Il Museo “Avena” di Chiusa Pesio in quattro reperti

Raccontare un museo in quattro reperti. Non necessariamente i più significativi, né quelli di maggior successo di pubblico. Non facciamo classifiche, ma ci interessano storie, curiosità, percorsi culturali. Così il Culture Club 51 visita un museo e ciascun collaboratore sceglie di raccontare l'oggetto che lo colpisce di più: per la sua storia, ma anche e soprattutto per la sua capacità di innescare altre storie. È sorprendente scoprire quanto lontano possa portare un qualsiasi oggetto che si incontra nelle sale di un museo. Ed è ancora più meraviglioso scoprire quali stravaganti curiosità e quali oggetti straordinari possano celarsi nelle sale di un qualsiasi museo del nostro territorio, anche magari dedicato ad argomenti sulla carta lontani dal nostro interesse. Sono ricchezze culturali che meritano di essere conosciute e valorizzate, dai monregalesi prima ancora che dai visitatori esterni.

Il paradosso di un mortaio di vetro

Mortaio e pestello, prima metà del XIX secolo. Mortarino con pestello in vetro soffiato

di LORENZO BARBERIS

Tra le quattro sezioni del Museo di Chiusa di Pesio è inclusa la collezione della Regia Fabbrica de’ vetri e cristalli. In Valle Pesio infatti, a metà del Settecento, viene impiantata la vetreria reale dei Savoia. Il Museo ricostruisce queste antiche tecniche di produzione, con gli utensili di lavorazione e numerosi manufatti soprattutto della produzione dell’imprenditore Giuseppe Avena (1781-1853), cui è intitolato il Complesso museale. Il padre nel 1797 aveva ottenuto la maggioranza nella società “Saroldi e C.” e quindi ottenuto la gestione della “Regia Fabbrica dei Vetri e Cristalli” di Chiusa di Pesio, impiantata una trentina di anni prima nel quadro di un decentramento produttivo finalizzato a ridurre l’inquinamento di Torino (ma anche per la maggior disponibilità di legna in Valle Pesio). Giuseppe viene assunto come “cassiere” all’interno della fabbrica. Nel 1816, alla morte del padre, Giuseppe ne prende il posto come direttore della fabbrica, di cui diviene nel 1825 l’unico proprietario. Manufatti di pregio si affiancano a oggetti d’uso comune, con riscontro nell’ampio repertorio a stampa pubblicato intorno agli anni Trenta dell’Ottocento. Tra questi, particolarmente affascinante mi è parso un antico mortaio di vetro, con pestello dello stesso materiale. Curiosamente, a una prima ricerca, l’uso del mortaio in vetro è piuttosto attestato, anche se ovviamente, nell’impiego comune, prevalgono materiali più associati all’idea di grande resistenza, come il granito. Il mortaio in vetro ha il vantaggio, naturalmente, di mantenere massimamente visibile il materiale polverizzato, ma nell’immaginario evoca una fragilità che diviene quasi un ossimoro, e non stupirebbe se “Il mortaio di vetro” fosse il titolo di un’opera modernista, volta a indagare le contraddizioni novecentesche tra violenza e fragilità, un po’ come la “Allegria di Naufragi” di Ungaretti o “Le maschere nude” pirandelliane. Non si sa molto di più sul reperto in questione, al di là della cornice che abbiamo su evidenziato, ma la sua contraddizione in termini, sia pur solo apparente, è un paradosso affascinante.

Quotidianità e versatilità

Stufetta – XX secolo. Terracotta invetriata in miniatura foggiata a forma di stufetta. Manifattura Baudena

di GIOVANNI RIZZI

Durante la formazione scolastica è accaduto a tutte le annate di effettuare laboratori didattici, dove avere un primo approccio con l’attività manuale. Spesso durante le ore di educazione artistica gli alunni si cimentavano con Das e argilla, e più o meno tutti quanti portavano a casa, con orgoglio, i lavori realizzati durante le ore di lezione. Vivendo in una zona che respira ceramica da oltre due secoli ,questo passaggio acquisisce un significato di rilievo, dove anche il gioco può avere una sua funzione nell’apprendimento. Infatti all’interno dei locali del Complesso museale “Cav. G. Avena” di Chiusa di Pesio dove è presente una ricca sezione dedicata alla collezione delle ceramiche, un tempo attività fiorente del paese, grazie alle manifatture Giordana, Barberis, Gabutti, Società Anonima Ceramica Piemontese, troviamo un oggetto che asseconda questa funzione. Si tratta della miniatura di una stufetta in terracotta invetriata, realizzata agli inizi del ‘900 dalla manifattura Baudena, utilizzata dai bambini anche per il gioco. Un oggetto che incuriosisce per la sua forma particolare, inconsueta se paragonata al pregevole vasellame tipico chiusano, utile a trasportarci in un’epoca in cui la ceramica occupava un’estesissima e quasi insostituibile risorsa materica, non solo presente sulle tavole, ma utilizzata per moltissimi aspetti della vita quotidiana. Un piccolo viaggio a ritroso, tutto sommato nemmeno troppo indietro negli anni quando la ceramica entrava nelle case chiusane, non solo come oggetto, ma anche come valore affettivo nei ricordi di chi nelle manifatture vi aveva lavorato. Dalle maiolichere agli operai, chiamati dalle sirene di inizio turno che scuotevano i silenzi della vallata, con le sponde del Pesio a delimitare il confine delle fabbriche: contenitori di una socialità che popolava anche fuori, durante le pause, le vie del borgo nelle giornate feriali. Mentre ad animare i mercati festivi ci pensavano i Ciapasè, i venditori dei “ciap” ovvero dei cocci, impegnati a dimenarsi e urlare nelle fiere nel tentativo di avvicinare potenziali acquirenti.

La spada spezzata

Spada. Due frammenti ricongiungibili riferibili alla punta. X-IX secolo avanti Cristo

di LORENZO BARBERIS

Un’altra delle quattro sezioni del Museo di Chiusa di Pesio è quella archeologica: “Il ripostiglio del Monte Cavanero” con reperti dal X all’VIII secolo a. C. L’esposizione documenta il rinvenimento di un ripostiglio di bronzi, ambre e vetri, di singolare antichità, risalente all’VIII secolo a.C. e ad opera di un artigiano esperto nella lavorazione del metallo. Nel ripostiglio sono rinvenuti oltre trecento elementi: armi, gioielli, oggetti di uso quotidiano. A parte alcuni attrezzi impiegati nella lavorazione del bronzo e scarti raccolti e conservati per la rifusione, si tratta di manufatti destinati prevalentemente all’ornamento femminile, secondo una casistica nota nei ripostigli di bronzi coevi dell’Europa nord-occidentale. Un rinvenimento importante, che può consentire uno studio più accurato della lavorazione bronzea nell’area. Tuttavia, se lo storico e l’archeologo saranno interessati a questo lavoro di contestualizzazione, agli occhi del profano risulta particolarmente affascinante un reperto: la spada spezzata. L’intero mito, specie nordico, ruota attorno alla spada spezzata: la Notung di Sigmund, spezzata dall’asta di frassino di Wotan, viene riforgiata dal figlio Sigfrido, che la scioglie interamente e poi la riassembla da zero, beffando il fabbro nibelungo, l’orrido nano Mime, che era stato incapace di saldarla. Il nome Notung, “conoscenza”, è una invenzione di Wagner nella Tetralogia, ma il mito ha davvero radici ancestrali. La spada spezzata sopravvive come simbolo nel medioevo, nel ciclo graaliano del Parsifal che, non a caso, fu nuovamente caro a Wagner. Anche la spada spezzata di Chiusa Pesio era probabilmente stata recuperata dal fabbro per riusarla; alla morte di un guerriero celtico, essa veniva spesso spezzata, in modo da morire col suo padrone. Affascina notare come la spada è coeva degli anni in cui, lontano da qui (e lontanissimo sotto il profilo culturale), Omero o chi per esso forgiava il poema epico che avrebbe fondato la cultura occidentale, l’Iliade (e poi l’Odissea), mentre i primi giochi olimpici segnavano la rinascita della civiltà.

Il prete dei ribelli, protagonista della Resistenza

L’altare da campo e la macchina fotografica di don Giuseppe Bruno (1911-1966)

di PAOLO ROGGERO

Sicuramente il visitatore si accorge, nel varcare la soglia dei “Sentieri della memoria” di aver attraversato in qualche modo un limite invisibile, che distingue inevitabilmente quest’ala del Museo dalle altre, come se fosse uno spazio a sé stante, con una sua veste e una sua autonomia. In effetti se il polo museale chiusano raccoglie memorie e tradizioni del paese, il Museo della Resistenza custodisce una memoria che è comune a tutti, e che è costitutiva dell’identità nazionale. Nella Valle Pesio si è scritta una pagina importante del movimento resistenziale, testimoniata anche dalla presenza sul territorio di un presidio della memoria come il Sacrario Partigiano. In questa sezione “Sentieri della memoria” sono custoditi alcuni cimeli, davvero emozionanti, come i contenitori degli aviolanci, vari oggetti posseduti dai combattenti partigiani tra cui una ricetrasmittente a onde corte, una pedalina con cui si stampavano in quota notiziari e messaggi. La collezione di oggetti più corposa tuttavia ruota intorno alla figura di don Giuseppe Bruno, sacerdote originario di Pianvignale a Frabosa Sottana, grande appassionato di fotografia: suoi sono sostanzialmente quasi tutti gli scatti riprodotti sui pannelli che scandiscono il percorso museale e che consegnano istantanee inestimabili sulla quotidianità dei partigiani, costretti ad un’esistenza clandestina. Al Museo c’è anche la macchina fotografica con cui il sacerdote scattò quelle immagini, ma il reperto forse più emozionante e iconico di tutti è al centro della seconda sala. Si tratta dell’altare da campo di don Bruno, che custodiva in una valigetta portatile e su cui celebrava la Messa per quei combattenti. Lo stesso che viene ritratto in una delle foto più celebri che lo riguardano e che campeggia sulla copertina della biografia che a lui dedicò Albino Morandini nel 1979 e che è stato proprio recentemente ristampato dalla Cooperativa Editrice Monregalese. Narrativa, ma con il cuore saggistico, che ripercorre la vicenda cristiana e umana del sacerdote: una storia bella, avventurosa, significativa e complessa, da scoprire e riscoprire e tramandare alle future generazioni.

Per saperne di più:

Museo civico "Cav. Giuseppe Avena" a Chiusa di Pesio

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