Gennaio di 79 anni fa: la disperata battaglia dei nostri Alpini a Novo Postojalowka

Viene ricordata domenica 16 a Mondovì. Messa celebrata dal vescovo, ma altre iniziative rinviate a causa della pandemia

Gennaio 1943: la Divisione Cuneense a Nowo Postojalowka e la Tridentina a Nikolajewka. Disperate battaglie per uscire dalla sacca in cui erano strette dai soldati e dai partigiani russi. Freddo a - 30 e - 40 gradi, armi e attrezzature inadeguate, scarpe di cartone, divise troppo leggere, mancanza di viveri e di ricoveri, mentre i carri armati sovietici avanzavano implacabili. Neve rossa di sangue e nera di cadaveri: ferite ancora aperte nel cuore della nostra gente a ottant’anni da quella tragica epopea.

di ERNESTO BILLÒ

Anche stavolta, come già lo scorso anno, l’emergenza Covid ha consigliato ai dirigenti dell’ANA Mondovì di contenere al massimo il ricordo della battaglia di Novo Postojalowka avvenuta nel gennaio 1943. Rinviati al 2023 il raduno e la sfilata provinciale programmati per domenica 16, il convegno storico e il concerto del sabato 15 gennaio. Confermata invece la Messa in suffragio del Caduti nella chiesa del S. Cuore Altipiano. Sarà celebrata dal vescovo mons. Egidio Miragoli alle 11.

Dall’infausto 10 giugno 1940, gli Alpini delle nostre terre furono impegnati in Francia, Albania, Jugoslavia, Grecia; poi nell’estate 1942 nella Russia immensa in appoggio ai tedeschi e allo CSIR italiano già presente laggiù. Preparativi affrettati, sgomento alle partenze delle tradotte che, attraverso la desolazione di Austria e Polonia, approdarono a un altro mondo, sconvolto e sconfinato. Le Divisioni “Cuneense”, “Julia” e “Tridentina” avevano sentito parlare dei monti del Caucaso, invece furono avviate con marce sfiancanti verso le pianure del Don: un fronte di 75 chilometri da presidiare. Insidie già in agosto; a ottobre prima neve, primi congelamenti e attacchi difficili da ricacciare coi vecchi fucili ‘91.

A metà dicembre, azioni russe in profondità; primi cedimenti e rischi d’accerchiamento. A Natale, reparti del “Mondovì”, del “Ceva”, del “Saluzzo” sono sotto attacco, mentre ripiegano i tedeschi che sono con loro. Il 15 gennaio ‘43 poderosi carri armati russi puntano su Rossosch, e il comando deve spostarsi a Postojaly, mentre i duemila uomini rimasti a Rossosch col gen. Martinat vengono cannoneggiati. I “complementi” della “Cuneense” perdono 600 uomini; la “Julia”, provata, deve ritirarsi verso nord-est. Per tutti, ripiegamento il 17 gennaio. Confusione, inciampi d’autocarri a secco di carburante, rifornimenti impossibili, zaini abbandonati. La “Cuneense” punta su Popowka nel buio e nel vento gelido: spera di raggiungere Waluiki prima che la strada sia sbarrata. Però dalle isbe presso il villaggio di Novo Postojalowka sbucano bocche di cannoni dai colpi micidiali. Strisciando nella neve, gli Alpini raggiungono i margini del paese, poi si lanciano allo scoperto contro i carri. Molti di loro cadono o e vengono catturati.

Inutilmente i comandanti – il col. Manfredi del “Mondovì”, il gen. Battisti e poi il gen. Ricagno della “Julia” – chiedono appoggi per tentare d’aprire un varco prima che i russi ricevano rinforzi; lanciano allora un assalto disperato sotto un fuoco intenso. Tra i caduti, il maggiore Trovato del “Mondovì”, subito sostituito dal capitano Ponzinibio. I carri armati russi avanzano implacabili. In testa ai superstiti del “Ceva”, il ten. Avenanti, ferito, si lancia contro un carro con pistola e bomba a mano, e tutti lottano anche all’arma bianca. I russi si asserragliano nel paese, e gli alpini non passano. Nella neve, morti, feriti, relitti. Allora il gen. Battisti ordina al gen. Manfredi di bruciare la bandiera del “Mondovì” perché non cada in mano nemica.

A sera la cruenta battaglia si spegne. La “Cuneense” è più che dimezzata, e riceve l’ordine di “sganciarsi dalla morsa” tentando d’aggirare nel buio il villaggio per puntare su Postojali nella speranza che, intanto, sia stata liberata dalla “Tridentina”. Ma si devono abbandonare feriti e congelati. I loro gemiti e le loro invocazioni feriscono più delle cannonate. La marcia dolorosa riprende con nuove gravi perdite. Dalla morsa si esce, ma prima della resa a Waluiki, il 29 gennaio, s’aggiungono altre traversie e altri lutti, anche tra i capi: il gen Martinat, l’intrepido col. Manfredi, i monregalesi cap. Mario Battaglia, il cap. Giovanni Costamagna, già podestà di Mondovì e presidente del Cai...

Tragico il numero dei caduti e dei dispersi della Cuneense: 12.575; e 4.548 quelli del I Reggimento Alpini. Per i sopravvissuti una insidiosa marcia del “davài” (del ritorno), o la tremenda e lunga prigionia in gulag siberiani. Solo un piccolo gruppo di reduci riuscì a tornare a Mondovì, il 13 giugno del ‘43, “accolto da un incessante lancio di fiori” come scrisse il foglio fascista “A noi!”.  Ma la retorica ormai non poteva più nascondere l’enormità della tragedia né le responsabilità di chi l’aveva provocata. Il pensiero andava ai caduti e alla sorte dei dispersi: angosce rimaste a lungo senza risposta. E da quel settembre ‘43 una parte dei reduci scelse un nuovo generoso impegno sui monti di casa nella lotta di liberazione dall’occupazione nazifascista. Altre dure esperienze, altri sacrifici da non dimenticare.