Guardare al nuovo anno pregando per la pace: l’omelia di fine anno del vescovo Egidio

Omelia del vescovo Egidio per la Messa di fine anno con Te Deum
Parrocchia del Ferrone, 31 dicembre 2023

Ultimo dell’anno: non ci fosse la convenzione dei calendari, sarebbe una sera come tutte le altre. Ma i calendari esistono e ci fanno certamente avvertire il peso della loro suggestione: questa è una sera diversa perché, chiudendo un anno, ci mette di fronte più di ogni altra al passare del tempo, alla necessità di un bilancio, al sentimento più acuto di ciò che siamo e di ciò che andiamo facendo della nostra vita.
Le letture che abbiamo ascoltato contengono tre parole che dobbiamo custodire in questa celebrazione che chiude l’anno civile e ci introduce in quello nuovo: sono tre parole pesanti come “benedizione”, “maternità” e “pace”. Concetti che danno bellezza a questa data e prospettiva al nostro futuro cammino.

BENEDIZIONE
La prima lettura contiene la formula di benedizione affidata dal Signore a Mosè perché i sacerdoti di Israele la pronunziassero sul popolo riunito all’inizio del nuovo anno: “Ti benedica il Signore e ti custodisca…Il Signore faccia splendere per te il suo volto e ti faccia grazia”. Queste parole le abbiamo ascoltate dodici mesi fa, le ascoltiamo questa sera.
È bello pensare che l’anno che va a chiudersi sia racchiuso tra queste parole e che l’anno che comincia sia da esse accompagnato.
È la benedizione di Dio su di noi, espressa con un’immagine bellissima: Dio ci segue con il suo sguardo, il suo volto è su di noi. Benedire è proteggere, benedire è custodire, benedire è dire all’altro “la mia intenzione di bene per te sia con te e su di te”. Benedire è accompagnare con gli occhi e con il cuore. Dio fa tutto questo, in chiusura e in apertura d’anno: vuol dire che Dio è con noi, non ci lascia soli nel mare e nel marasma della Storia che noi stessi disegniamo troppo spesso scarabocchiando, usando le tinte sbagliate e forti della violenza, dell’inganno, della superficialità.

Benedire Dio, benedire la vita
Ma anche noi, concludendo questo anno, vogliamo benedire Dio.
Lo faremo con il Te Deum a chiusura della celebrazione. Facciamolo ogni giorno, volgendo anche noi lo sguardo a lui senza dimenticarlo.
Benedire Dio è benedire la vita, di cui troppo spesso non sappiamo vedere la bellezza e la ricchezza, perché per riconoscere servono occhi e cuore semplici, liberi dal desiderio, dalle ansie di affermazione di sé, dal bisogno di consenso e conferme.
Lo sanno i bambini che vivono in un ambiente sereno, quanto è bella la vita. Dovremmo recuperare il loro sguardo sul mondo, innocente e non inquinato dalle ambizioni e dalle inquietudini, per saperlo anche noi.
Benedicendo la vita, poi, credo che ci verrebbe più facile anche chiedere perdono per tutte le mancanze che commettiamo nei suoi confronti e nei confronti di Dio che ce l’ha donata. In parole, opere e soprattutto omissioni, come ci insegna la liturgia.
L’uomo d’oggi non sente più la necessità di chiedere perdono perché non percepisce che tutta la sua vita è dono dall’alto: si crede autosufficiente, autoreferenziale, e vive tranquillamente dimentico di Dio e del suo ritorno. Ma così perdiamo il senso profondo della vita, che contempla anche il divino come sua componente essenziale.
Noi, qui, stasera, vogliamo invece benedire Dio, ciò che lui ha creato e ciò che ci ha elargito, e chiedere perdono, perché sono due gesti che a Dio ci avvicinano, che lo presuppongono vicino, e che della vita consentono di cogliere meglio il valore e la pienezza.

MATERNITÀ
La seconda parola suggerita dalla liturgia è “maternità”.
Nel contesto delle feste natalizie, oggi la Chiesa contempla infatti la divina maternità di Maria. Questa festa “è destinata a celebrare la parte avuta da Maria in questo mistero di salvezza e ad esaltare la singolare dignità che ne deriva per la Madre santa…per mezzo della quale abbiamo ricevuto …l’Autore della vita” (Marialis cultus, 5).
Dio mandò il suo Figlio “nato da donna” ci ha detto san Paolo nella lettera ai Galati.
Questa donna è la “theotokos”, la generatrice di Dio. “Madre di Dio” ripetiamo noi con grande semplicità nell’Ave Maria.
In realtà, questa definizione “Madre di Dio” che racchiude problematiche complesse, è frutto di discussioni e diatribe teologiche a cui pose fine solennemente il concilio di Efeso del 431. Maria è la Madre di Gesù, ma Gesù è il Figlio di Dio: inevitabile che il concetto suscitasse ragionamenti e contrasti.

Maternità: porsi al servizio della vita
Oggi “maternità” è parola che non solo, come sempre, evoca un’esperienza bellissima; è anche parola che fa paura. Del resto sappiamo bene che la maternità di Maria la porterà fin sotto la croce, a farsi trafiggere da un dolore indicibile. E sappiamo bene a quali responsabilità, nel nostro mondo complesso e difficile, la maternità conduca qualsiasi donna e qualsiasi uomo. Ma il mistero della divina maternità di Maria contiene in misura sovrabbondante anche quel dono di grazia che ogni maternità umana porta con sé, tanto che la fecondità del grembo è sempre stata associata alla benedizione di Dio.
Essere madri significa porsi al servizio della vita, significa amarla e difenderla, contro ogni avversità e egoismo. Essere madri è porsi nella linea stessa della creazione, animati dalla speranza e dalla carità, contro ogni pessimismo. È essere persone vive che vogliono e scelgono di portare vita, il dono più grande e più prezioso che c’è, il dono di cui la nostra società ha bisogno più che mai.

PACE
La pace, infine.
“Il Signore rivolga a te il suo volto e ti conceda pace”, diceva la prima lettura.
“Pace” è vocabolo che riassume tutti i beni possibili. O, meglio, è concetto che deve accompagnare ogni umano bene. Essere ricchi, belli, forti, sani, a che serve se manca la pace del cuore o se intorno infuria la guerra? Ogni altro bene si dissolve, se manca la pace, e forse mai come di questi tempi, dal 1945 in poi, se ne avvertono il valore e il bisogno.
Quest’anno, in occasione della 57^ Giornata Mondiale della Pace, il messaggio del papa tocca un tema di grande attualità ma anche molto specifico, difficile, più alla portata di alcune categorie e delle nuove generazioni che a quella di noi adulti o noi tutti: “Intelligenza artificiale e pace”.
Invito chi è sensibile a questa tematica a leggerlo: lo si trova facilmente in internet.

L’intelligenza artificiale è una tecnologia che, recentemente, ha mostrato grandi progressi e che, si teme, potrebbe non essere a beneficio dell’umanità. Una tematica interessante e avvincente che il Documento affronta, una tematica di grande attualità se consideriamo le sanguinose guerre in corso combattute anche con i micidiali droni.
In questo contesto ci limitiamo a un breve cenno, solo per evidenziare il collegamento tra questo tema e la pace.

“L’intelligenza artificiale sia etica e per la pace”
Scrive papa Francesco: «In questi giorni, guardando il mondo che ci circonda, non si può sfuggire alle gravi questioni etiche legate al settore degli armamenti. La possibilità di condurre operazioni militari attraverso sistemi di controllo remoto ha portato a una minore percezione della devastazione da essi causata e della responsabilità del loro utilizzo, contribuendo a un approccio ancora più freddo e distaccato all’immensa tragedia della guerra.
La ricerca sulle tecnologie emergenti nel settore dei cosiddetti “sistemi d’arma autonomi letali”, incluso l’utilizzo bellico dell’intelligenza artificiale, è un grave motivo di preoccupazione etica. I sistemi d’arma autonomi non potranno mai essere soggetti moralmente responsabili: l’esclusiva capacità umana di giudizio morale e di decisione etica è più di un complesso insieme di algoritmi, e tale capacità non può essere ridotta alla programmazione di una macchina che, per quanto “intelligente”, rimane pur sempre una macchina. Per questo motivo, è imperativo garantire una supervisione umana adeguata, significativa e coerente dei sistemi d’arma.
Non possiamo nemmeno ignorare la possibilità che armi sofisticate finiscano nelle mani sbagliate, facilitando, ad esempio, attacchi terroristici o interventi volti a destabilizzare istituzioni di governo legittime. Il mondo, insomma, non ha proprio bisogno che le nuove tecnologie contribuiscano all’iniquo sviluppo del mercato e del commercio delle armi, promuovendo la follia della guerra. Così facendo, non solo l’intelligenza, ma il cuore stesso dell’uomo, correrà il rischio di diventare sempre più “artificiale”. Le più avanzate applicazioni tecniche non vanno impiegate per agevolare la risoluzione violenta dei conflitti, ma per pavimentare le vie della pace. […]
I notevoli progressi delle nuove tecnologie dell’informazione, specialmente nella sfera digitale, presentano dunque entusiasmanti opportunità e gravi rischi, con serie implicazioni per il perseguimento della giustizia e dell’armonia tra i popoli. È pertanto necessario porsi alcune domande urgenti. Quali saranno le conseguenze, a medio e a lungo termine, delle nuove tecnologie digitali? E quale impatto avranno sulla vita degli individui e della società, sulla stabilità internazionale e sulla pace? […]
La mia preghiera all’inizio del nuovo anno è che il rapido sviluppo di forme di intelligenza artificiale non accresca le troppe disuguaglianze e ingiustizie già presenti nel mondo, ma contribuisca a porre fine a guerre e conflitti, e ad alleviare molte forme di sofferenza che affliggono la famiglia umana».

Rendere l’intelligenza artificiale strumento di pace
Siamo sempre allo stesso punto: ogni progresso scientifico e tecnologico pone l’uomo di fronte al dramma etico dell’uso delle nuove invenzioni. Valeva per il coltello, vare per l’intelligenza artificiale. Il coltello era già nell’antichità l’arma omicida del sicario o il bisturi che salvava la vita nelle mani del chirurgo. Oggi, l’intelligenza artificiale può adulterare tutto (voci, immagini, elaborati); può devastare e distruggere, ma può anche effettuare diagnosi precisissime, accelerare procedure, sollevare gli uomini da attività ripetitive e noiose. Solo noi possiamo deciderne l’utilizzo e quindi l’orientamento morale. Pregare per la pace, oggi, significa anche pregare affinché la civiltà moderna si doti delle istituzioni di controllo mondiale che vigilino sull’uso di quella risorsa così straordinaria e insieme temibile. Preghiamolo davvero, seguiamo l’intuizione profetica del Papa, perché, oggi, nel panorama internazionale di oggi, avere quelle garanzie appare tutt’altro che facile, mentre è assolutamente necessario.

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