Falsa dichiarazione per il reddito di cittadinanza: una 21enne viene condannata

La giovane aveva attestato di risiedere in Italia da almeno dieci anni, ma era arrivata nel 2015. La difesa: «Non capisce l’italiano, ha risposto con il traduttore automatico»

(a.c.) – È stata condannata a una pena di sei mesi una 21enne, residente nel Monregalese, per una falsa dichiarazione prodotta nel 2018 all’Inps per ottenere il reddito di cittadinanza. La segnalazione era arrivata da una funzionaria del Comune di Bagnasco, dove la giovane (di origine marocchina) si era trasferita dopo un periodo trascorso a Priero.

La ragazza all’epoca era munita di un regolare permesso di soggiorno, ma il problema però riguardava un altro dei requisiti specifici richiesti per l’accesso al beneficio, quello che impone un periodo di residenza continuativa in Italia di almeno dieci anni. Il suo ingresso in Italia, stando agli atti, risaliva a marzo 2015. La dipendente comunale aveva quindi domandato via mail alla diretta interessata di giustificare l’anomalia: «Essendo una studentessa disoccupata e in condizioni economiche difficili aveva chiesto che le venisse mantenuto il reddito di cittadinanza».

Il procuratore Alessandro Bombardiere ha rilevato nella requisitoria la sussistenza del reato contestato, il falso ideologico. Rispondendo alla mail, la richiedente «aveva mostrato piena consapevolezza di aver dichiarato il falso». A questa osservazione, si è opposta l’avvocato Ileana Marmi, difensore della giovane: «L’imputata, stando a quanto affermato dalla funzionaria, non ha una padronanza della lingua italiana tale da comprendere tutti gli atti. Questo emerge anche dalla mail di risposta, che appare essere una semplice traduzione dall’arabo all’italiano effettuata con Google Translate o con altro traduttore automatico».

Secondo l’avvocato, di produrre il certificato di residenza storica avrebbe dovuto incaricarsi il Caf al momento di inoltrare la domanda: «L’imputata non ha mai negato di essere entrata in Italia solo nel 2015, dunque non era consapevole del falso».  Diverso il parere del giudice Emanuela Dufour, la quale attenendosi alle richieste di pena formulate dall’accusa ha condannato l’imputata.