Monaci oggi: «Da rinnovare i tratti di “protesta”, differenza e profezia»

Intervista a padre Michael Davide Semeraro, priore dell'abbazia di Novalesa: «La vita monastica è una concessione ai battezzati»

Foto de "La Valsusa" - Chiara Genisio

Il colloquio con padre Davide Michael Semeraro, priore dell’abbazia di Novalesa, era partito da una domanda: cosa significa essere monaci oggi, in un mondo sempre più interconnesso, in cui l’informazione è continua e capillare. Quel quesito si è semplificato ed è diventato: cosa significa essere un monaco? L’amara constatazione è che oggi spesso non si ha idea di cosa sia davvero il monachesimo, e l’idea che si ha del monaco è quella di un personaggio dei romanzi gotici ottocenteschi, o tuttalpiù del “Nome della Rosa”. Semeraro svela la dura, complessa bellezza di una vita donata a fondo perduto, alla non-ricerca di un frutto spontaneo, per questo ancora più prezioso, con risvolti sorprendenti sul rapporto con la fede cattolica, che non incoraggia chi si apparta dal mondo.

«La cosa importante da recepire è che la vita monastica è un’esperienza prima di tutto di tipo antropologico. Appartiene a tutte le tradizioni e tutte le religioni. Prima di essere una forma di Sequela Christi è una forma di accoglienza del proprio mistero di uomo o di donna. Il monaco, che sia un sufi, un benedettino, un maestro zen, è una persona che scopre nella propria vita un’attitudine fondamentale alla solitudine. Il Signore Dio nella Genesi dice il contrario: non è bene che l’uomo sia “monakos”. Questo è già un problema (ride). Eppure ci sono uomini e donne che, pur avendo una struttura umana sessuale biologica, scoprono o sentono di essere fatti per una vita di solitudine. Di fatto è una morte. Come dice Gregorio di Nazanzio nel IV secolo “La gente si sposa per timore della morte” per lasciare una traccia nella storia qualcosa dopo di sé. Il monaco o la monaca in realtà sente che la sua vita non ha un significato per quello che lascia dopo di sé, ma per quello che vive nel momento presente senza avere alcuna volontà di futuro. Si vive, da un certo punto di vista, già una forma di eternità e non di immortalità. La vita monastica ha come caratteristica peculiare questa disponibilità del monaco ad essere già morto. A non avere un peso nella storia. Il peso che la vita monastica nei secoli ha avuto è direttamente proporzionale a questa rinuncia»

Quindi con il termine peso intende, in questo caso, un’importanza spirituale, più che storica?

Spirituale, culturale, religiosa, artistica... Non mi riferisco solo alla tradizione cattolica, pensiamo ai maestri sufi, zen… Ma il frutto è tanto più grande quanto più non c’è nessuna volontà alla base, nessun progetto. Come dice Ivan Gobry, che ha scritto un prezioso testo sul monachesimo, la vocazione dei monaci non è l’edificazione ma una conversione. In questo la vita monastica è differente da altre forme di vita religiosa e dalla vita presbiterale.

Qual è il valore di questo frutto spontaneo che nasce?

Fondamentalmente penso che la vita monastica sia una vita messa al servizio della trascendenza. L’imperativo è non porsi al centro nemmeno della propria vita. Si mette al centro un qualcosa di altro da sé. Questo misteriosamente, ma anche efficacemente, scatena un’energia di vita che si trasmette in modo spontaneo.

Lei ha parlato del monachesimo come una parabola compiuta spiritualmente ed ecclesialmente in estinzione. Cos’è il monachesimo oggi?

Va verso il suo compimento il concetto storico che noi conosciamo del monachesimo, soprattutto in Occidente. Questo aspetto è fondamentalmente legato al ridimensionamento dell’eccellenza, causata dalla ricomprensione del Concilio Vaticano II che stabilisce che tutti i battezzati hanno la stessa dignità e la stessa vocazione alla santità. La figura storica di un monachesimo elitario, dal punto di vista dell’eccellenza morale e spirituale, è una parabola compiuta. Anche perché buona parte del numero di religiosi, in tutte le loro forme, era anche molto legata all’eccezionalità che si attribuiva a una scelta di questo tipo. Dopo il Concilio e con la conferma delle intenzioni conciliari dataci da papa Francesco in questi 10 anni di magistero, torna al centro la vita battesimale e questo porta come conseguenza la rivalutazione della vita sessuale e affettiva. Con questa componente i numeri di monaci e monache sono diminuiti. La vita monastica religiosa diventa un’eccezione, e non una regola. Si fa ancora fatica a capire che la diminuzione numerica è un segno positivo. Siamo in una fase di riqualificazione, e questo inevitabilmente porta a una riduzione statistica.

Non c’è contraddizione in religiosi che conducono una vita estraniata dal mondo con il messaggio evangelico?

Per molti aspetti la vita monastica, con questa accoglienza di una morte vissuta e la separazione dal mondo, è incompatibile con il Vangelo e i suoi elementi fondamentali: la prossimità, la compassione, l’impegno, l’esposizione, la trasformazione del mondo…. Troppo spesso si dimentica che il Signore Gesù non è nato né da stirpe sacerdotale, né ha scelto di essere monaco nel suo tempo. Io come una battuta, dico: crediamo che Cristo è l’archetipo dell’umano e della santità, ed è il Salvatore di tutti, quindi salva anche noi monaci. Finora abbiamo pensato che i monaci e le monache siano quelli che salvano il mondo, con la loro vita pura, perfetta, eccellente. Evangelicamente parlando la vita monastica è una concessione ai battezzati, è un’accettazione di una natura diversa, altra. Uno dei problemi che viviamo attualmente nella Chiesa, nella vita consacrata, è che abbiamo perso la percezione non dell’eccezionalità ma della particolarità di questa vocazione. Più l’abbiamo estesa, più purtroppo ha perso la sua natura di protesta, di differenza e di profezia. Di questo che i monaci di oggi sono chiamati a riappropriarsi. Altrimenti l’elemento deistituzionalizzante della vita monastica diventa schiavo della propria istituzionalizzazione.

Nel momento in cui si scopre una vocazione al monachesimo, questa contraddizione con il Vangelo non crea dilemmi interiori?

No perché di fatto per l’Evangelion di Cristo Signore non c’è nulla di umanamente vissuto che sia fuori dall’attenzione salvifica di Cristo, compresa la vita monastica. In un tempo come il nostro, di grandi turbamenti per la mutazione antropologica che stiamo vivendo da tutti i punti di vista, la persistenza nei secoli di questo tipo di vita “strano” rappresenta un grande messaggio di speranza. Non c’è nulla che gli uomini e le donne di ogni tempo, di ogni cultura, di ogni situazione, vivano con autenticità di assunzione del proprio vissuto che non possa entrare nel disegno salvifico portatoci da Cristo Gesù. Il Maestro non ci ha chiesto di entrare in un sistema dottrinale, ma in un sistema di relazione.

Cosa significa essere un monaco nel 2022, quando la separazione dal mondo è sempre più difficile, anche per via dei mezzi di comunicazione sempre più indispensabili e invasivi?

Io le rispondo citando le parole di uno dei nostri maggiori abati del secolo scorso, morto ultracentenario recentemente. Di fatto non siamo più monaci come eravamo un tempo ma siamo forse più veri. La situazione dei nostri monasteri oggi, come in tutte le realtà umane ed ecclesiali, è che non siamo più in un sistema di protezione. Non siamo più costretti ad evitare il contatto con un certo numero di cose. Dobbiamo scegliere continuamente la nostra differenza di vita. Di fatto la presenza di internet e dei social rende assolutamente inutile la nostra clausura monastica dal punto di vista di muri e cancelli. Prima di tutto, i monaci di tutti i tempi sono sempre stati i più sensibili alle comunicazioni. Non dimentichiamo che la stampa è stata inventata in un monastero. Se i nostri predecessori avessero avuto le mail o Whatsapp avrebbero fatto faville. Sono stati i più grandi fruitori delle linee di comunicazione dei tempi antichi e i più grandi viaggiatori, grazie anche alla rete dei monasteri che rendeva più facile il tutto. In realtà la nostra stabilità monastica, salvo rare eccezioni, non è mai stata un’estraneazione dal mondo, ma un attraversare il mondo a partire da alcune scelte di valori fatte a partire dalla propria interiorità e condivise con la propria comunità. Questa che è una caratteristica che troviamo nell’antichità diventa ancora più forte oggi, ed è la stessa sfida. Avere dei mezzi significa per noi scegliere di usarli in un certo modo. La testimonianza che possiamo dare come fratelli in umanità è questa: Internet non è il demonio, il problema è che ogni uomo e ogni donna deve saper scegliere come usare i mezzi che hanno a disposizione per il proprio bene e per quello degli altri, altrimenti saremmo degli animali. Non possiamo accontentarci di vivere in un regime di costrizione, ma dobbiamo necessariamente passare a vivere in un regime di libertà. L’ultimo libro che ho scritto sulla vita monastica l’ho intitolato appunto “Elogio della libertà”.

In un’occasione, ha raccontato come avesse chiesto a un confratello molto anziano di rinunciare a una cura medica, ritenendola eccessiva. Oltre all’obbedienza monastica questo può essere la sintesi anche dell’obbedienza che dobbiamo alle leggi della natura e ai nostri limiti fisici?

Davanti al mistero della morte, anche fisica, dovremmo essere più preparati e più pronti. Si fa confusione tra immortalità ed eternità: siamo chiamati all’eternità ma restiamo mortali. Nel chiostro spesso i giovani vanno molto aiutati nella gestione della sessualità, gli anziani vanno aiutati nella gestione delle medicine. Sempre di corpo si tratta: i giovani vivono le pulsioni sessuali e i desideri, hanno bisogno di un’ascesi, di un cammino. A volte c’è anche bisogno di momenti di peccato, di caduta, di trasgressione che vanno vissuti e affrontati. Nell’anzianità il rischio è invece che la cura del proprio corpo diventi quello che nella gioventù è la sessualità: anche questa va vissuta in modalità non animale di autoconservazione, ma di finalizzazione. La cura medica deve essere giusta. Non può essere eccessiva.

Come ha scoperto lei la sua vocazione?

Molto semplicemente: il mio desiderio da ragazzo era diventare missionario in Africa, ho fatto il seminario con i Comboniani negli anni del liceo, e mi sono reso conto che, pur avendo questo grande desiderio di annuncio del Vangelo, mi apparteneva di più una dimensione più solitaria, di contemplazione e silenzio. Non ero fatto per questo tipo di vita:: c’erano delle priorità a cui ho cercato una risposta nella vita monastica, e devo dire, dopo quasi quarant’anni di vita monastica, devo dire che avevo visto bene. Ho dovuto accettare la mia struttura

Adesso che ha responsabilità di priorato com’è cambiato il suo modo di vivere il ruolo di monaco?

Fondamentalmente sono consapevole che la comunità prima o poi finirà. La comunità non è immortale, so che avrà un compimento, anche se non so quando avverrà. Non ho preoccupazioni per l’avvenire. La conseguenza di questa sorta di accoglienza della mortalità anche della comunità di cui faccio parte mi porta ad avere una grande attenzione alla compassione e al contempo un grande rigore intellettuale. Per me è importante non fare confusione e non confondere compassione con “comodismo”, con il “va bene tutto”. Misericordia e rigore non vanno mai disgiunti e credo che questo sia quello che chiede la regola. Come in ogni vita gli aspetti pratici sono sempre e solo la conseguenza di un’intelligenza che c’è o non c’è. Il dovere dell’intelligenza resta primario, soprattutto in cui è chiamato a condurre una comunità.

Oggi qual è la situazione dei monaci in Piemonte?

A dispetto di quanto abbiamo detto all’inizio è abbastanza vivace la scena monastica piemontese. Allo stesso tempo penso che in questo momento numeri e prospettive non sono sempre univoci, a volte sono discordanti. All’isola San Giulio ci sono molti fratelli, altrove abbiamo numeri bassi. Elemento dei numeri dice qualcosa della vitalità delle comunità monastiche, ma quello che abbiamo sul piatto è che comunque il monachesimo è in una situazione di compimento storico di un’immagine della vita monastica anche quando i numeri sono alti. La grossa sfida oggi è quella di impegnarsi di più nell’intelligenza di quello che stiamo vivendo chiedendoci come monaci qual è la nostra specificità, e anche la chiesa dovrebbe chiedercelo con più forza. Altrimenti per paura di morire si diventa meno rigorosi e questo porta a un’ambiguità che normalmente pagano i più giovani, che dopo pochi anni si trovano in difficoltà sull’identità monastica che hanno scelto di vivere.

Crede che si aprirà un altro capitolo?

Credo che si sia già aperto: si sta aprendo con sempre più forza anche in Piemonte il modello eremitico. Anche qui con tutta una serie di distinguo che andrebbero fatti, viene fuori che la cosa che tocca di più gli uomini e le donne del nostro tempo non è più l’appartenenza a una corporazione monastica, ma la possibilità di andare in fondo all’accoglienza del mistero di sé stessi, pur con luci ed ombre. Di fatto la vita religiosa, monastica e altre forme, statisticamente diminuisce sempre di più mentre le altre due forme di vita consacrata ossia l’Ordo Virginum e gli Eremiti diocesani aumentano sempre di più. E questo è il segno di una chiusura del cerchio. Di fatto la vita monastica nasce con gli eremiti del deserto e sta ricongiungendosi a quella figura, più legata all’esperienza individuale. Questo è il grande segno anche a livello statistico.

Insomma è la chiusura di un cerchio della storia

Sì, ma bella direi. Anche perché obbliga le nostre comunità, che pure restano di vita cenobitica, a tutta un’intelligenza di novità necessarie, di un indispensabile riequilibrio tra vita comune e vita personale. Questa è la nuova grande sfida della nuova generazione monastica.

 



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