La “Capanna” della Mellea a Farigliano: una famiglia vera, per chi è in difficoltà

La struttura è affidata alla “Papa Giovanni XXIII”. Giona Cravanzola è il nuovo responsabile: «Vogliamo “fare squadra” con le comunità dei paesi vicini. I problemi ci sono, ma la Provvidenza e la generosità di tanti ci aiutano ogni giorno»

Da ormai 12 anni si occupa di assistenza e accoglienza, per le persone in difficoltà. La Comunità della Mellea di Farigliano è una realtà ben consolidata, vero punto di riferimento per tanti, che da qualche mese ora ha anche un nuovo responsabile. Giona Cravanzola, diacono della diocesi di Alba, impegnato da 20 anni nella gestione di una “Casa famiglia” a Narzole, da settembre ha assunto la guida dell’intero complesso affidato all’Associazione Comunità Papa Giovanni XXIII, che comprende il Santuario di Nostra Signora delle Grazie di Mellea e “La Capanna di Betlemme - Don Oreste Benzi".

«Ognuno ha i suoi compiti, in base alle proprie condizioni. Proprio come in una famiglia»
Lunedì mattina, 10 gennaio, Giona e padre Thaddeus, rettore del Santuario, ci hanno accolto alla Mellea, accompagnandoci all’interno della struttura e raccontandoci i progetti, le problematiche e le necessità di una Comunità ben organizzata, ma sempre bisognosa di sostegno, pensata per accogliere i poveri, i meno fortunati, e dar loro una famiglia. «Alla fine dell’estate scorsa, “Capanna” e Santuario erano rimasti senza un responsabile – ci ha spiegato Giona –. Dopo averci riflettuto a lungo, ho deciso allora di dare la mia disponibilità, che è stata valutata e poi confermata, quindi ho assunto la responsabilità della gestione. I primi mesi li ho dedicati soprattutto ad imparare a conoscere la realtà in cui mi ero appena calato, apprendendo il funzionamento e analizzando le diverse problematiche dell’insieme. Allo stesso tempo poi sono iniziati alcuni progetti. Mi sono subito accorto che “Capanna” e Santuario si trovavano un po’ in una situazione di isolamento, rispetto alla realtà che li circonda, quindi ci stiamo attivando per creare una rete che coinvolga in primo luogo soprattutto le comunità parrocchiali vicine: Piozzo, Carrù, Farigliano, Dogliani. Sono infatti fermamente convinto che la sinergia tra le tante realtà di zona possa portare a buoni progetti per il futuro. Ho notato con grande piacere che la devozione al Santuario è molto forte e ben radicata. Ogni giorno vengono a farci visita numerosi fedeli, alcuni di loro arrivano anche da lontano. In molti, in questi primi mesi, si sono complimentati con noi, per come ci prendiamo cura dell’area e della chiesa. Non è vero poi che non c’è più attenzione verso il prossimo. Alla Mellea abbiamo tante persone buone, generose e dal cuore grande, che ci vengono ad aiutare e ci donano generi alimentari, sostegno e tanto affetto. Attualmente, qui a Farigliano, abbiamo una ventina di ospiti, più quattro persone che sono un po’ la “mia squadra”, che si occupano della gestione quotidiana, supportate da una ragazza che svolge il Servizio civile e da una volontaria esterna. La vita della “Capanna” è strutturata – ha aggiunto –. Non abbiamo un “taglio” rigido ma, come succede proprio in ogni vera famiglia, tutti hanno compiti ed occupazioni, tenendo conto della condizione e delle sofferenze di ognuno. La nostra priorità ora è assicurare l’adeguato spazio agli ospiti che ci sono già, prima di capire come muoverci in vista di nuovi inserimenti».

I problemi della struttura e le necessità degli ospiti
«I bisogni sono di vario tipo, ogni ospite ne ha di differenti e noi ci rendiamo utili – ha proseguito il nuovo responsabile –. Poi ci sono anche problemi di manutenzione e di messa a norma, legati alla struttura. Il Santuario è antico e va preservato. Ci si deve occupare delle manutenzioni esterne ed interne dell’area, c’è la cucina, c’è da gestire la dispensa, perché i generi alimentari che ci donano la provvidenza e le persone generose non devono mai andare sprecati e vanno organizzati nel modo migliore».

Storie diverse con… bisogno di sostegno e normalità
Gli ospiti della “Capanna” attualmente sono tutti uomini. Hanno alle spalle storie diverse, situazioni spesso molto difficili, dolorose, di assoluta emergenza o di disagio. Tra loro c’è, ad esempio, un ragazzo di appena 28 anni, senza un piede: ha raccontato di averlo perso in un’esplosione, quando si trovava in Libia. Cammina così, infilando la scarpa sul moncone e aggiustandosi come può. «Ci siamo attivati per fargli avere ciò di cui ha bisogno: assistenza medica, supporto – ha raccontato Giona –. In questi giorni abbiamo parlato anche con un medico che ci aiuta, e gli procureremo innanzitutto una protesi con scarpa ortopedica, per camminare». C’è poi invece un altro ospite, che per molto tempo ha vissuto per strada e ora finalmente, grazie alla “Capanna”, ha trovato una sistemazione adeguata. Non sapeva neppure cosa fosse il “Reddito di cittadinanza”, non aveva mai percepito un euro dallo Stato. La comunità lo ha accolto e ha avviato le pratiche per fargli arrivare un sussidio e proprio l’altro giorno ha potuto incassare i primi soldi. Poi arrivano anche belle soddisfazioni: «Un ragazzo ospite da noi è un gran lavoratore, lavora per tre, non si tira mai indietro ed è davvero “un buono” – ha concluso il responsabile –. La ditta presso la quale è impiegato è contentissima di lui e gli ha appena rinnovato il contratto».

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