Il romanesco da Trilussa a Gadda

Spulciando talvolta online gli antichi numeri del L’Unione, mi trovo a scoprirvi un penchant per l’arguzia della poesia in piemontese. Per tale ragione, non stupisce che ce ne siano di ugualmente puntute in italiano: ma c’è anche il romanesco di Trilussa, spesso citato e, in un’occasione, riportato. Si tratta di “Sermone 1914”, citato su L’Unione del 17/11/1928: il poeta romanesco si rivolge a Gesù Bambino col suo solito profondo cinismo romano: “Nun guardà se all’apparenza / ciai più gente che te crede: / gli strozzini della fede / te richiemeno d’urgenza / solamente quando vonno / li vantaggi de sto monno”. Chissà che l’anonimo articolista non pensi anche, in quel 1928, a Qualcuno che un anno dopo, nel ’29, sarà proclamato Uomo della Provvidenza dopo un celebre Concordato. Di sicuro, con scopo anti-retorico, il romanesco viene usato nel 1927 di “Quer pasticciaccio brutto de via Merulana” (1946) di Gadda, dove ridicolizza la seriosità del Regime, ansioso di nascondere sotto il tappeto la polvere dei delitti che vengono a turbare la sua illusione d’ordine. Basti pensare alla forza espressiva dello “gnommero”, che l’investigatore Ingravallo usa per definire la matassa ingarbugliata del delitto, intrico che non sarebbe ugualmente misterioso e sfuggente come un più consueto “gomitolo”. Ingarbugliato per sempre, perché Gadda non terminò il romanzo: e sfumò anche il progetto di un film su sua sceneggiatura. Nel 1957, dopo la riedizione in volume, venne l’adattamento di Germi, “Un maledetto imbroglio”, poi la miniserie televisiva del 1983. Uno dei migliori omaggi è la riscrittura da parte di Benni – maestro dello sperimentalismo linguistico del neologismo ironico – nel suo “Comici spaventati guerrieri”, dove l’Italia rampante degli ’80 si sostituisce all’ambientazione originale: ma tutto il “giallo filosofico” all’italiana ha lì un suo forte debito, da Todo Modo al Nome della Rosa. Ma se la letteratura italiana ha un debito profondo col romanesco di Belli, Trilussa, Gadda, per chi scrive resterà sempre ineffabile la lingua degli indolenti centurioni romani di Asterix. Ho ovviamente letto il capolavoro del fumetto europeo anche nella sua versione francese: ma, mi spiace, senza romanesco non è la stessa cosa.

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