TOdays 2021 – il Rock, una musica estrema e suoi confini

Il genere per anni considerato di rottura è ancora “estremo”? Quali sono le sue declinazioni ed i mondi che lo popolano, il festival torinese ce lo racconta

Se nella prima serata lo sguardo del TOdays è andato ad abbracciare diverse declinazioni di un mondo ampio come il pop-rock, nella prima parte della seconda serata invece ci si è concentrati sulle diverse declinazioni della corrosività del rock. Per troppo tempo ci si è abituati a vedere in questo genere i suoi fattori più confortanti e compiacenti, ma la sua origine era invece quella di rottura rispetto al passato. In questo tipo di accezione la seconda serata del TOdays ci porta all'anima originale ed a quelli che oggi potremmo definire alcune delle linee (perchè i sottogeneri saranno numericamente più di un centinaio) estreme del rock, o per lo meno ai suoi confini, là dove un mondo di sorpresa è ancora possibile.

Non è complicato definire cosa facciano gli I Hate My Village (Adriano Viterbini dei Bud Spencer Blues Explosion; Marco Fasolo, dei furono Jennifer Gentle; Fabio Rondanini già Afterhours e Calibro 35; Alberto Ferrari dei Verdena). I loro sono prorompenti barriti da elefanti, roboanti scalpitare di zoccoli di antilopi, zebre e giraffe al galoppo, stridori e lacerazione di carni tra le fauci di un leone e lento rovesciarsi degli ippopotami in acqua. Il mondo della savana diventa rock e trascina l’ascoltatore in un vortice di ritmi e suoni travolgenti. Mai rock italiano è stato ricco di sonorità da tutto il mondo – la chitarra blues di Viterbini sembra un laud delle popolazioni sudsahariane in versione decisamente elettrica – e così sorprendentemente vitale. La band super gruppo trascende la musica e pure sè stessa, per il puro gusto del suono e del suonare assieme. Chi è venuto per loro sapeva perfettamente ciò che si aspettava ed è stato piacevolmente sorpreso dalla capacità dei musicisti di trascinare così tanto il pubblico con un concerto rock strumentale denso, senza pause e che avrebbe meritato uno spazio temporale assai più lungo. Per gli avventori meno preparati non hanno potuto fare a meno di venire travolto dalla carica adrenalinica e nel finire del live muovevano tutti a tempo la testa, ai suoni del collettivo messo insieme da Marco Fasolo.

Premio: gli Eagles of Death Metal je fanno ‘na pippa

E se gli I Hate My Village ci hanno portato ad essere presi sotto una corsa sfrenata di branchi di animali della savana impazziti o inferociti, i Black Midi ci hanno portato su di una scena del più violento film di Bruce Lee, nella più lunga scazzottata da saloon di un film di Bud Spencer o sul ring del peggior scontro di Mohamed Ali: in questo contesto l’ascoltatore però non è il buon vecchio Cassius Clay, ma lo sparring partner che viene preso a sganassoni dall’inizio alla fine. La musica dei Black Midi è difficilmente classificabile, viene definita post punk, ma è qualcosa anche di più estremo (e di cui a volte non si capisce fino in fondo il motivo di così tanto contenuto): un po' noise, post hardcore per certi versi, ma anche punk-jazz, heavy blues, e chi più ne ha, ne metta.
Una seratina tranquilla insomma, in cui difficilmente ci si annoia, che difficilmente concilia al sonno, o non certo dedicata a chi era alla ricerca di pace e raccoglimento.

Premio: premio Bruce Lee dei ritmi sincopati

E come per magia, a fare da contraltare allo sviluppo della serata, ed a toccare l’altro estremo della deriva del rock la proposta di Theo Teardo nel progetto La Jetée: nuova sonorizzazione del cortometraggio di inizio anni ‘60 firmato da Chris Marker. La musica si trasforma nuovamente in suoni, ma questa volta non per turbare fisicamente nel profondo l’orecchio dello spettatore, ma per accompagnare le immagini, prima in una reinterpretazione di cui Teardo ha curato anche la regia (con la presenza di Liliana Cavani e Michele Riondino, protagonista de il Giovane Montalbano) a colori, e nella seconda fase (nella versione originale del film) in bianco e nero, di un racconto in un presente futuribile post terza guerra mondiale in cui si approfondisce il mondo di oggi e quello di ieri, il tempo e la storia, l'uomo e sua essenza. Un percorso in un mondo distopico – quello della realtà narrata, così come quello della musica – che non è più fatto di corsa, nè tanto meno vede “botte (sonore) da orbi”, ma che incede con passo lento, talvolta dissonante, continuo e costante, sempre elegante. Quello costruito da Teardo è un tappeto sonoro che chiude perfettamente il cerchio del percorso lungo gli estremi del rock che fa TOdays e che viene sintetizzato in maniera perfetta in una delle battute principali del film: “Precluso il futuro, la speranza è nel passato. Precluso lo spazio, il futuro è nel tempo”.

Premio: futuro distopico, in presente dissonante

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