«Quello non mangiarlo, per oggi basta così». La storia di rivincita di Sofia

Lo scorso venerdì, il 15 marzo, era la Giornata nazionale dedicata ai disturbi del comportamento alimentare. Sofia, nome di fantasia, ci ha scritto per segnalarci da vicino la sua storia che per un certo periodo è stata di fatto inghiottita in un abisso

Lo scorso venerdì, il 15 marzo, era la “Giornata nazionale del Fiocchetto Lilla”, dedicata ai disturbi del comportamento alimentare. Una ricorrenza che Sofia, nome di fantasia, sente particolarmente da vicino. 22 anni ancora da compiere, studentessa universitaria, ci ha scritto per segnalarci da vicino la sua storia che per un certo periodo è stata di fatto inghiottita in un abisso. E man mano che perdeva peso, s’appesantiva il muro fatto di bugie, di segreti nascosti, di diffidenza in primis verso la famiglia e chi ti vuole bene. Perché è su questo che spinge la malattia. Dopo un primo accesso all’Ospedale di Mondovì, e un ricovero al “Santa Croce” di Cuneo, Sofia è stata indirizzata al Centro regionale per i disturbi del comportamento alimentare e adolescenza (CDAA) dell'Ospedale “Santa Corona” a Pietra Ligure. Supportata dalla rete sanitaria e da una grande forza di volontà, è riuscita piano piano a riaffiorare dall’abisso. Ora la sua vita è ripresa, libera da catene, ed è riuscita a trasformare quel dolore in aiuto verso gli altri. Anche e soprattutto grazie alla scrittura, che prende libero sfogo sull’account Instagram @bettsbbway. Le sue emozioni sono state dispiegate in questa poesia, che riportiamo di seguito.

Al dolore divorante; all’anoressia

È un rumore improvviso. Mi scortica la pelle, smembra i miei pensieri, provo a gettarlo in fiamme: faccio cenno con le mani. “Se capisce, se ne andrà”, mi ripetevo. A quel tempo le mie mani si erano fatte invisibili, il corpo si era fatto di niente: inerte, non potevo più modificare l’avvenire dalle cose e allora mi avvicinavo. Il rumore sapeva di accoglienza, era fatto della mia misura: si era fatto solco in cui gettavo tutti i miei pezzi, suonavano in un incastro sublime, melodia di affinità perfetta ed io trovai – apparente – pace.

Il rumore era freddo artico ghiacciato, il rumore parlava, quanto parlava. Strabordava di parole a raffica, nessuna pausa intermedia. “Quello non mangiarlo oggi, l’hai già mangiato ieri”.“Ora fermati a qua, direi che per oggi hai già mangiato abbastanza”, con consuetudine lo ascoltavo. “È il minimo che posso fare, lui mi offre un rifugio d’amore in cui finalmente posso stare”. Vagavo tatuandomi questa e quella convinzione addosso.

Il rumore non poteva da altri essere compreso, io sola potevo e me, infatti, sceglieva. Mamma lo guardava con occhi gonfi, gridavano ora rabbia, ora terrore. Non capivo come: il rumore inalava salvezza e calore.

Pungeva, solo ogni tanto, lo stomaco. I digiuni mi bloccavano il fegato, ma è il prezzo da pagare se in rifugio d’amore volevo stare.

E allora, chiudo gli occhi, accarezzo la coperta che mi sta avvolgendo tutt’intorno. Ma qualcosa non va, non è la coperta di casa mia e allora i miei occhi si riaprono. Il letto che mi ospita è freddo e tutto bianco, le pareti sono scure e le persone intorno hanno camici bianchi. Questa non era casa mia

E allora cosa ci faccio qua? Io ti volevo bene e tu guarda cosa mi hai fatto. “È l’ultimo gradino da sopportare, poi prometto, saremo vicini per sempre”, mi rassicurava.

“Vicini nella morte”, mi sussurrò piano. Io nemmeno sentii, le orecchie fischiavano. Ma il mio braccio esile era riuscito, per poco, a schiacciare il pulsante d’allarme. E poi il nero mi prese.

Quel nero scorticante oggi non c’è più. Eppure tremo e il cuore mi si scalfisce quando sento di storie in cui il nero, da vorace che è, si è preso tutto, anche la vita si è portato via.

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