Cerca

ultima ora

ultime notizie

OGGI

Scappati da Kabul, ora la loro casa è a Carrù

Afghanistan
Lui ha un bel lavoro, come architetto presso l’ambasciata italiana, lei buone possibilità di carriera, le mancano pochi esami alla laurea d’architettura all’Università di Kabul, Afghanistan. Ma, in un posto di mondo così, tutto è stato stravolto in 20 giorni. Mehran Arib (39 anni) e Mahsa Khatibi (33) ce lo raccontano un po’ in dari, una delle due lingue ufficiali in Afghanistan, e un po' in inglese assieme ai loro due bellissimi bambini: Yosuf ha 10 anni e la sorellina Afrah 7. Ora la loro nuova casa è a Carrù, in uno degli alloggi piccoli e accoglienti in piazza Perotti. Sono una delle due famiglie ospitate in paese, accolte dalla Cooperativa “Alpi del Mare” su disposizione della Prefettura di Cuneo. In tutto sono arrivate, lo scorso mercoledì sera, otto persone, mentre una terza famiglia più numerosa, con i loro cinque figli, è attesa nei prossimi giorni. Hanno fatto un lungo viaggio, senza toccare per giorni un letto “vero”, come ci spiegano i due soci della Cooperativa, Marino Pianezze e Andrea Chiera. Assieme a loro c’è Yasser, ragazzo afgano di 29 anni, cattolico che è scappato dal suo Paese già 5 anni fa e ora, sfruttando la sua grande conoscenza delle lingue, fa da mediatore culturale. Anche il sindaco Nicola Schellino ha voluto dare, nella giornata di venerdì, un primo saluto simbolico ai giovani genitori Mehran e Mahsa da parte della cittadinanza. «Chi scappa a piedi viene ammazzato» Sono riusciti a partire da Kabul, nel caos di quei giorni all’aeroporto internazionale, grazie a un volo tedesco che ha fatto scalo a Francoforte. Da qui sono poi decollati a Roma, quindi il viaggio in pullman fino ad Alessandria, dove sono stati presi in cura dalla Croce Rossa della provincia di Cuneo. Il periodo di quarantena obbligatorio lo hanno trascorso con il «massimo riserbo» a Chiusa Pesio. Ora abitano di nuovo in una casa loro, in un Paese straniero che non conoscono ma apprezzano. «L’Italia – spiega Mehran – ha fatto tanto in Afghanistan, ci ha aiutato a costruire autostrade e fabbriche. Ora è tutto finito». È una frase che si ripete spesso. Chi ha avuto la fortuna di scappare lo ha fatto. «Io lavoravo con gli occidentali, per questo siamo marchiati e considerati traditori. I primi che i talebani vanno a prendere casa per casa e uccidono». Una volta terminati i voli, la stessa sorte spetta a chi prova a scappare a piedi in Iran. Come il fratello di Yasser, che è ancora a Kabul: «Ha pagato 300 dollari ai trafficanti per fuggire. Ma alla fine ha solo perso i soldi e non sono riusciti a passare. È troppo pericoloso». Sul telefonino Yasser ha salvato i video impressionanti di una fila di uomini inginocchiati davanti al plotone d’esecuzione dei talebani. In un’altra clip, filmata direttamente dal fratello, si vede la tragedia dei morti e feriti subito dopo l’attentato kamikaze all’aeroporto di Kabul dello scorso 26 agosto.   I bimbi e la scuola in Italia  Mahsa, la moglie di Mehran, studiava all’Università e, con lei, tante altre ragazze. Di loro ora ha perso i contatti. «Anche mia sorella è ancora in Afghanistan, non sa come scappare. L’Università adesso è chiusa, dovrebbe riaprire a breve ma non si hanno certezze. Nel mio corso c’erano sia ragazze che ragazzi». La sua prima preoccupazione adesso è rivolta ai bimbi. «Ci piacerebbe farli andare a scuola qua, a Carrù e in Italia». All’Afghanistan è impossibile pensare come a un posto a cui tornare. «Da 2-3 anni avevamo il timore di quello che sarebbe potuto succedere – spiega ancora Mehran –, tutti lo sapevano. Gli Stati Uniti hanno finanziato il governo di Ashraf Ghani e le forze di Polizia, ma il presidente ha preso i soldi e basta. E all’arrivo dei talebani è scappato». A bordo – si dice – di un elicottero pieno di dollari. Un viaggio tutto diverso rispetto alla famiglia Arib che ci saluta con riconoscenza, in inglese. Facevano parte di quella classe intellettuale di Kabul, a cui l’Italia ha teso la propria mano. Adesso il filo del loro destino, arrivato da una situazione di piena emergenza fino alla “porta della Langa”, è ancora tutto da definire. Chi arriva «Scossi e molto provati, soprattutto gli adolescenti» C’è chi era manager di un’azienda tedesca di tappeti e vede l’Italia solo come un passaggio per raggiungere la Germania. O una famiglia che lavora a stretto contatto con Parigi e l’ambasciata. L’uno ospitato a Torre, gli altri a Murazzano. Tutti i profughi afgani arrivati hanno svolto la quarantena tra Chiusa Pesio e il “Montserrat” di Borgo. Poi vengono smistati nei vari Comuni: Mondovì, Murazzano, Torre e nel Cebano (sotto altre cooperative). «Alcuni sono scesi dai pullmini senza scarpe. Sono tutti molto provati, hanno bisogno di essere protetti. Gli adolescenti specialmente, ci sono ragazzi che sorridono e poi di colpo scoppiano a piangere», racconta Vanessa Da Silva, operatrice sociale nella Cooperativa. Chi li ospita «Ci siamo dovuti organizzare in tempo record» La Coop. “Alpi del Mare” di Mondovì gestisce, a Carrù, anche il Cas in viale Vittorio Veneto dove risiedono una quindicina di richiedenti asilo, tutti maschi, subsahariani o di nazionalità pakistana. Mentre gli afgani sono ospitati in alloggi autonomi. «La soluzione più congeniale, visto che si tratta di unità famigliari», spiega Marino Pianezze. L’organizzazione è stata a tempo record: al pomeriggio alle 17 è arrivata la comunicazione dalla Prefettura e alle 4 di notte sono già arrivati i primi profughi nello stabile di Chiusa Pesio dove erano intanto stati trasportati i letti. «Al momento – fanno sapere dalla Cooperativa – non sono necessarie raccolte di abiti, giochi, e così via, anche perché non si sa quanto tempo resteranno in paese le famiglie». Il personaggio La storia di Yasser, morto “per finta” Yasser, che ora lavora come mediatore culturale, è scappato dall’Afghanistan 5 anni fa, lasciando la mamma e i fratelli. In Italia ha ottenuto lo status di rifugiato politico. Per non avere ripercussioni, i suoi famigliari fecero stampare un suo “necrologio”, fingendo fosse morto. Dopo anni di lontananza ha potuto riabbracciare la mamma in Iran qualche anno fa, dove lei nel frattempo era riuscita a rifugiarsi. Il fratello vive tuttora a Kabul, proprio vicino all’aeroporto.
Resta aggiornato, iscriviti alla nostra newsletter

Edicola digitale

Aggiorna le preferenze sui cookie
x