondata, aggressiva e inarrestabile a cui però si aggiungeva l’inevitabile esasperazione per il collasso economico del nostro Paese. Mentre si consumava il dramma di chi ha incontrato la malattia, di chi ha dovuto chiudere le porte della propria attività destreggiandosi fra sussidi insufficienti, in un’Italia a colori, gli scienziati, testa bassa, erano al lavoro nei laboratori, alla ricerca di quella formula che oggi è una realtà. Anche il vaccino, tuttavia, ha avuto un parto faticoso e non privo di polemiche. Per settimane si sono avvicendate rubriche di approfondimento, titoli di giornale, post sui social; scienza e diceria poste sullo stesso piano. Purtroppo alcuni infausti eventi hanno reso difficile una iniziale fiducia: il lotto ritirato e la battuta di arresto del farmaco hanno gettato nel panico chi vi si era appena sottoposto e chi stava per farlo. Ma la Scienza (e lo scrivo con la S maiuscola) mantiene la calma e, per chi ha voglia di capire, esistono spiegazioni, purché si selezionino le fonti corrette. Ho imparato, per esempio, la necessità di comprendere (e accettare) che non esiste il rischio zero. È vero che gli scienziati ragionano sui numeri, con i quali io non ho grande dimestichezza, e quindi a me, che metto in gioco la mia pelle, quello “zero virgola” di possibilità che il farmaco abbia effetto disastroso sembra prevalere sugli altri dati.
Tuttavia, e mi ripeto, il rischio zero non esiste.
Mai, non solo per il vaccino.
La medicina è una scienza su cui si studia continuamente. Alla domanda “perché il vaccino è stato ritirato, se era considerato sicuro?”, la possibile risposta è che quando arrivano segnalazioni di casi anche isolati, lo scienziato serio si ferma e va a verificare ancora una volta. La relazione causa-effetto è stata esclusa, e (ma) gli studi continuano. Mi sono chiesta perché non si abbia la stessa reticenza ad assumere, per esempio, gli antibiotici. E qui entra in gioco la cultura della prevenzione. Assumere un farmaco perché si è malati, e quindi a scopo curativo, pur a conoscenza dei possibili effetti collaterali, non spaventa tanto quanto assumerne uno a scopo preventivo, come appunto il vaccino. Mentre penso a questo, il medico esamina la mia documentazione. L’iniezione è veloce e indolore, seguita da un quarto d’ora di monitoraggio precauzionale. Sapevo possibile l’insorgere di malesseri nelle ore successive; alcuni colleghi avevano avuto febbre e dolori, altri solo leggera sindrome influenzale, altri nessun disturbo. Oggi, 29 marzo 2021, registro, dalle prime ore del mattino, una leggera emicrania e la sensazione di muscoli indolenziti, che passano con del paracetamolo. Ciò che persiste, invece, è un profondo senso di gratitudine e un ritrovato ottimismo per i giorni a venire.