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06 Settembre 2021 - 09:41
I bimbi e la scuola in Italia
Mahsa, la moglie di Mehran, studiava all’Università e, con lei, tante altre ragazze. Di loro ora ha perso i contatti. «Anche mia sorella è ancora in Afghanistan, non sa come scappare. L’Università adesso è chiusa, dovrebbe riaprire a breve ma non si hanno certezze. Nel mio corso c’erano sia ragazze che ragazzi». La sua prima preoccupazione adesso è rivolta ai bimbi. «Ci piacerebbe farli andare a scuola qua, a Carrù e in Italia». All’Afghanistan è impossibile pensare come a un posto a cui tornare. «Da 2-3 anni avevamo il timore di quello che sarebbe potuto succedere – spiega ancora Mehran –, tutti lo sapevano. Gli Stati Uniti hanno finanziato il governo di Ashraf Ghani e le forze di Polizia, ma il presidente ha preso i soldi e basta. E all’arrivo dei talebani è scappato». A bordo – si dice – di un elicottero pieno di dollari. Un viaggio tutto diverso rispetto alla famiglia Arib che ci saluta con riconoscenza, in inglese. Facevano parte di quella classe intellettuale di Kabul, a cui l’Italia ha teso la propria mano. Adesso il filo del loro destino, arrivato da una situazione di piena emergenza fino alla “porta della Langa”, è ancora tutto da definire.
Chi arriva
«Scossi e molto provati, soprattutto gli adolescenti»
C’è chi era manager di un’azienda tedesca di tappeti e vede l’Italia solo come un passaggio per raggiungere la Germania. O una famiglia che lavora a stretto contatto con Parigi e l’ambasciata. L’uno ospitato a Torre, gli altri a Murazzano. Tutti i profughi afgani arrivati hanno svolto la quarantena tra Chiusa Pesio e il “Montserrat” di Borgo. Poi vengono smistati nei vari Comuni: Mondovì, Murazzano, Torre e nel Cebano (sotto altre cooperative). «Alcuni sono scesi dai pullmini senza scarpe. Sono tutti molto provati, hanno bisogno di essere protetti. Gli adolescenti specialmente, ci sono ragazzi che sorridono e poi di colpo scoppiano a piangere», racconta Vanessa Da Silva, operatrice sociale nella Cooperativa.
Chi li ospita
«Ci siamo dovuti organizzare in tempo record»
La Coop. “Alpi del Mare” di Mondovì gestisce, a Carrù, anche il Cas in viale Vittorio Veneto dove risiedono una quindicina di richiedenti asilo, tutti maschi, subsahariani o di nazionalità pakistana. Mentre gli afgani sono ospitati in alloggi autonomi. «La soluzione più congeniale, visto che si tratta di unità famigliari», spiega Marino Pianezze. L’organizzazione è stata a tempo record: al pomeriggio alle 17 è arrivata la comunicazione dalla Prefettura e alle 4 di notte sono già arrivati i primi profughi nello stabile di Chiusa Pesio dove erano intanto stati trasportati i letti. «Al momento – fanno sapere dalla Cooperativa – non sono necessarie raccolte di abiti, giochi, e così via, anche perché non si sa quanto tempo resteranno in paese le famiglie».
Il personaggio
La storia di Yasser, morto “per finta”
Yasser, che ora lavora come mediatore culturale, è scappato dall’Afghanistan 5 anni fa, lasciando la mamma e i fratelli. In Italia ha ottenuto lo status di rifugiato politico. Per non avere ripercussioni, i suoi famigliari fecero stampare un suo “necrologio”, fingendo fosse morto. Dopo anni di lontananza ha potuto riabbracciare la mamma in Iran qualche anno fa, dove lei nel frattempo era riuscita a rifugiarsi. Il fratello vive tuttora a Kabul, proprio vicino all’aeroporto.Versione web de L'"Unione Monregalese", settimanale cattolico di informazione, notizie ed opinioni di Mondovì. Iscr. n°8 Reg. Canc. Trib. di Mondovì del 05-04-1951.
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