Denunciare chi ha commesso violenza: come funziona? Ce lo spiegano i Carabinieri

I Carabinieri di Mondovì spiegano tutto l’iter per chi si rivolge a loro per denunciare di essere stata maltrattata

Cosa accade nella fase in cui una donna si presenta davanti ai Carabinieri, raccontando di essere vittima di violenza? Come viene ascoltata, cosa le viene chiesto di raccontare?
Viene subito accolta in un locale tranquillo, lontano dal passaggio di altro personale e del pubblico che accede in Caserma. Viene garantita alla vittima la massima riservatezza, evitando che siano presenti familiari o altre figure che potrebbero limitarne la capacità di espressione o addirittura condizionarne il racconto. La persona viene affidata a un sottufficiale della Stazione che ha il compito di ascoltarla e documentarne il racconto, informandola sui possibili strumenti previsti dalla legge, sui Centri antiviolenza e sull’attivazione del numero verde nazionale “1522” che accoglie le richieste di aiuto e sostegno delle vittime di violenza e stalking. L’ascolto della vittima è un passaggio fondamentale, motivo per cui l’operatore di Polizia giudiziaria cerca di costruire un rapporto empatico e di fiducia, di favorire il dialogo per aiutarla ad acquisire sicurezza e a non aver ripensamenti e incertezze. Un atteggiamento sensibile, attento, rassicurante e sollecito consente di attenuare il danno psicologico subito dalla vittima, oltre che di scongiurare comportamenti di chiusura. Inizialmente viene privilegiata la narrazione spontanea, evitando interruzioni. In seguito, l’operatore adatta le proprie domande alla persona e al contesto, cercando di parlare lentamente e di farla sentire accolta e compresa, al fine di agevolarne il processo di rievocazione del ricordo. A volte si fa in modo che sia la vittima a controllare il ritmo. Quello che si vuole ottenere non è solo la descrizione degli specifici episodi di violenza, ma anche informazioni sul vissuto familiare, sul contesto, sul coinvolgimento o la presenza di minori, sull’esistenza di testimoni o persone comunque a conoscenza di quanto accaduto. Nell’ascolto delle vittime ad alta vulnerabilità e dei bambini bisogna inoltre considerare che questi non ragionano con l’intelletto, ma bensì con le emozioni. Per questo ci si avvale sempre dell’ausilio di esperti in psicologia o in psichiatria infantile.

Le donne che si rivolgono a voi chiedono di essere ascoltate o assistite da Carabinieri donne?
Solitamente no, ma viene loro prospettata la possibilità di essere seguite da personale femminile. Spesso è questo a prendere immediatamente in carico i singoli casi, considerato che la Stazione di Mondovì, come molti altri Comandi dell’Arma, ha in organico da diversi anni personale femminile. Tutto il personale è formato e periodicamente aggiornato sulla materia. Nei casi più delicati o complessi, le escussioni protette di “vittime deboli”, tra cui i minori, possono essere condotte con il supporto del referente antiviolenza del Comando provinciale del personale della Sezione “Atti persecutori” del Raggruppamento Carabinieri Investigazioni Scientifiche di Roma. Sin dal 2014, l’Arma è dotata della “Rete nazionale di monitoraggio sul fenomeno della violenza di genere”: il personale appartenente alla Rete è appositamente addestrato presso l’Istituto Superiore di Tecniche Investigative, centro di alta qualificazione dell’Arma, ove vengono svolti annualmente corsi di formazione specifici in materia di violenza di genere.

Quali provvedimenti possono essere adottati, nell’immediato, per la tutela della vittima (ed eventualmente dei suoi figli)? E quali nei confronti di chi viene denunciato per violenza?
Le recenti riforme in materia di tutela delle vittime di violenza domestica e di genere hanno ampliato gli strumenti a disposizione delle Forze dell’ordine e dell’Autorità giudiziaria. In genere, si tratta di misure finalizzate, da una parte, alla tutela della vittima e dei suoi figli e, dall’altra, a incidere sulla libertà personale del presunto autore delle violenze. Le più importanti, procedendo per gradi, sono l’allontanamento dalla casa familiare, il divieto di avvicinamento ai luoghi frequentati dalla persona offesa (eventualmente integrato con l’ulteriore prescrizione del divieto di comunicare, con qualsiasi mezzo, con la stessa), il divieto/obbligo di dimora, gli arresti domiciliari, la custodia cautelare in carcere, la custodia cautelare in luogo di cura, l’arresto obbligatorio in flagranza dei delitti di maltrattamenti/atti persecutori e di violazione dei provvedimenti di allontanamento dalla casa familiare e del divieto di avvicinamento. Non tutte le vittime sono intenzionate ad avviare un procedimento penale. Ecco che quindi si ricorre all’ammonimento: una misura di prevenzione, la cui funzione principale è sanzionatoria ma dissuasiva, preventiva, mirata a predisporre una “tutela anticipata” della vittima, interrompendo i comportamenti dell’autore che, nel tempo, potrebbero portare a conseguenze più gravi. A tali tutele si affiancano mirate attività di vigilanza da parte delle Forze dell’ordine, periodici contatti con le vittime, la collocazione delle donne e di eventuali figli in strutture protette messe a disposizione dalle Associazioni antiviolenza, attività che nel territorio monregalese vede in prima linea il Centro “L’Orecchio di Venere”.

Le Forze dell’Ordine hanno anche il compito di effettuare verifiche su quanto viene denunciato?
La ricezione della denuncia è immediatamente seguita da minuziose indagini svolte d’intesa e sotto il coordinamento del pubblico ministero. Spesso gli accertamenti iniziano prima della stessa denuncia. Si tratta di tutti quei casi in cui si è avuta notizia dai Servizi sociali, dal Centro antiviolenza, dal Pronto soccorso o da altre fonti dell’esistenza di situazioni meritevoli di attenzione e approfondimento, oppure dei casi che emergono a seguito di nostri interventi all’interno delle abitazioni o per strada per dissidi e violenze.

Quali sono le domande che vi vengono fatte più di frequente, da parte di chi si rivolge a voi? E quali i timori, i dubbi e le cautele?
Principalmente ci chiedono cosa succederà dopo la presentazione della denuncia, quale iter seguirà, quali forme di tutela sono previste, dove poter ricevere assistenza e alloggio, se dovranno testimoniare in un processo, se dovranno tenere traccia delle chiamate, dei messaggi e dei contenuti multimediali ricevuti dall’ex partner sul telefono, quanto dovranno attendere prima dell’emissione di una misura cautelare, ecc. I dubbi e le preoccupazioni riguardano principalmente i figli, dove saranno collocati e se potranno rimanere con la madre e continuare a frequentare la stessa scuola. Relativamente alle cautele, siamo noi a suggerire alle vittime di evitare di incontrare nuovamente l’indagato, di chiamare immediatamente il “112” nei casi dovessero sentirsi in pericolo e di annotare qualsiasi informazione o accadimento possa risultare utile ad integrare la querela.

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