«Non è una questione di donne contro uomini, ma di persone civili contro uomini violenti»

Da due anni presiede la Consulta comunale femminile, nata in seno al Comune proprio allo scopo di coordinare tutte le iniziative sul tema. Francesca Bertazzoli, 29 anni, guarda al problema della violenza sulle donne con una prospettiva importantissima, quella di chi si affaccia sul mondo dei giovani e giovanissimi.

Con quale sguardo, secondo lei, i giovani vedono questi temi?
Con una prospettiva meno legata alle tematiche di genere e più attenta alle discriminazioni in quanto tali. E credo che questo sia un bene: perché consente di andare al di là di un tema specifico. I ragazzi sono molto sensibili alle discriminazioni verso le minoranze in generale… non fanno dei distinguo, non li contrappongono uno all’altro.

Lei pensa che questa sia una cosa positiva?
Come ho detto, penso di sì. Perché per una ragazza o un ragazzo questi problemi sono legati al tema della violenza e della discriminazione, non alle categorie. Se un uomo esercita violenza fisica o psicologica verso una donna, per loro è sbagliato a prescindere. Non serve che sia una ragazza a dirlo.

Nelle generazioni più adulte invece non è così?
Molto spesso, a causa della cultura patriarcale in cui abbiamo vissuto, questa battaglia viene trasformata in una “battaglia di parte”. Ma non è una battaglia di “donne contro uomini”, è una battaglia di persone civili contro i violenti. Non dimentichiamoci che il femminicidio, fino a qualche anno fa, si chiamava “delitto passionale”: come se la ragione stesse nell’emotività, non nella violenza. Per fortuna, ci sono sempre più uomini che hanno capito che non si tratta di difendere una categoria generale, quella maschile, ma di condannarne una specifica, quella dei violenti. È un processo che richiede tempo perché nasce all’interno di una cultura sbagliata.

Quanto tempo ci vorrà prima di andare al di là di stereotipi e ragionamenti sbagliati?
Ho fiducia nei ragazzi e nelle ragazze: io dico che ne stiamo già raccogliendo alcuni frutti. Hanno un concetto di parità più forte e neutro delle generazioni precedenti. Per loro non c’è nulla di strano nel parlare di parità fra i generi. Anzi, per loro è l’assenza di parità a essere sbagliata.

Come si fa, da adulti – donne o uomini – a svincolarsi dagli stereotipi e dai preconcetti?
Non ho una “soluzione per tutti”, e non è facile. Io stessa a volte mi rendo conto di quanto sia facile cadere nell’errore di ragionare in quel modo: per esempio, giudicando le persone da come si vestono. Quando mi rendo conto di non essere oggettiva, mi pongo delle domande per farmi venire il dubbio. Per esempio: vorrei che certe cose fossero dette di me? Oppure: penserei la stessa cosa, se in quel ruolo ci fosse un uomo? Cambiare prospettiva aiuta a mettere in ordine i pensieri. Facciamo un esempio: penseremmo mai, di un uomo, che in determinate circostanze, ambienti o abbigliamento, « rischia di essere stuprato»?

No. Probabilmente no.
Appunto.