Dal pensiero esistenzialista francese ai Baustelle

Quella del poeta maledetto è immagine della cultura europea molto presente nel secolo scorso, e Charles Baudelaire ha contribuito significativamente ad aumentarne l’aura di suggestione. Nell’arte novecentesca di più largo consumo, la musica, tale figura ha avuto degli autentici miti: dalle morti tragiche agli episodi a tinte fosche (dalla tossicodipendenza alla violenza), la musica è ricca di personaggi “maledetti”. La poetica di Baudelaire lungo questo filone ha subìto varie (re)interpretazioni, talvolta anche un po’ forzate. La Francia, il luogo in cui i suoi testi sono stati oggetto di grandissimo approfondimento, e senza dubbio milieu artistico che maggiormente ha risentito dell’influenza del poeta.
Lo stereotipo porta a immaginare il cantante esistenzialista anni ‘60, anche se in realtà il percorso è decisamente più ampio e variegato: per quanto numerosi – e tra loro si annoverano artisti come Georges Brassens e De André (se si pensi a Le Passanti) – sono stati autori come Jacques Brel e, su tutti, Léo Ferré ad andare “a fondo” dei testi di Baudelaire. Questa attività è servita a tramandarne la tradizione, ed a conservarne, oltreché le abitudini della forma, la sostanza del percorso umano e di quello artistico che l’autore fece nella creazione delle sue opere.
Ferré durante la propria carriera vivrà tre momenti d’incontro con Baudelaire; quello più significativo sarà senza dubbio nel 1957 con l’album sul celebre poema Les Fleures du Mal, di cui L’albatros sarà l’episodio più celebre. La sua scelta fu una autentica trasfigurazione di numerose liriche alla ricerca della più pura essenza: nessuna reinterpretazione del testo, solo musica capace di accompagnare magnificamente i testi; quasi a trasmettere un messaggio chiaro all’ascoltatore, quello di entrare in contatto diretto con il testo. Allo stesso modo – ma con una reinterpretazione testuale – Francesco Bianconi nel brano Baudelaire del 2010 inserito nel disco Amen (e non sembra un caso questa doppia citazione) rifletteva su come il nichilismo moderno sia in totale e netta antitesi rispetto al senso di tragicità della vita, verso la quale l’umanità naturalmente tende e che a più riprese Baudelaire ripropone nei propri testi; volendolo sintetizzare con una battuta “visto che dobbiamo morire, e che la vita è ricca di sofferenze, viviamo ciò che accade in tutta la sua essenza”.