Un “Purgateuri” rustico: l’impresa di Nicola Duberti

La traduzione del Ventiseiesimo canto del Purgatorio viene operata dall’artista e ricercatore in monregalese: un libro, edito da Cem, ricco di finezze, da leggere, rileggere e gustare come un buon vino

Aveva destato sorpresa e curiosità l’apparizione in città di una serie di intriganti e curiosissimi manifesti: terzine dantesche, tradotte nell’idioma che si parla sulle rive dell’Ellero. Il monregalese rustico delle borgate di campagna, leggermente diverso da quello più “altezzoso” e più simile al torinese, parlato nella parte alta della città. È il “volgare” scelto da Nicola Duberti per tradurre il ventiseiesimo canto del Purgatorio di Dante Alighieri, un’idea nata dall’amicizia con il dottor Giovanni Cera, medico e collezionista di traduzioni dantesche. Per il Dantedì del settecentesimo anniversario dalla morte del poeta, Cera ha commissionato a Duberti la traduzione di un canto della Commedia, poi utilizzato per una singolare sfida lanciata ai monregalesi. Indovinare l’autore della traduzione, il canto tradotto e riordinarlo nella giusta sequenza, visto che è stato smembrato nei vari manifesti in giro per la città. L’impresa è diventata un libro, edito da Cem, con la prefazione del professor Ernesto Billò. In “Ël Purgatori ëd Dant - Cant ch’o fà vinteses” è possibile immergersi in un lavoro raffinatissimo e geniale, di trasposizione dal coloratissimo fiorentino dantesco a un monregalese che si riscopre altrettanto duttile. È davvero un piacere da cultori, anche del dialetto, notare le scelte operate da Duberti non solo dal punto di vista lessicale, ma proprio delle varianti linguistiche. Ricercatore in dialettologia, violese di origine e monregalese da una vita, a Nicola Duberti la conoscenza estremamente approfondita della lingua e delle sue varianti locali ha consentito di individuare una corrispondenza anche con le sfumature della lingua di Dante, con esiti davvero gustosi, tutti da apprezzare con un’attenta lettura. La chicca assoluta del lavoro però è nella scelta del canto in cui compare Arnaut Daniel che, come è noto, si esprime in provenzale nell’opera dantesca. La scelta dello studioso violese qui è quella di far parlare in kyè il poeta francese, suggerendo un parallelismo tra i due dialetti, su cui è interessante riflettere.
Nella prefazione il professor Ernesto Billò ricorda sommariamente le esperienze di traduzione vernacolare della Commedia di Dante, dal milanese Carlo Porta ai piemontesi Luigi Riccardo Piovano di Perosa Argentina e Oreste Gallina, autori rispettivamente di un integrale e di un primo canto dell’Inferno, con tanto di rime. «Anche il saluzzese prof. Silvio Einaudi, raffinato poeta e studioso, che non aveva arretrato di fronte al Cantico di Re Salomone, né al visionario Garcia Lorca, aveva dato il meglio che si potesse dare con canti della Commedia in piemontese – scrive Billò –. Tanti anche gli spunti per parodie: per esempio quella con cui Celestino Calleri celebrò in termini tutti positivi la Carrù di inizio ‘900: “Per me si va nella città nascente/ per me si va in Carrù borgo italiano/ per me si va tra la più buona gente”». «Il monregalese rustico è la varietà di piemontese che si estende dalle frazioni di Mondovì fino ai paesi dell’immediato circondario – precisa Nicola Duberti nell’introduzione al testo, passando in rassegna le peculiarità della lingua – Rispetto al piemontese di Mondovì Città conserva caratteristiche più specificamente locali e risulta meno influenzato sia dal piemontese di koinè – modellato, come è noto, sul torinese – sia dall’italiano. Per fare solo una manciata di esempi, nel monregalese rustico abbiamo lacc per latte, dove il monregalese urbano ha oggi lat, neucc, dove il monregalese urbano dice neut, fregg “freddo” al posto dell’urbano freid, che peraltro condivide con la koinè».