Mank e la Hollywood che fu

In un Oscar 2021 nel segno dell’innovazione, con tre Oscar al Nomadland di Chloé Zhao, prima donna asiatica ad aver ottenuto l’Oscar, e seconda donna assoluta dopo Kathryn Bigelow (nel 2010, con The Hurt Locker), “Mank” (2020) diretto da David Fincher rappresenta in qualche modo il segno di una alta tradizione. Un film in bianco e nero, che segue la vita dello sceneggiatore Herman J. Mankiewicz, e di cui viene premiata la fotografia di Erik Messerschmidt e la scenografia d’epoca di Donald Graham Burt e Jan Pascale. Il film riprende la tesi della critica cinematografica Pauline Kael, che nel suo articolo “Raising Kane”, uscito sul New Yorker del 1971, in occasione del trentennale della pellicola, sosteneva che la sceneggiatura (premiata con l’Oscar) va attribuita solo a Mankiewicz, e non anche al regista Orson Welles. Il film ha una storia particolare: la sceneggiatura è di Jack Fincher (1930-2003), il padre del regista David, che aveva realizzato anche la biografia filmica di Howard Hugues che era poi confluita in The Aviator di Martin Scorsese. La tesi di fondo del film è tutt’ora discussa, ma rimane un notevole omaggio a quelle figure del cinema, a partire dagli sceneggiatori, che sono state sacrificate alla “dittatura del regista”. Al di là dell’aspetto “sensazionalistico” (la disputata paternità di un film che è forse il più iconico in assoluto della storia del cinema stesso), il film è un meraviglioso sguardo sul dietro le quinte del grande cinema e un’indagine sul modo in cui finzione filmica e realtà si intersecano, perché le vicende di Mank si incrociano con quelle di Hearst, il magnate della stampa che ha ispirato la figura del “Citize Kane”. Il tutto, ovviamente, intrecciato con la propaganda e le battaglie elettorali per il controllo del potere politico a partire dal potere mediatico, esattamente come nel film: generando, però, un infinito e affascinante gioco di specchi tra realtà storica, reinterpretazione, citazionismo in cui è comunque adorabile perdersi per lo spettatore cinefilo innamorato da quell’età dell’oro. Un’opera affascinante e un po’ melanconica in un’epoca in cui il cinema sta modificandosi precipitevolmente, tra nuove istanze sociali e trasformazioni tecniche e produttive (lo stesso film, nell’era Covid, è andato in onda su Netflix, paradossale quasi per quello che è un canto del gran cinema andato: come un’ironia della storia l’Oscar in più rispetto al modello, rimasto a uno). La Hollywood aurea imbocca il suo viale del tramonto, e lo fa con grande stile.