L’assessore regionale Chiara Caucino: «Per fermare la violenza contro le donne si deve educare gli uomini, fin da ragazzini»

«Per combattere il grave fenomeno della violenza contro le donne occorre uscire dagli schemi classici - che funzionano, sia chiaro, e servono a tutelare in ogni modo le vittime - ma prevenire, lavorando soprattutto sugli uomini, fin dai primi anni di vita, quando, ancora minorenni, imparano in famiglia e nella scuola che cosa è giusto e cosa no». È questa, in estrema sintesi, la posizione dell’assessore regionale alle Pari Opportunità, Chiara Caucino (nella foto, l'assessore un anno fa all'evento dei "cappellini rossi" a Mondovì), che in occasione della Giornata nazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne ha partecipato a Roma, alla Camera dei Deputati, in rappresentanza del Piemonte, al convegno internazionale organizzato dal presidente della Camera, Lorenzo Fontana, «Non più sole: la drammatica situazione della violenza contro le donne» e, il giorno dopo, all’incontro, in Consiglio Regionale, organizzato dall’associazione di Promozione sociale «La Città delle Donne» e da #ITE dal titolo: «LIVIDO Viol(A)nce».

Per Caucino «il fenomeno va quindi combattuto alla radice e non soltanto quando ormai potrebbe essere troppo tardi. Certo, resta l’imprescindibile indicazione di segnalare immediatamente ogni forma di violenza alle autorità competenti e di non avere paure di denunciare i propri carnefici, ma se vogliamo arrivare a estirpare il fenomeno alla radice occorre lavorare sull’uomo: fin dall’infanzia, appunto, ma anche sui colpevoli di violenze, rieducandoli ed estirpando quel retaggio culturale, presente purtroppo ancora in molti maschi, che la violenza sulla propria compagna sia qualcosa tutto sommato di tollerabile. Ovviamente non è così e, come Regione, stiamo lavorando per tutelare le vittime ed educare preventivamente, come dimostrano anche i corsi di genitorialità che ho voluto istituire, dove si insegna ai genitori di inculcare fin da subito il rispetto di genere e il rifiuto di qualsiasi forma di violenza, che si fisica, verbale o psicologica».

Nello specifico del territorio regionale piemontese, i Centri antiviolenza esistenti e iscritti all’albo regionale sono stati 21 ed hanno avuto in carico 3090 donne, e 12 Case rifugio con la capienza complessiva per 98 posti di accoglienza. Da novembre 2021 si è aggiunta la 13esima casa rifugio nell’ambito provinciale di Asti, portando la capienza complessiva a 102 posti ed ampliando ulteriormente la copertura del Servizio a tutto il territorio regionale, ad eccezione dell’ambito provinciale di Vercelli.

I posti attivati o di nuova attivazione di accoglienza di primo livello finanziati con DPCM del 2019 realizzato nel 2020 sono stati 127, di II livello di 84 posti. I Centri antiviolenza piemontesi svolgono un’intensa attività di raccordo con la rete dei Servizi di contrasto alla violenza e collaborano nelle rilevazione annuali promosse e realizzati da ISTAT sui dati e le informazioni sul fenomeno della violenza. La Regione sovrintende alla raccolta dati presso i Centri e le Case avvalendosi del sistema di acquisizione predisposto dall’ISTAT e garantisce la completezza e la qualità dei dati rilevati monitorando il processo di rilevazione.

Il numero totale di contatti o accessi di donne ai Centri regionali totale nel corso del 2020 è di 10.882 persone, di cui 2.291 diretti (di persona) e 8.116 telefonici o via e mail (il periodo di emergenza COVID ha favorito questa modalità); di questi i nuovi contatti di donne che per la prima volta accedevano al centro sono stati 7.385. Si è rilevato il numero di donne «in carico», per le quali è stato avviato un percorso personalizzato di uscita dalla violenza, inteso come l’attuazione di un progetto specifico individualizzato e concordato con la donna di uscita dalla violenza. Nel 2020 il numero di donne «in carico» ai Centri è stato di 3090 donne, (di cui 864 donne straniere).

Di queste 2.383 hanno iniziato il percorso nel 2020, le rimanenti erano già in carico nel 2019; 798 sono state inviate dai servizi territoriali (Servizio Sociale, Forze dell'ordine, Consultori familiari, Pronto soccorso, SERD, e altre analoghe strutture); 1.534 donne hanno figli, e di queste 1.049 hanno figli minorenni, mentre 816 sono state inviate per una presa in carico ai servizi territoriali competenti. Ancora 126 sono state inviate a strutture di accoglienza in emergenza, 44 accolte in casa rifugio, 86 in strutture di pronta accoglienza (I livello) e 38 di secondo livello, per 31 è stato necessario l’inserimento in altre tipologie di struttura e per 63 vi è stato un progetto di accompagnamento all’autonomia abitativa.

Dei 1372 minorenni supportati dai Centri in quanto figli di donne vittime di violenza, 208 sono stati vittime di violenza diretta e 975 di violenza assistita. Con l’emergenza covid e le misure restrittive imposte a livello nazionale e regionale, tutti i Centri hanno modificato le modalità di accesso ed erogazione dei Servizi, nel rispetto delle misure di distanziamento, introducendo colloqui telefonici e videochiamate, comunicazione via mail e utilizzando canali multimediali diversi.

Per quanto riguarda gli ultimi dati aggiornati al 31 dicembre 2021, ancora in corso di elaborazione: ad oggi si rilevano 10.283 contatti presso i Centri antiviolenza e 3303 donne «in carico», per le quali è stato avviato un percorso personalizzato di uscita dalla violenza, inteso come l’attuazione di un progetto specifico individualizzato e concordato con la donna di uscita dalla violenza.

 



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