“Che mondo vede, dai nostri presepi, Gesù Bambino?”

La riflessione del vescovo mons. Egidio Miragoli in cattedrale la notte di Natale. “I tanti motivi di una gioia profonda”. Rifarsi all’intuizione di Francesco d’Assisi nel riproporre la mangiatoia a Greccio come messaggio evangelico

Egidio Miragoli

«È di nuovo Natale. Giorno carissimo alla devozione cristiana; giorno amato dai credenti per millenaria tradizione; e al tempo stesso giorno avvilito e svuotato dalle citazioni consumistiche della pubblicità; giorno oltraggiato e messo in discussione da chi lo vede come troppo fortemente identitario e quindi poco inclusivo, fino a proporre di chiamarlo ‘Festa d’inverno’, come accaduto di recente – ha detto il vescovo mons. Egidio Miragoli in cattedrale la sera del 24 dicembre alla Messa della notte di Natale –. È di nuovo Natale e anche sul Natale si concentrano le povertà, le tensioni, i drammi di questo tempo confuso e in precipitosa evoluzione. È Natale e noi che ci troviamo qui da credenti vogliamo salvaguardarne il senso profondo, così aiutando anche gli altri, che qui non sono, offrendogli il senso di una festa che va ben oltre i canti, i mercatini e i regali. Il nostro Natale ha un cuore profondo e un valore immenso, che noi non siamo disposti a negoziare con nessuno. Vogliamo gioire anche per il nostro esserci ritrovati ancora una volta a celebrarlo. È bello poter dire, con la nostra presenza, che nonostante tutto abbiamo perseverato nella fede, che il sale non ha perduto sapore, che le sentinelle non hanno abbandonato. Con San Paolo, possiamo dire di aver combattuto la buona battaglia quotidiana e di aver conservato il nostro credo, nonostante i molti pericoli che lo insidiano dentro e fuori dalla Chiesa».

Il presepio, un vangelo vivo

«La riflessione di quest’anno è suggerita da una importante ricorrenza: gli 800 anni dell’invenzione del presepio da parte di san Francesco – ha continuato il vescovo –. Inevitabile chiedersi quale sia il significato di questo segno natalizio, e cercare di riscoprirne il senso, che non è solo tradizione. “Rappresentare l’evento della nascita di Gesù equivale”, infatti, “ad annunciare il mistero dell’Incarnazione del Figlio di Dio con semplicità e gioia”, dice papa Francesco (Lettera apostolica “Admirabile signum”). La parola “presepe” arriva da “praesepium”, mangiatoia. L’Evangelista Luca dice infatti che Maria “diede alla luce il suo figlio primogenito, lo avvolse in fasce e lo pose in una mangiatoia, perché per loro non c’era posto nell’alloggio” (Lc 2,7). Gesù viene deposto in una mangiatoia, che in latino si dice appunto praesepium, da cui “presepe”. Una bella lettura del significato di questo elemento del nostro Natale la offre Papa Francesco, quando, nella Lettera apostolica “Admirabile signum”, dedicata a questo anniversario lo definisce “come un Vangelo vivo”, un Vangelo portato “nei posti dove si vive: nelle case, nelle scuole, nei luoghi di lavoro e di ritrovo, negli ospedali e nelle case di cura, nelle carceri e nelle piazze. E lì dove viviamo ci ricorda una cosa essenziale: che Dio non è rimasto invisibile in cielo, ma è venuto sulla Terra, si è fatto uomo, un bambino».

L’intuizione di san Francesco

«È però possibile compiere un passaggio ulteriore, partendo dall’intuizione di san Francesco, il quale, contrariamente a quanto siamo soliti pensare, non fece un presepio come il nostro, di statue, e neppure volle un presepio vivente come lo realizziamo noi. Diciamo che il presepe di Francesco è un presepe monco, incompleto. Infatti nel primo presepe mancano Giuseppe, Maria e, soprattutto, il Bambino. Capiremo poi perché. Intanto, notiamo un’intenzione particolare nella committenza del santo al suo collaboratore Giovanni. Scrive infatti il biografo di Francesco, Tommaso da Celano: “In quella contrada c’era un uomo di nome Giovanni, di buona fama, e di vita anche migliore, ed era molto caro al beato Francesco perché, pur essendo nobile e molto onorato nella sua regione, stimava più la nobiltà dello spirito che quella della carne. Circa due settimane prima della festa della Natività, il beato Francesco, come spesso faceva, lo chiamò a sé e gli disse: ‘Se vuoi che celebriamo a Greccio il Natale di Gesù, precedimi e prepara quanto ti dico: vorrei fare memoria del bambino nato a Betlemme, e in qualche modo vedere con gli occhi del corpo i disagi in cui si è trovato per la mancanza della cose necessarie a un neonato, come fu adagiato in una greppia e come giaceva sul fieno tra il bue e l’asino’. Appena l’ebbe ascoltato, il fedele e pio amico se ne andò sollecito ad approntare nel luogo designato tutto l’occorrente, secondo il disegno esposto dal Santo”» (Tommaso da Celano, Vita Prima, 84: Fonti Francescane n. 468)

Immedesimarsi, per capire e condividere

«È bello cogliere la volontà di san Francesco – ha proseguito nella riflessione il vescovo –. Immedesimarsi in quella notte per capire, per capire Gesù, per “sentire”, e “toccare” la povertà e i disagi che il Figlio di Dio ha scelto per sé nella sua Incarnazione; quella povertà che anche Francesco ha assunto come stile di vita, imitando la vita del suo Signore. Proviamo a immaginare oggi, questo tentativo. Come sta oggi, nella mangiatoia, Gesù? A chi assomiglia, lui neonato senza il necessario? Quali immagini ci fa venire in mente? Forse, più che i nostri bimbi oberati di beni materiali, ci ricorda i bambini terrorizzati dalle guerre, i bambini adagiati dai naufràgi sulle spiagge, i bambini spaventati sui barconi con il mare intorno, i bambini cui è chiusa la porta della vita attraverso la quale potrebbero accedere a questo mondo, che sembra non avere più posto per loro, mentre in realtà ne avrebbe assoluto bisogno! Resta valida e intatta, purtroppo, la constatazione di san Giovanni: “Venne tra i suoi, ma i suoi non l’hanno accolto”! E che mondo vede, dai nostri presepi, Gesù Bambino? Egli ha sguardo profondo. Ci scruta e ci conosce, come recita il Salmo. Sa quindi vedere il bello, che non fa rumore, che spesso viene compiuto nel nascondimento, ma che c’è ed esiste. Sa vedere la nostra solidarietà con chi soffre, le nostre rinunce, la nostra fede, la nostra speranza e la nostra carità che non si spaventano di fronte alle contraddizioni dell’umano e ai suoi soprusi. Purtroppo, però, non può non vedere anche il nostro grande mondo dilaniato dai conflitti e dalle ingiustizie, il nostro mondo di pochi ricchissimi e moltissimi diseredati, il nostro mondo disorientato dalle troppe parole, caotico nella sua mancanza di certezze; e il nostro piccolo mondo personale di compromessi e finzioni, di ipocrisie e meschinità, di rancori e rivalità. Il mondo, sugli scenari più vasti e su quelli individuali, segnato dal peccato. Il mondo che, come sempre, o più di sempre, ha bisogno di Lui e della sua Parola».

Greccio, nuova Betlemme

«Per tornare al racconto sul presepe di san Francesco, esso alla fine ci riserva una sorpresa, termina in modo inaspettato – ha continuato il vescovo –. Così continua Tommaso da Celano: “E giunge il giorno della letizia, il tempo dell’esultanza! Per l’occasione sono qui convocati molti frati da varie parti; uomini e donne arrivano festanti […]. Arriva alla fine Francesco: vede che tutto è predisposto secondo il suo desiderio, ed è raggiante di letizia. Ora si accomoda la greppia, vi si pone il fieno e si introducono il bue e l’asinello. In quella scena commovente risplende la semplicità evangelica, si loda la povertà, si raccomanda l’umiltà. Greccio è divenuto come una nuova Betlemme. […] I frati cantano scelte lodi al Signore, e la notte sembra tutta un sussulto di gioia. Il Santo è lì estatico di fronte al presepio, lo spirito vibrante di compunzione e di gaudio ineffabile. Poi il sacerdote celebra solennemente l’Eucaristia sul presepio e lui stesso assapora una consolazione mai gustata prima. Francesco si è rivestito dei paramenti diaconali perché era diacono, e canta con voce sonora il santo Vangelo: quella voce forte e dolce, limpida e sonora rapisce tutti in desideri di cielo. Poi parla al popolo e con parole dolcissime rievoca il neonato Re povero e la piccola città di Betlemme”» (Tommaso da Celano, Vita Prima, 85-86: Fonti Francescane n. 469-470).

Nell’Eucarestia il “Dio con noi”

«Dunque il presepe vivente di Francesco è fatto di poche cose: la grotta, il bue, l’asino e la mangiatoia – ha aggiunto il vescovo –. Ma il presepe di Greccio non rimane vuoto come una greppia senza personaggi, senza il protagonista, il piccolo bambino: si riempie dell’altare, e sull’altare il sacerdote celebra la messa, ovvero rende visibile la presenza per eccellenza, quella del sacramento dell’Eucaristia, mostrando il legame tra l’Incarnazione del Figlio di Dio e l’Eucaristia. Francesco non vede il Bambino, ma lo contempla nel mistero, nel sacramento della sua presenza reale. Non vuole una statua o una controfigura, ma il Cristo vivente, non propone una rievocazione storica ma la realtà salvifica che ci viene donata nella liturgia, nel sacramento. Nel pane e nel vino consacrati egli vede la presenza del Bambino, il suo compimento umano e divino, il senso della sua discesa sulla terra. Così è per noi, anche stasera: è nell’Eucaristia celebrata e ricevuta che noi accogliamo Lui, il Dio con noi. Carissimi, solo così il Natale è il Natale di Cristo, non la festa dei pubblicitari che devono vendere di più e di tutto, non la festa che, in nome dell’inclusione, sbiadisce in una festa stagionale, non la festa dei mercatini e dei simboli pagani. Teniamolo nel cuore, diciamolo al mondo, torniamo a raccontarlo ai nostri bambini: il Natale è la nascita del Cristo, l’inviato del Padre per la salvezza del mondo; è Dio che si è fatto uomo, che è diventato un Bambino perché ognuno possa sentirsi a suo agio con lui e sia facilitato ad incontrarlo e ad accoglierlo. In questo modo Dio adempie la grande e misteriosa promessa secondo la quale sarà “Emanuele, un Dio con noi”. Solo questo Natale ci porta una Parola di vita e speranza».

Lui ci è necessario, di Lui ne abbiamo bisogno

«Al contrario, proviamo a pensare alla fine dell’anno senza il Natale cristiano, senza il ripetuto annuncio che Dio nasce e si incarna, entrando nella Storia – ha concluso il vescovo –. Pensate la fine dell’anno senza il richiamo forte di quel Bambino nella mangiatoia. Non ci resterebbe che sentirci abbandonati alla nostra povera realtà, senza luci autentiche e senza vera speranza. Soli, nell’ingannevole e ottusa materialità delle cose, soli con noi stessi e i nostri limiti, con le nostre miserie individuali e comunitarie, senza nessuno che venga a farsene carico e a riscattarli, senza nessuno in grado di perdonarli. Per fortuna, invece quel Bambino, questo Bambino è nato e nascendo ci mostra la tenerezza di Dio, la incarna, è timido bene che inizialmente giace in una grotta e viene salutato solo dai pastori, ma poi cambierà la storia del mondo. Accogliamolo perché trasformi anche le nostre vicende personali e il mondo di oggi, i nostri cuori e gli scenari internazionali. Sentiamone il bisogno! Solo Lui lo può fare. Lui, insieme a noi. Noi solamente insieme a Lui».

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