IRA: la babele della densità del mare

Difficile dire se il nuovo album di IOSONOUNCANE, uscito lo scorso venerdì, potrà essere considerato come era avvenuto nel 2013 con DIE, uno dei migliori album del decennio. Ciò che è sicuro è che IRA è sicuramente uno dei dischi italiani più atteso negli ultimi anni ed ai primi ascolti anche in questa opera Jacopo Incani dimostra di essere un artista che abbia qualcosa da dire al mondo della musica.

Forse fuori dai canoni estetici e dal mainstream, ma sicuramente un'idea di dialogo con l'ascoltatore tutt'altro che banale.

Il contatto con la sua terra di origine, la Sardegna resta, ma in quest'opera si torna ad alzare l'asticella, si torna ad osare, sotto più punti di vista. E se in DIE l'affresco paesaggistico pareva quello della terra di Sardegna, con i suoi colori, il blu di una notte stellata, gli odori della campagna, il rumore degli stormi che arrivano al mare, in questo nuovo disco la prima immagine che compare davanti agli occhi è quella del mare, un mare blu, profondo, denso, in cui ci si tuffa, in cui le voci sono ovattate e attutite dalla lontananza con la terra ferma ed in cui si va in profondità, a cercare quelle tonalità e densità di mare in cui la luce è fioca, la luce si spegne, in cui il colore prevalente diventa quasi nero.

Incani ha voluto raccontarci il suo distaccamento in epoca di pandemia? Difficile perchè il disco è stato concepito, registrato e realizzato tra il 2018 e il 2019; sarebbe dovuto uscire intorno alla fine di aprile dello scorso anno e si è preferito al contrario aspettare questi 13 mesi, nei quali si è visto di tutto e di più.

Non si può dunque dire che l'album preconizzi il nostro mondo, ma sicuramente è un album che mette in luce – come fosse un ossimoro – l'eccessivo rumore di sottofondo a cui siamo sottoposti e dal quale veniamo quotidianamente bombardati. La voce sta sempre “indietro” rispetto al tappeto sonoro costruito da Incani e banda (sì, per questo terzo lavoro l'artista sardo ha deciso di fare un lavoro molto più corale). La lingua stessa usata nel disco è un grammelot preciso e scandagliato di italiano, francese, spagnolo, inglese, parole messe insieme una dopo l'altra, con un senso, ma alle quali per capirne il senso bisogna fare attenzione, dare importanza, fermarsi, leggere. Il rischio è quello di venire soffocati e oppressi dalla loro densità.

L'opera di IOSONOUNCANE è a dir poco tentativo monstre, impegnativa se si pensa che i brani pubblicati sono più di 15 – la versione del vinile è disposta su tre distinti dischi – ed ognuno non va mai sotto i 4' di durata; serve tempo per un ascolto attento, e non è neanche tanto facile riuscire a trovarne a sufficienza per potercisi dedicare completamente per quasi due ore. Quale l'esigenza e quale forse il tentativo: da un lato di sicuro il bisogno di presentare un materiale che si era andato via via sedimentando nel corso degli anni, viene da pensare che la scelta possa anche essere stilistica, volutamente in direzione ostinata e contraria rispetto a dove sta andando l'abitudine dell'ascoltatore, frettoloso e interessato a dedicare al massimo pochi minuti della sua attenzione, magari attraverso una piattaforma streaming, all'ascolto.

Perchè mondo è una babele di parole, un mare denso nel quale nuotiamo, ed in cui si fa fatica a non affondare.

 

Per capire qualcosa in più si consiglia l'ascolto del disco e la visione del documentario ai link qui sotto:

 

https://www.youtube.com/channel/UC9WkjUaEHEuVcQvK6u5boqQ

https://www.nexodigital.it/iosonouncane-caravan/