Alla (ri)scoperta del Museo Gabetti: tra reperti romani, asce e ricci di mare fossili

Tour tra le sale, in compagnia del prof. Giuseppe Martino: «Abbiamo pezzi di grande interesse storico. Invitiamo gruppi e scuole a venire in visita»

Il prof. Giuseppe Martino durante la visita guidata al Museo Gabetti di Dogliani

Il Civico Museo storico-archeologico. “Giuseppe Gabetti” di Dogliani è un autentico scrigno di storia e cultura locale. Finora rimasto immeritatamente un po’ “nell’ombra”, il vasto allestimento comprende una varietà di reperti incredibile, rinvenuti nell’area doglianese e dell’immediata Langa circostante, ma anche sul fondovalle Tanaro, verso Carrù. Custode dei tesori in esposizione è il prof. Giuseppe Martino, ex sindaco ed intellettuale, fondatore del Museo stesso ormai oltre 40 anni fa (era il 1983) e presidente dell’Associazione “Amici del Museo”, che ci ha accompagnati in un interessantissimo tour guidato tra le sale, al primo piano del palazzo del municipio. «Il Museo Gabetti esiste grazie all’intuizione e alla passione di don Giovanni Conterno, parroco di Dogliani – ci ha raccontato il prof. Martino –. Erano gli anni ’80, io ero giovane assessore con l’allora sindaco Taricco: ci conoscemmo ed iniziammo a collaborare. Lui aveva grande conoscenza del luogo e delle tracce storiche presenti sul territorio. Era intelligente e brillante, una forza della natura, appassionato di archeologia. Le persone, quando trovavano qualcosa di “strano”, qualche reperto nel sottosuolo, chiamavano lui. Pensammo di allestire un Museo, il Comune ci mise a disposizione l’atrio dell’attuale “Bottega del vino”: in un anno avevamo esaurito lo spazio, grazie alla collaborazione, alle segnalazioni e alle donazioni dei cittadini. Abbiamo quindi chiesto ed ottenuto di spostarci al primo piano del palazzo comunale, nelle vecchie prigioni. Io, don Conterno e alcuni intellettuali dell’epoca abbiamo lavorato con i muratori, nel cantiere, ristrutturando le sale e rendendole accessibili. Dopo varie vicissitudini, il Museo è stato inaugurato ufficialmente nel 1983. Qui abbiamo in mostra pezzi preziosi, bellissimi e di grande interesse storico – conclude Martino –. Invitiamo le scuole dei paesi vicini e i gruppi interessati a venire in visita, per riscoprire i nostri tesori».

I pezzi pregiati: una testa dell’età del Ferro e un stele funeraria romana
Tramite le appassionate spiegazioni del prof. Martino, ci inoltriamo nel percorso espositivo. Tra i pezzi pregiati dell’allestimento doglianese, salta subito all’occhio del visitatore una testa in arenaria risalente al periodo preromano. Si tratta di una pietra di fiume tondeggiante, probabilmente estratta dal greto del Rea e poi scolpita da mani sapienti, fino a creare il capo di un antico guerriero dei Liguri, con elmo di cuoio rinforzato da lamine in osso. La seconda “chicca” che si incontra è una preziosa stele funeraria, fatta costruire per sé e per la madre dal nobile romano Caio Annio Celere, venuta alla luce nel 1660, durante gli scavi per la costruzione del Santuario di San Quirico. «Questo manufatto in marmo, pietra non della zona, arrivata fin qui sicuramente con una costosa spedizione, ha una storia particolare – racconta il prof. Martino –. Durante gli scavi per il Santuario, emerse parte del monumento. Con i pochi mezzi dell’epoca, i lavoranti provarono ad estrarla, ma la spaccarono in due. Il pezzo che vedete è stato recuperato ed è rimasto per due secoli nel Santuario, dove era utilizzato come acquasantiera. L’altro pezzo è invece rimasto conficcato nel terreno e si trova tuttora sotto il pavimento del Santuario. Il ritrovamento – aggiunge Martino – dimostra che l’area doglianese era abitata già in epoca romana, con la presenza di villaggi strutturati, che attiravano personaggi ai quali erano affidate cariche di rilievo, spintisi fin qui dalla vicina Augusta Bagiennorum, l’antica città di Bene Vagienna».

La necropoli romana di Carrù, scoperta durante la costruzione della ferrovia
Proseguendo la visita, tre grandi teche in vetro contengono una gran quantità di arredi funebri, rinvenuti in tombe di età romana e preromana, a Dogliani e a Carrù. «Forse in pochi sanno che, nel 1870, durante gli scavi per la costruzione della ferrovia Bra-Ceva, emerse nel fondovalle Tanaro, sul territorio di Carrù, una necropoli del I Secolo – spiega il prof. Martino –. Molte tombe erano ben conservate e dotate di corredi ottimamente conservati: vasellame da cucina, unguentari in vetro, piattini, specchi, monete, coppe e addirittura una grande anfora da vino. Altri rinvenimenti provengono da Dogliani, Pile di Valdibà, dove durante la costruzione delle fondamenta di una nuova abitazione emersero reperti a tre metri di profondità. Il sito si trovava ai piedi di una collina: lì sono state notate anche pietre arrossite dal fuoco: erano “fondi” di capanne, con numerosi resti di vasi preromani e ossa di animali, segno che gli abitanti cuocevano la carne e sapevano già modellare e cuocere i vasi». A dimostrazione di un territorio davvero ricchissimo di storia e di reperti, una tomba romana, ora ricostruita fedelmente all’interno del Museo, è stata rinvenuta anche in pieno centro cittadino a Dogliani, in via Generale Cappa, a centro strada, durante un intervento alle tubature dell’acquedotto.

Quando a Dogliani c’era il mare…
Discorso a parte meritano i ritrovamenti del Miocene medio-superiore (dai 16 ai 6 milioni di anni fa) e del Neolitico. L’evoluzione del territorio viene ripercorsa tramite l’esposizione di fossili di ricci di mare, ritrovati in buon numero nella valle del Rea, testimoni di un’era lontanissima, in cui le Langhe erano ricoperte dal mare. Per quanto riguarda le fasi preistoriche e protostoriche (Neolitico, età del Bronzo ed età del Ferro), sono presenti invece asce e utensili da lavoro, in pietra verde e in bronzo.

Il busto di Einaudi, scovato nella bottega di un antiquario
Verso la conclusione del percorso, si nota infine un ben più recente busto in bronzo del presidente Luigi Einaudi. Il manufatto è opera dell’artista siciliano Luciano Condorelli (che abitava a Roma) e venne commissionata dallo stesso Einaudi durante i suoi anni al Quirinale, tra il 1948 e il 1955. Finito, a causa di diverse vicissitudini, in vendita nella bottega di un antiquario, il busto è stato ritrovato quasi per caso ed acquistato una ventina d’anni fa proprio del prof. Martino, che lo ha poi donato al Museo.

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