La scuola entra nel “merito” – I professori dicono la loro

(p.r.) - Recentemente è salito alla ribalta del dibattito pubblico il tema del merito nella scuola italiana. Innescato dalla scelta del Governo Meloni di introdurre il “Ministero dell’istruzione e del merito”, è stato amplificato dal discusso caso di Carlotta Rossignoli. La domanda sul ruolo del merito nell’istruzione pubblica e soprattutto su come questo concetto vada declinato non è oziosa. Uno studente che prende un voto più alto in una materia rispetto a un altro è, a rigore, più competente in quella materia. Questo lo renderà un cittadino migliore? Una buona prestazione può denotare migliore organizzazione, motivazione, capacità di apprendimento, intuito e intelligenza. Tuttavia, anche l’aver avuto a disposizione tempo e risorse, aver dirottato sulla scuola più energie a scapito di altri ambiti della propria vita. Un ragazzo che vive chiuso in casa dedito solo allo studio e che riesce a primeggiare in ogni materia ma non sviluppa capacità relazionali con gli altri, in definitiva non vive la propria età, sarà necessariamente migliore di chi invece dedica più tempo agli amici, alla famiglia? Un ragazzo più autonomo, che magari ha meno tempo da dedicare ai libri perché deve accudire un familiare o badare ai fratelli e fare i lavori di casa è meno meritevole rispetto al compagno dalla pagella perfetta ma che non sa cucinarsi un uovo? O ancora: chi dedica tutto il proprio tempo a sé stesso cercando di migliorare costantemente il proprio rendimento per guadagnarsi un domani opportunità e posti di lavoro di prestigio è più meritevole di chi si spende invece per gli altri, nell’associazionismo, nella Parrocchia, nel volontariato in generale? Con quali strumenti valutare tutte queste cose, per una scuola che ha i ragazzi tra i banchi solo per una parte della giornata? La discussione potrebbe anche concludere che a stilare la classifica finale ci penserà la vita, con i suoi criteri talvolta arbitrari ma in generale più “completi” di quelli che può avere un qualsiasi professore che vede un alunno 10 ore a settimana. È però sbagliato anche liquidare ogni discussione sul “voto” come una cosa tutto sommato superflua, soprattutto in un mondo in cui, in base alla media scolastica, si può avere accesso a determinate opportunità piuttosto che altre. E allora che cos’è il merito? Quale ruolo deve avere nella vita scolastica? Abbiamo deciso di porre la questione ad alcuni docenti attivi nel Monregalese, per chiedere il loro parere strettamente personale, maturato in base all’esperienza professionale e al confronto quotidiano con la realtà della scuola.

«Merito? Solo a parole»

STEFANO CASARINO – LICEO “VASCO - BECCARIA - GOVONE”


Come si rapporterà la scuola alla sbandierata novità del “merito”? Credo ignorandola. La scuola, dagli anni Novanta in poi, è stata investita da troppe modifiche che l’hanno snaturata: prevale ora un lessico economistico di “debiti” e “crediti”, del tutto estraneo a finalità educative. I contenuti di ogni disciplina si sono alleggeriti e le richieste attenuate; si è discettato sulla distinzione tra “competenze”, “conoscenze” e “capacità”, esaltando le prime in assenza delle altre due. Che senso ha ora parlare di merito, con un Esame di Stato che promuove oltre il 98% dei candidati? Col proliferare di ricorsi avverso le (poche) bocciature? Come può affermarsi il merito, se si constatano ovunque esempi di palesi somari che fanno carriera (e danni)? In un tempo non lontano la scuola era il vero ascensore sociale: allora il figlio di povera gente poteva avere – per meriti verificabili, frutto di impegno e determinazione – risultati migliori del figlio del “Lei non sa chi sono io”. Se non si restituiscono dignità e importanza ad istruzione ed educazione, l’esaltazione a parole del merito resta una chiacchiera e un’ennesima presa in giro.

«Come misurare il merito?»

MARIKA MANGINI - LICEO “VASCO - BECCARIA - GOVONE”


Chi potrebbe sostenere che il merito non conta nulla e che gli studenti meritevoli non abbiano diritto al plauso di tutti? Il punto critico è cosa sia e come si debba o possa misurare il merito. Come si può stabilire su base oggettiva il percorso di uno studente che nasce in una famiglia agiata e in ambiente favorevole alla cultura rispetto a quello di chi a stento si muove tra mille ostacoli di natura economica e sociale? E se un ragazzo è più intelligente di un altro, non è forse dovuto al caso? L’intelligenza di fatto non è un merito. Dopo anni in cui si parla di inclusione, con tutti i limiti che il concetto può avere, ora si profila una drastica inversione di rotta. Se è vero che l’insegnante dovrebbe avere l’onestà intellettuale di riconoscere la verità e cioè che non tutti possono fare tutto, dovrebbe allo stesso modo assumersi l’impegno di accompagnare i più fragili e i meno dotati lungo una strada che porti all’emancipazione, al sapersi orientare nel mondo, cercando di non lasciare indietro nessuno, senza buonismo e senza vano assistenzialismo ma, al tempo stesso, senza cadere nella trappola della demagogia che fa sventolare la bandiera del merito.

«Vorrei che i voti fossero aboliti»

MARIA AMATO - ISTITUTO DI ISTRUZIONE SUPERIORE “CIGNA - BARUFFI - GARELLI”


È innanzitutto necessario definire esattamente quale significato attribuire alla parola “merito”, che resta al momento un termine piuttosto fumoso, e, soprattutto, che cosa si intende misurare. Bisogna poi prestare molta attenzione ai criteri eventualmente adottati per la misurazione, che rischierebbero di essere esclusivi o quantomeno parziali. Rivendico alla scuola un approccio formativo nei confronti degli studenti e mi piacerebbe addirittura che i voti fossero aboliti, perché ritengo che l’apprendimento non sempre sia favorito dalla prospettiva del voto finale in quanto l’alunno, in questo modo, non è motivato ad imparare mosso dalla curiosità, ma cerca di arrivare alla sufficienza con qualsiasi mezzo. Credo che la scuola debba continuare, perché lo sta già facendo da tempo, ad essere inclusiva e a ragionare sui meriti al plurale, osservando e seguendo la crescita degli alunni, ciascuno con i propri ritmi e le proprie attitudini.

«Di scuola si chiacchiera, non si dibatte »

MARIANO SOMÀ - ISTITUTO DI ISTRUZIONE SUPERIORE “CIGNA - BARUFFI - GARELLI”


Nell’epoca dell’opinione pubblica al suo apogeo comunicativo e di risonanza, le risposte, troppo spesso, sono necessariamente approssimazione. Online, si ha l’impressione che chiunque parli di scuola e merito perché il nuovo Ministero deputato a occuparsene è diventato, per dirla à la Boris, «così de botto!», anche “del merito”, senza reali giustificazioni etico-ontologiche; dall’altro lato, è apparso il caso della neo-dottoressa in medicina Carlotta Rossignoli, quasi a voler rimpinguare questa nuova narrazione collettiva. Purtroppo di scuola si chiacchiera – e non si dibatte – solo quando la cronaca riporta incidenti e eccessi. All’attimo presente, il ministro Valditara, salvo comportarsi il 4 novembre con una retorica in linea al partito d’appartenenza, non ha ancora fatto nulla; invece, sulla dottoressa Rossignoli, il commento migliore che ho reperito in rete è stato uno che, pressappoco, diceva così: «Ma non dovremmo preoccuparci invece per il fatto che sia così arancione?».

«La partita si gioca sull’inclusione»

CORRADO AVAGNINA – DIRETTORE DE “L’UNIONE MONREGALESE” - EX INSEGNANTE AL LICEO CLASSICO E ALL’ISTITUTO PER SEGRETARIE D’AZIENDA


Da prof. ho vissuto le Superiori decenni orsono. Operavo in percorsi piuttosto differenti, cioè il Liceo classico e l’Istituto per segretarie d’azienda. Gli allievi e le allieve di allora sono oggi in prossimità di pensione. Quindi stagioni altre, decisamente. Non paragonabili con l’ora presente. Anche se imparando sui banchi di scuola si era alle prese con lo snodo di sempre, in proposito. Ovvero assumere competenze, abilità, consapevolezze, conoscenze, valori… Cioè crescere formandosi, trovando la propria strada nella vita e nella società. Son cambiati tanti contesti, ma questo intento resta. Senza che nessuno resti indietro o tagliato fuori, ma riesca ad esprimere i suoi talenti e a realizzare progetti (e forse anche sogni). Ho ancora ben presenti i discorsi che si facevano già allora spingendo da una parte sull’urgenza di essere all’altezza al meglio, e dall’altra sul dovere di farsi carico di ciascuno con i limiti da superare insieme, includendo con pazienza e coraggio. La partita si gioca ancora lì.

«Accogliere tutti»

LORENZO BARBERIS - DOCENTE PRESSO I.I.S “VALLAURI” DI FOSSANO.


“Merito” è una parola estremamente generica: indubbiamente l’articolo 34 della Costituzione lo collega fortemente alla scuola, riconoscendo ai “capaci e meritevoli” il diritto (almeno teorico) di raggiungere i più alti gradi degli studi, anche se privi di mezzi. L’impressione è che si rischi però di andare verso un’idea di merito slegata dall’intelligente contesto creato dai padri costituenti: un culto del vincente fine a sé stesso. Si è discusso, in questi giorni, del caso di una giovanissima cardiologa / influencer, che ha bruciato ogni tappa laureandosi con due anni di anticipo. È un buon esempio di una cultura in cui il “merito” diviene talvolta una copertura del privilegio. La sfida deve invece essere, credo, quella di garantire a tutti uguali basi di partenza, con una scuola che sia certo seria e pronta a valorizzare l’eccellenza, ma dimostri la capacità di accogliere tutti, e indirizzarli verso un percorso umano, civico e professionale gratificante. L’espressione più alta ne è stata, forse, la lezione di don Milani, che ha sottolineato la centralità di dare il dono della “parola” agli ultimi, consentendo loro di comprendere il mondo e di esprimersi, come fondamento irrinunciabile di tutte le successive specializzazioni (da docente di lettere, naturalmente, concordo).

«Valorizzare i talenti»

NICOLA DUBERTI - ISTITUTO COMPRENSIVO “ODERDA-PEROTTI” DI CARRÙ - SEDE DI ROCCA DE’ BALDI


Il merito a scuola? La soluzione che vorrebbe proporre l’attuale Governo, se non sbaglio, riprende le indicazioni contenute in un libro di Paola Mastrocola e Luca Ricolfi, “Il danno scolastico”. La scuola progressista come macchina della disuguaglianza. Io insegno da 21 anni sempre nella scuola media, che è considerata da loro (come dalla Fondazione Agnelli) quella meno efficace, meno meritocratica, una specie di grande parcheggio triennale in cui si azzerano gli interessi e le potenzialità dei ragazzi. Beh, io non condivido questa idea. La scuola media che descrivono Mastrocola e la Fondazione Agnelli non corrisponde a quella che ho conosciuto io da insegnante. Più che di una questione di merito parlerei di una valorizzazione dei talenti. Ecco, questo sì che è un problema aperto. Nelle medie si trovano bambini con potenzialità molto diverse, competenze diversificate fra loro, magari non facilmente collocabili nell’ambito scolastico. La sfida è dare a tutti gli studenti la fiducia in sé stessi necessaria per mettere a frutto i propri talenti.



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