Vicoforte. Messa solenne dell’Ascensione. Il vescovo: «Avvertiamo ancora il contrasto tra terreno e celeste?»

Una giornata piacevole, primaverile, ha accompagnato la processione votiva partita da Piazza, come ogni anno, per raggiungere Vicoforte in occasione della ricorrenza dell'Ascensione del Signore. In quella data infatti si rinnova ogni anno il voto fatto dalla Città di Mondovì in occasione della pestilenza che nel 1835 aveva colpito il territorio, con gran danno. Nel 2020, in occasione della pandemia da Covid 19, il vescovo di Mondovì Egidio Miragoli aveva rinnovato solennemente quel voto, dando nuova linfa vitale a una tradizione che non si era mai spenta. Un accostamento tra i due eventi drammatici e luttuosi che non può che accrescere la forza della fede nell’ora della prova, nella convinzione autentica di esprimere, in un significativo momento di comunità, l'affidamento alla Madonna del Monte Regale.

Il vescovo, accompagnato dai suoi collaboratori e da una rappresentanza del Comune di Mondovì (era presente il sindaco Luca Robaldo), da Piazza si è messo in cammino alla volta della Basilica, con un buon seguito di fedeli. La processione, come sempre aperta dalla Confraternita della Misericordia di Piazza, ha poi varcato la soglia del Santuario per partecipare alla celebrazione solenne delle 8.30. Si è unita, come sempre, anche la comunità montaldese, legata in modo particolare alla devozione alla Madonna del Pilone.  Erano presenti tra i banchi le autorità civili del territorio, a cominciare dall'Amministrazione comunale di Vicoforte, che ha atteso le comunità in cammino per dar loro il benvenuto e accogliere il vescovo e i sindaci di Mondovì e Montaldo.

Nella sua omelia mons. Miragoli si è soffermato sull'esperienza vissuta nel 2020, rimarcando il percorso fatto fino ad oggi, che ha portato ad esempio il restauro di tre delle cappelle che compongono la via che da Mondovì conduce al Santuario, in un percorso di devozione disegnato nel tempo. «Oggi, il loro restauro vuole di nuovo esprimere riverenza e cura rivolte alla Madonna e ci mostra materialmente la continuità della tradizione della fede, di generazione in generazione: una generazione ha eretto, l’altra restaura», ha detto il vescovo. Soffermandosi sul significato dell'Ascensione, passo evangelico in cui si narra la salita definitiva di Cristo Risorto al cielo, con Gesù che lascia la terra e prima di partire affida agli apostoli di continuare la sua missione, ha voluto riflettere su quanto attende i credenti: “Gesù, mentre sottrae la realtà terrena il suo corpo, in cambio ci lascia il compito di costituire il corpo che è la Chiesa… con l’immenso onere che ne consegue: Cristo è e opera nel mondo secondo le modalità con le quali nel mondo siamo e operiamo noi, sua Chiesa”. Con la raccomandazione a “vivere non dimentichi del Cielo che ci attende”. Perchè l’Ascensione ripropone anche la realtà del Cielo, “al Cielo fa innalzare gli occhi”. Citando il dualismo antico tra “le cose del Cielo” e quelle della terra”, come dall’indicazione di Paolo apostolo, ha aggiunto: «Noi lo avvertiamo ancora quel contrasto? Immersi come siamo nella realtà terrena, oltretutto moltiplicata dal virtuale, temo che troppo sovente ci dimentichiamo del Cielo. Perfino nella predicazione è poco presente, quella dimensione. Eppure solo la prospettiva del Cielo è capace di dare spessore autentico alla vita; solo sapendo che siamo attesi dal Cielo, da Cristo che ci ha preceduto e ci ha preparato un posto possiamo vivere in pienezza la terra, con i suoi doni e i suoi limiti… Che l’Ascensione al Cielo di Gesù ci aiuti quindi a riconsiderare il nostro destino ultraterreno e ad attraversare i nostri giorni nella consapevolezza che lassù dovranno approdare all’incontro con Dio nell’eternità». In chiusura della celebrazione, si è tenuta la tradizionale benedizione dei "Micun" portati dalla comunità montaldese.

L'omelia: «Tre cappelle restaurate, un bel segno di riconoscenza»

«Nel giorno dell’Ascensione si rinnova il pellegrinaggio della Città di Mondovì al Santuario. Si tiene fede a un voto, a una promessa del sindaco e degli amministratori di Mondovì, datata 10 agosto 1835 “onde ottenere che questa città vada esente dal flagello del cholera, che tribola vicine città e miete pur troppo innumerevoli vite”. Il voto della città comprendeva, oltre al pellegrinaggio, anche l’omaggio di ceri al santuario, il dono di un cuore d’oro e la realizzazione di un dipinto dell’immagine della Madonna, da collocare nella sala del Consiglio. Pronunciato tanti anni fa, il voto, noi l’abbiamo rinnovato con nuova motivazione nei tristi giorni del Covid il 24 maggio 2020 - ha detto il vescovo nell’omelia, al Santuario di Vico, nella solennità dell’Ascensione del Signore, nella Messa in Basilica al termine della processione da Piazza -. I nostri passi, dunque, hanno espresso sentimenti come la riconoscenza e la gratitudine per lo scampato pericolo. Certo, trascorso il tempo difficile, purtroppo, è facile dimenticare le paure e le promesse, eppure credo sia bello stare nel solco della storia, sentirsi prosecutori di una vicenda ininterrotta. Il “cholera” è lontana di secoli, il Covid di anni, ma noi ereditiamo da chi ha vissuto quegli eventi (nel caso del Covid, anche da noi stessi) un esempio di fede che a nostra volta lasceremo ad altri. Qui si è pregato mentre infuriava il morbo. Qui si è creduto nel fattivo aiuto della Madonna e di Dio. Qui ricordiamo tutto ciò, ben sapendo che saremmo pronti a ripetere le nostre suppliche, nella felice irrazionalità della fede che si affida a un Dio Onnipotente il quale, nel suo misterioso e imperscrutabile progetto, pur essendo Onnipotente non ci evita il male contro cui poi lo chiamiamo a soccorso».

Il restauro delle cappelle: segno di devozione

«Quest’anno nel nostro cammino abbiamo potuto vedere anche i lavori eseguiti in tre cappelle: allora sono state costruite in segno di devozione; oggi, il loro restauro vuole di nuovo esprimere riverenza e cura rivolte alla Madonna e ci mostra materialmente la continuità della tradizione della fede, di generazione in generazione: una generazione ha eretto, l’altra restaura. E così il Cristianesimo, religione incarnata, vive dentro la Storia degli uomini anche attraverso i supporti materiali. Siamo passati su un percorso che in tanti ogni giorno seguono con le motivazioni più diverse (sport, relax, conversazione). Ci auguriamo che continui a essere anche richiamo feriale e quotidiano al vangelo, alla preghiera, al fiducioso affidarsi alla Madonna e al suo Figlio».

La Chiesa continua l’opera del Cristo

«L’Ascensione celebra la salita definitiva di Gesù al cielo. Gesù lascia la terra, e prima di partire affida agli apostoli di continuare la sua missione, una missione articolata, come ci ha ricordato San Paolo nella Lettera agli Efesini: “Egli ha dato ad alcuni di essere apostoli, ad altri di essere profeti, ad altri ancora di essere evangelisti, ad altri di essere pastori e maestri, per preparare i fratelli a compiere il ministero, allo scopo di edificare il corpo di Cristo” (Ef 4,12-13) - ha continuato il vescovo -. Impossibile non notare due aspetti bellissimi di questa lettura. Anzitutto, la varietà dei compiti che Gesù ci ha lasciato, nel momento in cui ci ha chiamato alla responsabilità. Un riconoscimento immediato e chiaro della diversità delle inclinazioni e dei carismi, dei ministeri, nonché delle necessità cui la Chiesa deve rispondere in vista dell’unico fine di portare il Vangelo agli uomini e alle donne. Gesù valorizza i diversi talenti, a tutti conferendo pari dignità. Poi, l’idea che Gesù, mentre sottrae alla realtà terrena il suo corpo, in cambio ci lascia il compito di costituire il corpo che è la Chiesa. Quasi a dire con una chiarezza inequivocabile che la continuazione della sua presenza fra noi altro non è che la Chiesa, con i suoi sacramenti, con i suoi discepoli. Noi. Con l’immenso onere che ne consegue: Cristo è e opera nel mondo secondo le modalità con le quali nel mondo siamo e operiamo noi, sua Chiesa».  

Vivere non dimentichi del Cielo che ci attende

«Potentemente, la solennità dell’Ascensione ripropone anche la realtà del Cielo, al Cielo ci fa alzare gli occhi. Gesù ritorna là da dove era venuto. Naturalmente, il Cielo è un’immagine: l’approdo vero è il Padre. Tuttavia, si tratta di un’immagine forte, se non altro perché si contrappone a quella della terra. Dualismo antico, quello fra cielo e terra. Basterebbe ricordare ancora San Paolo (“le cose del cielo come quelle della terra”) o Petrarca e il suo tormento perché avrebbe voluto pensare alle cose del cielo e invece era trattenuto a quelle della terra dall’amore per Laura (“et veggio ‘l meglio et al peggior m’appiglio”). Ma noi? Noi lo avvertiamo ancora, quel contrasto? Immersi come siamo nella realtà terrena, oltretutto moltiplicata dal virtuale, temo che troppo sovente ci dimentichiamo del Cielo. Perfino nella predicazione è poco presente, quella dimensione. Eppure, solo la prospettiva del Cielo è capace di dare spessore autentico alla vita; solo sapendo che siamo attesi dal Cielo, da Cristo che ci ha preceduto e ci ha preparato un posto possiamo vivere in pienezza la terra, con i suoi doni e i suoi limiti. Che l’ascensione al Cielo di Gesù ci aiuti quindi a riconsiderare il nostro destino ultraterreno, e ad attraversare i nostri giorni nella consapevolezza che lassù dovranno approdare, all’incontro con Dio nell’eternità. Ricordiamolo, crediamolo. Non finisce tutto sulla terra; non è solo nelle cose terrene che si gioca il nostro destino e si realizza il nostro senso. A ciò ci richiama, ogni volta che entriamo in questo Santuario, anche il grande affresco della cupola, opera del pittore Bortoloni, che ritrae la Madonna assunta in cielo tra gli angeli e i Santi. Ella è già là dove è il suo Figlio; guardando a Maria e invocando Maria, ognuno non dimentichi mai la meta, la compagnia e l’abbraccio che ci attende».

(+Egidio vescovo)

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