Genova per noi, 20 anni dopo – INTERVISTA

A tu per tu con Fabrizio Ascheri e Mauro Ravarino, testimoni oculari dei fatti del G8 di Genova. I ricordi, le storie ed i pensieri, ma soprattutto cosa è rimasto di quell'esperienza e come trasmetterla alle giovani generazioni?

 

Fabrizio Ascheri e Mauro Ravarino hanno vissuto in prima persona i fatti di Genova. Fabrizio Ascheri è un monregalese che lavora come educatore professionale nel terzo settore, in una Cooperativa Sociale. All'epoca dei fatti di Genova, poco più che trentenne, lavorava: si spostò il sabato; fecero il viaggio in due, lui e quella che poi sarebbe diventata sua moglie, con il pullman organizzato dalla Federazione di Cuneo di Rifondazione Comunista: lui era tesserato, lei no.

Mauro Ravarino è oggi un giornalista che opera all'Ufficio Stampa dell'Università di Torino, ha lavorato per testate nazionali come Il Secolo XIX, LaPresse e collabora dal 2008 con il Il Manifesto, per la cui testata si è occupato in particolare di temi di carattere sociale e ambientale. Ha curato la nuova edizione de “La guerra in casa” (Einaudi, 2020) di Luca Rastello. Come videomaker ha realizzato i documentari “Mare Mosso” e “Lontano dai confini”. È inoltre autore di due libri: "Terzo valico. L'altra TAV" (Round Robin Editrice, 2015) e “Al di sotto della legge“ (Edizioni Gruppo Abele, 2015). In quest'ultimo libro, da persona che affrontava il “trauma” di Genova, si è dedicato ad una conversazione aperta con Luigi Notari, poliziotto, già segretario Siulp, che ha ripetutamente contestato il conformismo della Polizia e fu il primo a esprimersi dopo la Diaz, evitando il riferimento ambiguo alle mele marce ma sostenendo problemi sistemici riferiti a formazione, mentalità, gerarchia e trasparenza in un corpo che con la riforma del 1981 si è smilitarizzato ed è un'istituzione importante dello Stato. Nel 2001 Mauro aveva 22 due anni, studiava all'Università, guardava con curiosità militante il mondo dei “Movimenti” e partì da Vercelli su di un pullman organizzato dalla Camera del Lavoro.

 

 

Se si trattasse di raccontare a chi non ha potuto vedere neanche alla TV quegli eventi (pensiamo a tutti quelli nati dopo il 1995 e che difficilmente hanno memoria di quei fatti), cosa raccontereste?

F.A.: Che Genova fu un evento storico, un fatto che segnò il presente e segna ancora il futuro. Non ci fosse stata una repressione brutale del movimento, soprattutto della grande parte più "organica" alla società che praticava nonviolenza e resistenza passiva come forme di lotta, probabilmente quel grande movimento sarebbe durato molti più anni e avrebbe ottenuto qualche cosa dagli Stati nazione e dagli organismi sovranazionali.

M.R.: Racconterei che, a cavallo tra i due secoli, c'è stata una mobilitazione internazionale di massa che ha immaginato un mondo diverso e ha messo in luce questioni nodali che sono venute successivamente e palesemente a galla: l'aumento delle diseguaglianze, lo strapotere delle multinazionali, la finanziarizzazione dell'economia, i cambiamenti climatici in corso, la delocalizzazione delle aziende e lo sfruttamento del Sud del mondo da parte del Nord del pianeta. Io partii da Vercelli con un pullman della Camera del Lavoro. Il giorno prima avevo preparato uno striscione con una frase dello scrittore indonesiano Yusuf Bilyarta Mangunwijaya “Puoi non vedere ancora nulla in superficie, ma sottoterra il fuoco già divampa”. Allora si diceva che quel modello di sviluppo avrebbe portato solo a ulteriori crisi economiche, ambientali e sanitarie, vedi, per esempio, l'ultima pandemia. Si lanciava un allarme e si invocava un cambio radicale di paradigma politico-sociale: un altro mondo possibile.

Cos'è rimasto di quei giorni, delle gioie del giovedì e delle ferite create dai fatti del venerdì e del sabato?

F.A.: È rimasta amarezza e dolore. Una grande energia creativa dispersa, annichilita a causa delle violenze, criticata dai racconti standardizzati che filtravano anche ai nostri famigliari (“C'erano i violenti che spaccavano le vetrine, quindi non eravate i buoni, oppure ve la siete cercata”) e poi progressivamente dimenticata a causa dei mezzi di comunicazione di massa per cui se non c'era la violenza non faceva più notizia. Eppure dopo il 2001 ci fu Firenze con il social forum europeo e Porto Alegre con il forum mondiale. O il grande movimento contro la guerra.

M.R.: Quel movimento, che si chiamava “il movimento dei movimenti” per descrivere la sua natura eterogenea, è stato represso duramente, perché faceva paura, perché chiedeva un cambio di sistema non del greenwashing. Sono rimaste le cicatrici – d'altronde la Diaz, Bolzaneto, la morte di Carlo Giuliani rappresentarono un vuoto democratico senza precedenti –, un certo disincanto, ma quelle giornate hanno sparpagliato semi di impegno e di contenuti: gli anni successivi sono stati densissimi di mobilitazioni, vedi, per esempio, le manifestazioni per la pace (Genova arrivò due mesi prima del l'11 settembre) o quelle dei lavoratori. La piazza aveva ancora un valore. E i temi, all'inizio dileggiati, sono tuttora di attualità e sono quelli con cui si è confrontata quella parte della società che ha provato a costruire un mondo più giusto.

C'è corrispondenza tra ciò che oggi si sente del “avevano ragione loro!”, quando si accomuna il movimento sorto attorno al Global Forum a inizio Millennio e quanto invece proposto da un movimento come "Fridays for Future"?

F.A.: Secondo me sono due soggetti differenti anche se i temi ambientali sicuramente li accomunano. Sinceramente non conosco benissimo i Fridays for Future, mi sembra però un movimento meno connotato. Non che l'ambiente non sia politico, tutt'altro, ma nel forum mondiale si parlava di redistribuzione e lotta alla povertà, di autogoverno dei territori attraverso la democrazia partecipativa, di flussi migratori e dignità degli ultimi. Quel movimento per usare delle categorie mi sembra si potesse dire che fosse ecosocialista.

M.R.: Spero che lo slogan “avevano ragione loro” non sia una laudatio funebris. Ben vengano movimenti come Fridays for Future, sicuramente ci sono elementi di continuità con quelle lotte. Però, il movimento no global o altermondialista era profondamente anticapitalista, la questione di classe e la critica al modello economico erano strutturali e coalizzavano pezzi di società diversi.

Quanto c'è di retorica, e quanto invece di "vero"?

F.A.: Di retorica poco direi. Gli squilibri persistono, aumentano e chi ha di più ha sempre di più. Allora era che il 20% della popolazione controllava l'80% delle risorse. Oggi anche di più. La temperatura media del pianeta è salita e sale ancora. Il clima ci sfugge e spesso crea disastri. Le guerre continuano e la globalizzazione dell'economia si è semplicemente estesa a tutti i settori non solo alla mera produzione di un bell'oggetto a bassissimo costo.

M.R.: C'è un riconoscimento postumo, bisogna darne atto, ma non un'autocritica. Ora si parla di transizione ecologica, c'è pure un Ministero che si chiama così, un'espressione che sa di ristrutturazione di sistema, non di un cambio di sistema come chiedeva il movimento di Genova.

Si è parlato a sufficienza nell'ultima settimana a tuo avviso del G8 del 2001; cosa manca secondo te in questo tipo di narrazione?

F.A.: Ho seguito poco le memorie in televisione. Ho visto solo un programma martedì in seconda serata a cura di Franco Di Mare ("Frontiere", su Rai3; ndr. Si può facilmente trovare su Raiplay). Abbastanza coraggioso visto il personaggio. Non ha avuto paura di impostare il ricordo sugli abusi della polizia. Ho invece seguito dei podcast di Radio3 ("il Salto", a cura di Sara Menafra) e del settimanale Internazionale ("Limoni", a cura di Annalisa Camilli). Livello altissimo, commozione e la magia della radio.

M.R.: Se n’è parlato molto devo dire, forse più che per l'anniversario dei dieci anni. Ci sono stati prodotti editoriali multimediali molto belli, come “Limoni” di Internazionale. Si incomincia ad affrontare quell'esperienza in chiave anche più storica, visti i vent'anni trascorsi. Pure i maggiori quotidiani hanno dedicato paginate al ricordo non senza retorica, dimenticando, per esempio, quanto il movimento venne criminalizzato. Manca una riflessione matura sui “se”, che possono essere strumenti di analisi utili a progettare il futuro, se si fossero ascoltate quelle istanze come sarebbero andate le cose? Genova resta, inoltre, un campanello d'allarme per le nostre democrazie, perché quel che è successo in termini di repressione purtroppo potrebbe ripetersi. Non sono state affrontate seriamente le questioni della formazione e della mentalità delle forze di polizia, tema di cui mi sono occupato in "Al di sotto della legge" (Edizioni Gruppo Abele, 2015), conversando con Luigi Notari, poliziotto, già segretario del Siulp.

All'epoca eri un attivista; cosa è cambiato nel tuo modo di vedere quei fatti? e come li guardi oggi, a parte la nostalgia?

F.A.: È passato molto tempo e come accennato le narrazioni sui fatti, unita a quelli successivi come l'11 settembre o le guerre in Afghanistan e Iraq hanno contribuito a fare dimenticare la portata del Movimento. Devo dire che a questo si è aggiunta la sensazione terribile di impotenza ogni volta che un processo sui fatti andava in vacca. La mia visione non è cambiata. Per stoppare quel movimento serviva sospendere temporaneamente lo stato di diritto e fare quadrato sui responsabili in modo che la gestione dell'ordine pubblico ne uscisse impunita.

M.R.: Genova è stata per me un rito di passaggio, una perdita dell'innocenza. Il mio idealismo faceva i conti con la realtà. Quell'esperienza, ma dovrei dire quegli anni perché è stato un percorso a portarmi a Genova, restano fondamentali per quello che sono ora. Mi ha insegnato uno sguardo critico e attento alle complessità, un approccio che tento di preservare anche nel mio lavoro di giornalista. Di allora rimpiango quel sentimento di partecipazione e impegno, che non ho più provato. L'eterogeneità di quel movimento ti dava la possibilità di sentirti parte di qualcosa senza bisogna di troppe etichette. Una condizione ideale per uno come me che ha sempre avuto problemi di appartenenza. Le cicatrici di allora, anche per me che non ho subito violenza fisica, hanno, però, maturato una sottile disillusione. Genova è stata una grande occasione, in parte persa.

L'eterogeneità di quel movimento mostrò un elemento a cui si tende a dare poca importanza, a mio modesto parere: le radici erano fondate su un'esperienza culturale ampia e radicata, in cui la cultura aveva un peso importantissimo, al pari di quelle che erano le posizioni politiche, quelle ideologiche, e di realizzazione. Oggi di questa dimensione "culturale", sembra sempre che se ne possa fare un po' a meno; cosa ne pensi?

F.A.: Penso che ci fosse una bella concentrazione di intellettuali in quel Movimento. Penso però che più dei singoli contassero i gruppi e le reti che li tenevano insieme. Una sinistra plurale, poco istituzionale e molto movimentista, le Associazioni e il terzo settore, parti progressiste del mondo cristiano e religioso in genere.

M.R.: Su tanti aspetti il movimento no global è stato precursore, vedi l’uso delle nuove tecnologie quando ancora non c’era un controllo totale del campo da parte delle multinazionali, ecco l’esempio di Indymedia, che nella ricerca della verità arrivò prima dell’ingessata televisione, tipo sulle cause della morte di Carlo Giuliani quando Bruno Vespa parlava ancora del sasso lanciato. Questo avvenne grazie a una diffusione capillare degli strumenti di riproduzione tecnica che a Genova segnò un passaggio storico (le più economiche videocamere handycam), che ha contaminato il cinema e l’informazione. Tornando alla dimensione culturale, alle radici teoriche di quel pensiero eterodosso ci sono stati tanti intellettuali, da Noam Chomsky a Naomi Klein, ma c’era anche una partecipazione culturale attivissima. Tutto partì da Seattle, che poco prima era stata la capitale del grunge.

Con una battuta, cosa diresti al te di allora che non ha ancora preso quel pullman che lo avrebbe portato a Genova?

F.A.: Andammo in pullman con un gruppo organizzato il sabato e tornammo la domenica per conto nostro. Gli direi di proteggere molto di più il proprio corpo e ai primi sentori di trappola di scappare. Prendemmo le botte perché fummo troppo curiosi e ottimisti.

M.R.: Se l'avessi perso me ne sarei pentito. Quindi, è stato meglio così.

 

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