Due passi nel delirio: Intervista doppia sulle convinzioni deliranti

Lo stereotipo del “matto” è legato al fenomeno delle convinzioni deliranti. Abbiamo intervistato due esperti sul tema e abbiamo scoperto che in realtà siamo tutti... “matti”, solo che non lo sappiamo. O non lo sanno gli altri.

Foto di Gerd Altmann da Pixabay

Era il 1880 quando il medico Jules Cotard descrisse a Parigi un caso che, ancora oggi, sembra incredibile. Una sindrome che prese il suo nome e che è ancora oggi un caso da manuale per gli psichiatri: quello di un paziente convinto di essere morto. È una delle patologie più curiose descritte dalla neurologia e dalla psichiatria, esattamente come la sindrome di Cap-Gras: ovvero il soggetto è convinto che i propri familiari siano stati sostituiti da degli impostori. Sono due casi che sembrano le classiche curiosità da rubrica, eppure sono molto più comuni di quanto non si pensi. Fanno entrambe parti delle cosiddette “convinzioni deliranti”, ovvero quelle manifestazioni che sfociano nell’assurdo e che per anni hanno rappresentato lo stereotipo da barzelletta della malattia mentale. Tanto per capirci, il “matto” che crede di essere Napoleone, ritratto in tante vignette, è la vittima tipica di questo tipo di disturbo, ma dietro c’è molto di più. In vista della Giornata mondiale della Salute Mentale, che si celebra il 10 ottobre, ne abbiamo parlato con due persone che indagano questo campo, da due punti di vista diversi. La prima è Eugenia Lancellotta, dottoressa di ricerca per l’Università di Birmingham e attualmente ricercatrice per il progetto “Resilient Beliefs” per la Fondazione Bruno Kessler di Trento. Eugenia ha studiato il fenomeno da un punto di vista logico-filosofico. La seconda è la dottoressa Tiziana Vecerina, responsabile della comunità terapeutica “Cascina Solaro” di Mondovì, e il suo è un approccio clinico-terapeutico.

«Rifugio da una realtà che non si riesce ad affrontare»

EUGENIA LANCELLOTTA
Ricercatrice presso la Fondazione “Bruno Kessler” di Trento

«Le convinzioni deliranti sono considerate una manifestazione per eccellenza di irrazionalità, per definizione sono credenze irrazionali. Quindi sono anche considerate, almeno da una certa parte della psichiatria, come qualcosa di patologico, difficile da eradicare. Alcuni studiosi, tra cui i filosofi che si sono occupati di questo tema, hanno fatto notare che queste convinzioni deliranti non sono da indicare come un problema di per sé stesse: anzi sono una risposta del paziente a un problema esistente. Una reazione di emergenza, per lo più inconsapevole, che per quanto imperfetta costituisce una forma di autodifesa. Alcune di queste persone hanno subito traumi importanti, abusi, e si creano una realtà alternativa per evadere da un presente doloroso. Sono più comuni di quanto non si pensi, si riscontrano in persone affette da diverse condizioni patologiche, tra cui schizofrenia, anoressia nervosa, disturbo ossessivo compulsivo, depressione, e sono presenti in una gran varietà di malattie»

Quindi è il paziente che non trovando una spiegazione al proprio stato o non riuscendo ad affrontarlo, sceglie di autoingannarsi?
«Non è una scelta consapevole, quella di creare una convinzione delirante. La depressione è una condizione, la convinzione delirante può insorgere per rendere sostenibile quella condizione. Chiariamo che cos’è con precisione una convinzione delirante: è un’idea fissa, che non risponde a evidenza del contrario, e non è condivisa da quelli della comunità a cui appartieni».

Quindi una superstizione, per quanto assurda, non è considerata tale
Esatto, perché è condivisa da un gruppo di persone più ampio

In che modo una materia così prettamente medica può essere fertile campo di studi per la filosofia?

È indubbiamente un campo di studi interdisciplinare. Nel corso del mio percorso ho avuto tre supervisori, una filosofa, una psichiatra e un’antropologa che hanno lavorato insieme per portare prospettive diverse sul tema, perché potessero integrarsi al meglio. La distinzione principale in questi fenomeni è tra convinzioni elaborate, politematiche, e quelle invece monotematiche. Le politematiche in genere si ritrovano nella schizofrenia: sono un sistema di convinzioni collegate. L’esempio classico sono le manie di persecuzione: il soggetto crede di essere perseguitato dalla Cia, dagli alieni, dai vicini di casa… Questo interagisce con altre convinzioni e crea un sistema che influisce sui comportamenti dell’individuo. Le monotematiche riguardano un solo elemento isolato, le più famose sono la sindrome di Capgras o di Cotard. Spesso sono convinzioni che hanno cicli, i pazienti possono anche uscirne per un po’ e poi ricadere, oppure esserne affetti solo temporaneamente.

In che modo la convinzione, ad esempio, di essere morti può essere una risposta a un problema?
Perché la persona ha delle percezioni alterate, non percepisce il proprio corpo, non riesce a spiegarselo e allora si convince di non essere viva. Allo stesso modo può funzionare la sindrome di Cap Gras. Vedi, ad esempio, tua madre, ne riconosci i lineamenti, ma in te non scatta il riconoscimento più profondo, quello emozionale: hai la sensazione che non sia lei. Ma sono solo due casi, in generale ogni paziente è una storia, un mondo a sé. Un caso da manuale è quello molto citato dalla letteratura di un musicista di talento che, dopo un incidente stradale, resta tetraplegico e non può più suonare. Poco dopo la compagna lo lascia. Lui sviluppa la convinzione che la compagna non se ne sia mai andata. Lo psichiatra in quel caso ha ritenuto meglio non cercare di guarirlo da questa convinzione. È evidente che si trattava di un uomo che aveva perso tutte le sue ragioni di vita e doveva aggrapparsi a qualcosa per affrontare la sua condizione. Il caso si è poi risolto da solo in breve tempo. Come ha scritto la mia supervisore, le convinzioni deliranti sono un qualcosa di più estremo ma non così diverso da tante convinzioni irrazionali che noi abbiamo su noi stessi. Sono i margini estremi di una serie di irrazionalità che ci riguarda tutti, in qualche misura.

«Tutti deliriamo alle prese con i social»

TIZIANA VECERINA
Responsabile della comunità terapeutica “Cascina Solaro” a Carassone

«La convinzione delirante è un disturbo del pensiero. L’allucinazione è un’alterazione della percezione, una percezione senza oggetto. In un delirio, il pensiero è formalmente corretto ma non lo è nel contenuto: “Io penso di essere la regina di Inghilterra”, è un concetto che ha senso, ma non corrisponde alla realtà. Di solito si incontrano nella patologia schizofrenica, ma anche in altre patologie: disturbi dell’umore (tra cui depressione), disturbo borderline della personalità, disturbo bipolare (con passaggi più o meno frequenti tra momenti depressivi e momenti di euforia). Nei bipolari spesso si presentano nelle fasi più gravi, quelle disforiche, in cui il paziente presenta contemporaneamente l’agitazione della fase euforica e l’umore depresso. La convinzione delirante è spesso una lettura distorta della realtà. Ed è in realtà molto più diffusa di quanto non si pensi, soprattutto oggi con i social e con la messaggistica mobile, tutti ne siamo oggetto. Chiaro che un malato magari pensa di essere Napoleone, ma non è un meccanismo tanto diverso da una persona comune che si fa un’idea distorta leggendo e interpretando dei messaggi di testo. Un tempo si era costretti a chiarirsi direttamente, a telefonarsi o a vedersi. Oggi la vita è più affidata all’interpretazione ed è sorprendente quanto in realtà si cada preda di letture del tutto deliranti».

In che modo secondo lei questo accade?
«A piccole dosi è normale cadere vittima di interpretazioni erronee, travisare una frase, una battuta. Si deraglia completamente quando non ci si corregge e si prosegue ad accumulare errori su errori. Ma questo accade perché le persone spesso non hanno interesse a chiarire, anzi, spesso inconsapevolmente si vuole restare in questo limbo, perché piace pensare di avere una possibilità di fuga e non sciogliere l’ambiguità. I deliri puri psichici sono altra cosa, ma il fenomeno in sé ha sempre più incidenza tra la gente comune».

I malati psichici cadono spesso in convinzioni deliranti perché cercano un modo per affrontare una realtà inaffrontabile. È vero?
«Questo lo facciamo tutti. Interpretiamo i segni della realtà in maniera positiva o negativa a seconda del nostro stato. Chi dopo tante delusioni amorose parte già prevenuto sulla successiva frequentazione non fa che costruirsi una realtà sua, per farsi meno male in caso di un ennesimo insuccesso».

Il delirio come si spiega a livello clinico? Perché una persona arriva a convincersi di cose completamente illogiche?
«Il contenuto del delirio è personale, e si può indagare. Ho una paziente che partorisce in continuazione, ne ho avuta un’altra convinta di essere fidanzata con Vittorio Emanuele: raccontava che lui le mandava aerei con striscioni con su scritto “Ti amo”... Qualche giorno fa un nostro ospite è venuto da me a dirmi: “Oggi il re è venuto per portarmi a Venaria, dove organizzerà il mio compleanno”... Il motivo è legato alla storia personale di ciascuno. Hai pensieri ossessivi a cui non sai dare un ordine, e allora lo allucini. Se i pensieri sono particolarmente invasivi, si comincia a crearsi una realtà alternativa che mi fa stare bene. In termini tecnici, è razionalizzazione del delirio: il paziente cerca una logica ai propri pensieri, è il tentativo di stare in sella a un cervello imbizzarrito».

Come si lavora con questo tipo di pazienti?
«Il paziente psicotico fa una fatica enorme ad aprirsi. Si aprirà se il terapeuta per primo si aprirà con lui. Una volta avevo un piccolo problema ai capelli. Me ne stavo lamentando con le infermiere, e un paziente grave ha sentito. È venuto da me a dirmi: «Dottoressa mi senta i capelli. Sono un po’ asciutti, perché li lavo con il sapone e non con lo shampoo. Non si preoccupi. I problemi dei capelli si risolvono sempre». Aveva paura di entrare nel mio mondo interiore e ci è entrato a piccoli passi, creando un problema per sé stesso per poter restituire una soluzione al mio. Le persone come lui vogliono saperti leggerti perché vorrebbero essere lette».

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