Bene Vagienna: accolitato per Cristiano Bellino e Adriano Stefanoni

Nella Giornata mondiale della gioventù con l’invito “Alzati! Ti costituisco testimone di quel che hai visto!”. La parola del vescovo

Sabato, alle ore 18, nella parrocchiale di Bene Vagienna, nel corso della celebrazione eucaristica presieduta dal vescovo, era inserito il conferimento del ministero “istituito” dell’accolitato, per Adriano Stefanoni della parrocchia del Ferrone (sposato e padre di tre figli) in vista del diaconato permanente, e per Cristiano (Tano) Bellino, benese, impegnato nel percorso che lo porterà al diaconato transeunte e quindi al presbiterato (dopo tre anni di servizio pastorale a Bene Vagienna e tre anni al Ferrone, ora è a Millesimo). La liturgia ha in un certo modo aperto la Giornata mondiale della gioventù (GMG) da vivere nelle diocesi, in vista dall’appuntamento globale a Lisbona nel 2023. Il tema di questa Giornata, assegnato da Papa Francesco nel suo messaggio apposito, è un invito incoraggiante e fiducioso: “Alzati Ti costituisco testimone di quel che hai visto”. Un appello tratto dagli Atti degli apostoli, là dove a Paolo in prigione il Signore rivolge la parola per rassicurarlo nella mission di fronte al re Agrippa.

Il vescovo: “Con Cristo nel cuore, chiamati per nome a servire da testimoni de Risorto”
La portata dell’accolitato che impegna nella cura dell’Eucaristia
«Questa celebrazione festiva racchiude diversi aspetti e circostanze, che per noi sono motivo di riflessione e di preghiera, e sostengono il nostro cammino di fede – ha detto il vescovo mons. Egidio Miragoli nell’omelia –. La liturgia ci chiede di celebrare la solennità di Cristo Re dell'universo, ultima domenica dell'anno liturgico; in tutte le diocesi del mondo, poi, in questa domenica papa Francesco ci chiama a vivere anche la Giornata Mondiale della Gioventù, un invito a partecipare a quel pellegrinaggio spirituale che porterà i giovani alla Giornata mondiale di Lisbona nel 2023. In questo contesto due uomini della nostra Chiesa il ministero dell'accolitato, ovvero il compito di aiutare i presbiteri e i diaconi nel distribuire l'Eucaristia a tutti i fedeli, specialmente infermi e ammalati. Queste circostanze giustificano anche la numerosa presenza dei giovani, soprattutto delle comunità di Benevagienna e del Ferrone di Mondovì, amici di Cristiano e di Adriano. Saluto tutti cordialmente, in particolare le famiglie dei due candidati al ministero di accolitato e gli amici del Seminario di Fossano. Mi piace sottolineare il fatto che mentre Cristiano riceve l’accolitato entro il cammino seminaristico orientato al sacerdozio, Adriano è invece marito e padre di famiglia, incamminato a ricevere il diaconato permanente. Le tre circostanze già indicate scandiscono anche i tre pensieri che vi propongo».

  1. CRISTO RE DELL’UNIVERSO E DEL NOSTRO CUORE
    «Questa festa chiude l'anno liturgico. In essa risuona un linguaggio che può apparire inusuale come lo sono oggi i termini re, regno, regalità – ha continuato il vescovo –. Essi però appartengono al linguaggio evangelico, voce e parola di Gesù, che dobbiamo capire, e che comprendiamo pienamente solo alla luce dei vangeli della passione, come è quello ascoltato. Il potere di Cristo non ha nulla a che vedere con quello dei potenti del mondo; il suo è il potere di dare la vita eterna, di liberare dal male, di sconfiggere il dominio della morte, offrendo la sua vita. In altri tempi, nella prima metà del secolo scorso, quando la festa fu istituita, la regalità di Cristo ebbe grande fascino e simpatia sia tra i colti che tra i semplici. Due esempi: basterebbe pensare all'Istituto della Regalità, fondato da padre Gemelli, Istituto di laici consacrati; o al più semplice saluto usato nelle parrocchie: "Cristo regni!", cui si rispondeva: "Sempre!". E chi non ricorda il canto-bandiera di ogni processione “Noi vogliam Dio che è nostro re”? Questa festa costituiva un chiaro e coraggioso messaggio da parte dei credenti di fronte al propagarsi di strutture dittatoriali, che più o meno velatamente miravano a sostituire Dio con i miti della razza e quelli del superuomo, sovente incarnato nei capi stessi. Pericolo sempre incombente, come insegna la storia. Ma anche oggi questa festa mantiene un forte messaggio spirituale. Siamo, infatti, in un'epoca nella quale l'uomo (ognuno di noi) tende a confidare troppo in se stesso o nella materialità delle cose, o nel potere della scienza (che poi è sempre confidare ancora in se stessi!) ignorando Dio, dimenticando Cristo, alfa e omega, principio e fine di tutte le cose.  Traggo due brevi applicazioni».

Chi vogliamo servire?
«La prima è una domanda. Davanti alla regalità di Cristo, possiamo chiederci: è davvero Gesù il re del nostro universo personale? Chi voglio servire, chi sto servendo? Dio o altro? L’idea della regalità porta con se quelle della centralità, dell’autorevolezza, del rispetto. Avere un re significa onorarlo, obbedirgli, riconoscergli una superiorità che quasi incute timore. Possiamo pensare in questi termini a Cristo, dentro i nostri giorni? Oppure è, più che un re assiso sul suo trono, una figura marginale, secondaria, magari oggetto di una riverenza consolidatasi nel tempo ma più formale che reale? Avere Gesù Cristo come monarca del cuore e dei giorni, quanto ci cambierebbe la vita… Ma quanto richiederebbe in fedeltà, preghiera, consapevolezza, fede, obbedienza…».

Siamo popolo regale
«La seconda applicazione, che almeno voglio accennare, benché meriterebbe di essere meglio approfondita, allude all'unzione con il crisma che ci ha consacrati. "Ogni credente ha ricevuto nel battesimo lo stesso potere regale di Cristo. Ad ognuno il sacerdote ha detto: Tu sei re, ti è affidata una porzione di mondo, la devi reggere con saggezza e con giustizia. Alle tue mani è consegnata una porzione di storia perché tu la faccia fiorire di libertà e di tenerezza”. Mi pare bellissimo, questo risvolto che davvero è solo della regalità di Cristo: nel momento in cui la riconosciamo e ce ne professiamo tributari, essa fa di noi, a nostra volta, dei re che devono esercitare il loro dominio su una parte di mondo per farla fiorire. Non ci rende sudditi, ma re. Non ci sottrae vita, ma ce ne dona. Vuole che diventiamo signori del mondo. Il che può accadere soltanto attraverso l’amore, la nostra donazione, l’investimento del meglio di noi alla ricerca del bene. In questo potere regale che Cristo esercita su di noi perché noi lo esercitiamo sulla realtà, c’è tutto il mistero dell’onnipotenza di Dio e della grandezza che egli ha voluto porre in noi, facendoci “poco meno degli angeli”, rendendoci potenzialmente come Maria, quando nel Magnificat meravigliosamente dice: “grandi cose ha fatto in me l’Onnipotente”».

  1. L’APPELLO DELLA GMG
    «Papa Francesco accompagna questa Giornata mondiale della gioventù con un messaggio dal linguaggio semplice e suggestivo, che mi piacerebbe tutti i giovani trovassero il tempo di leggere. Proprio per facilitare questo, il testo vi verrà distribuito al termine della celebrazione. Punto di partenza è la vicenda del giovane Saulo di Tarso, cui Dio si rivela; gli taglia la strada sulla via di Damasco, lo disarciona dal suo cavallo e dalla sua corsa nella vita, lo rialza e lo fa suo testimone. Era un giovane come tanti giovani d'oggi, come tanti di voi qui presenti, già credente: intelligente, fiero di sé, saldo nel suo progetto di vita, convinto di essere nel giusto. Viene atterrato, e si ritrova cieco. Improvvisamente scopre di non essere capace di vedere, non solo fisicamente ma spiritualmente. Le sue certezze vacillano. Nel suo cuore avverte che ciò che lo animava con tanta passione era completamente sbagliato...E insieme alle sue certezze cade anche la sua 'grandezza'. Improvvisamente si scopre smarrito, fragile, "piccolo", tanto che Saulo preferirà in seguito essere chiamato Paolo, che significa "piccolo". Dice papa Francesco: non si tratta di un nome d'arte, oggi tanto in uso anche fra la gente comune, sui social. "L'incontro con Cristo lo ha fatto sentire veramente così, abbattendo il muro che gli impediva di conoscersi in verità". Egli, in seguito, affermerà di se stesso: "Io infatti sono il più piccolo tra gli apostoli e non sono degno di essere chiamato apostolo perché ho perseguitato la Chiesa di Dio" (1 Cor 15,9)».

“Chi sei, o Signore?”
«Fisso l'attenzione solo su due passaggi del messaggio di papa Francesco, per due considerazioni che ritengo di particolare significato per il cammino di fede di un giovane. La prima. Il Signore chiama Saulo per nome, per fargli capire che lo conosce personalmente, che lo conosce "dentro". Di fronte a questa presenza misteriosa, Saulo chiede: "Chi sei o Signore?". Questa domanda è estremamente importante e tutti, nella vita, prima o poi, la dobbiamo fare. Non basta aver sentito parlare di Cristo da altri, è necessario parlare con Lui personalmente e interrogarlo sulla sua identità profonda. Questo, in fondo è pregare, dice il papa. "È un parlare direttamente a Gesù, anche se magari abbiamo il cuore ancora in disordine, la mente piena di dubbi o addirittura di disprezzo verso Cristo e i cristiani." E conclude: "Mi auguro che ogni giovane, dal profondo del suo cuore, arrivi a porre questa domanda: "Chi sei o Signore?”. Che è poi un chiedersi anche se sia il nostro Re…».

“Alzati e testimonia”
«Alla domanda di Saulo il Signore risponde prontamente: "Io sono Gesù che tu perseguiti". Che mistero! Il Signore sceglie uno che addirittura lo perseguita nei suoi fratelli – ha proseguito il vescovo Egidio –. Sì, perché lui si identifica con i cristiani, con la Chiesa. "Ma non esiste persona che per Dio sia irrecuperabile. Attraverso l'incontro con Lui è sempre possibile ricominciare. Nessun giovane è fuori della portata della grazia e della misericordia di Dio. Per nessuno si può dire: è troppo lontano...è troppo tardi". "Il Signore ripone la sua fiducia proprio in colui che lo perseguitava. Come Paolo, ognuno di noi può sentire nel profondo del cuore questa voce che gli dice: Mi fido di te. Conosco la tua storia e la prendo nelle mie mani, insieme a te. Anche se spesso sei stato contro di me, ti scelgo e ti rendo mio testimone".  La logica divina può fare del peggior persecutore un grande testimone. Conclude papa Francesco: "Oggi l'invito di Cristo a Paolo è rivolto a ognuno e ognuna di voi giovani: Alzati! Non puoi rimanere a terra a piangerti addosso, c'è una missione che ti attende! Anche tu puoi essere testimone delle opere che Gesù ha iniziato a compiere in te. Alzati e testimonia la tua esperienza che ha incontrato la luce... Alzati e testimonia l'amore... Alzati e difendi la giustizia sociale, la verità, la rettitudine...". Potremmo continuare all'infinito, tante sono le esigenze e i bisogni della nostra società e della nostra Chiesa, a partire dal bisogno fondamentale e non più rinviabile di vocazioni per il ministero presbiterale. Come già ho avuto modo di ripetere, il domani della nostra Chiesa dipenderà dal numero e dalla affidabilità dei giovani che accoglieranno la chiamata e metteranno in gioco la propria vita per la salvezza dei fratelli. Un modo generoso e bellissimo di curarsi della propria fetta di mondo…».

  1. L’ACCOLITATO: MINISTERO A SERVIZIO DELL’EUCARISTIA
    «E veniamo ad Adriano e a Cristiano che dopo aver ricevuto il ministero del lettorato, oggi ricevono quello dell'accolitato – ha concluso il vescovo –. Questo ministero li pone a contatto con l'altare, ovvero con l'Eucaristia, perché presteranno aiuto ai presbiteri nel distribuirla ai fedeli. Questa vostra vicinanza all'Eucaristia, sarà autentica e fruttuosa tanto più terrete vivo in voi il senso dell'Eucaristia stessa. Gesù aveva profeticamente anticipato il suo sacrificio nell'ultima cena, istituendo l'Eucaristia, cioè presentando il pane come il suo corpo e il vino come il suo sangue e raccomandando ai discepoli di ripetere il gesto in sua memoria. Ebbene, come nell'azione di Gesù il gesto eucaristico non è separabile dal sacrificio della croce, così la ripetizione del gesto di Gesù Cristo da parte dei discepoli non può ridursi al gesto rituale, ma comporta di spingersi fino al sacrificio della croce. In definitiva, l'Eucaristia è l'invito alla comunione di vita con Gesù Cristo: sedere alla stessa tavola, mangiare lo stesso pane, bere allo stesso calice significa condividere la medesima sorte; distribuire l'Eucaristia ai fratelli diventi quindi richiamo a dare il proprio corpo, il proprio sangue, la propria vita, come ha fatto lui. Oggi, Adriano e Cristiano compiono un passo in più verso l’autenticità di vita che solo Cristo può dare. Volendo riagganciarci a quanto si è detto sopra, possiamo aggiungere che con una nuova forma di servizio al Suo corpo ne riconoscono ulteriormente la regalità e che anche con quella nuova forma di servizio si prendono cura, e che cura!, della loro fetta di mondo. Della qual cosa, il mondo, la nostra Chiesa, è giusto e bello che li ringrazi».