Il vescovo presiede la Messa della 25ª giornata interregionale Pensionati Coldiretti

«La vita spesa a coltivare la terra, sotto lo sguardo di Dio» Il vescovo Egidio al Santuario tra i lavoratori dei campi. Mondo agricolo e religiosità un legame che vale. XXV Festa interregionale dei Pensionati Coldiretti di Piemonte, Valle d’Aosta e Liguria

Sono oltre settecento i pensionati che si sono raccolti questa mattina, di giovedì 20 giugno, sul sagrato della Basilica di Vicoforte, tutto imbandierato dei vessilli Coldiretti. Si è svolto al Santuario e a Casa Regina Montis Regalis la 25ª giornata interregionale pensionati Coldiretti, con la Messa solenne celebrata dal Vescovo di Mondovì Egidio Miragoli. Nel corso dell'omelia il vescovo ha ricordato le proprie origini, nella campagna lodigiana, ed ha auspicato un maggiore ritorno alla terra, alla sensibilità e all'attesa del lavoro dei campi, lontano dalla «Babele dei social» e delle nuove tecnologie.

Il presidente nazionale pensionati Coldiretti Giorgio Grenzi, rivolge il proprio saluto alla platea

Al termine della celebrazione, si è osservato un momento di saluti istituzionali, con il discorso di Romano Ficetti, presidente dell'Associazione Pensionati di Coldiretti Cuneo, con il sindaco di Vicoforte, Gian Pietro Gasco, che ha rivolto il saluto del Comune alla platea. Hanno preso la parola inoltre i presidenti delle sezioni Liguria, Piemonte e Valle d'Aosta, il presidente di Coldiretti Cuneo Enrico Nada oltre al presidente nazionale Pensionati Coldiretti, Giorgio Grenzi, che ha preso la parola al termine. La giornata è proseguita con il pranzo presso Casa Regina Montis Regalis e con un pomeriggio di attività, con la musica di Sonia De Castelli, visite al Santuario e altro ancora.

L'omelia del Vescovo di Mondovì

«Sono contento di accogliervi in questo Santuario e di celebrare per voi e con voi. Nel contesto di questa giornata, fatta di tanti momenti condivisi, avete voluto anche la celebrazione della Messa qui davanti al pilone della Madonna onorata con il titolo di “Regina del Monte Regale” - ha detto il vescovo mons. Egidio Miragoli nell’omelia in Santuario per la XXV Festa interregionale dei Pensionati Coldiretti di Piemonte Valle d’Aosta e Liguria -. Scelta non scontata e di valore profondo: in queste ore, avete fatto spazio anche alla dimensione spirituale, al divino. Da parte mia, ho accettato volentieri l’invito perché so che il sentimento religioso fa parte in modo genuino della tradizione dei lavoratori dei campi e della “Coldiretti”, come testimonia anche l’annuale Festa del ringraziamento che si celebra nelle nostre comunità. Del resto, chi meglio di un agricoltore è aiutato a vivere il riferimento a Dio, a guardare il cielo, a stupire del seme che cresce sottoterra, come ci ha ricordato il Vangelo domenica scorsa? Come nessun altro, voi vivete dentro il creato, facendo diretta e continua esperienza di come il lavoro dei campi sia un arduo e bellissimo contendere alla natura i suoi frutti, misteriosamente elargiti ad ogni stagione. Chiusi nelle fabbriche e negli uffici, dietro gli schermi dei computer e i piani delle scrivanie, molti lavoratori sono quasi indotti a dimenticarsi di Dio e delle leggi che Egli ha impartito all’universo. La loro esistenza è a contatto con gli artifici creati dagli uomini, da cui possono essere anche affascinati e sedotti. Le vostre giornate conoscono invece la durezza ma anche la consolazione dell’interazione con ciò che Dio ha creato e che mai è davvero mutato: il cielo, la terra, il seme, la pianta, il frutto, il tempo, le stagioni, le attese e il loro compimento. Penso proprio che siate più fortunati voi, anche se forse non andrebbe dichiarato. In certo senso, se permettete un riferimento personale, mi sono sbilanciato in vostro favore anche sulla base della mia esperienza di bambino: mio padre, infatti, lavorava la terra e io stesso sono cresciuto in un contesto di campi, animali, stalle, albe e tramonti ammirati sul filo verde dell’orizzonte della pianura lombarda. Conosco quindi la fatica e insieme la bellezza di una vita che sa di terra e di cielo. Ma veniamo alla Parola del Signore che abbiamo ascoltato. Essa mi suggerisce due pensieri».

Il passaggio del mantello, e di un’eredità

«Il primo è legato alla vicenda del profeta Elia, che abbiamo letto in questi giorni durante la messa. Il brano di oggi (Sir 48,1-14) ne ha quasi costituito la sintesi e significato la grandezza. A me piace soffermarmi su un aspetto qui appena accennato, ma che esplicita il finale della  vita del profeta. Si dice nel testo: “Appena Elia fu avvolto nel turbine, Eliseo fu pieno del suo spirito”. Consapevole che sta per “essere rapito su un carro di fuoco”, Elia dialoga con Eliseo, che sarà il suo successore. Questi gli chiede, testuale, che: “due terzi del tuo spirito diventino miei”. Ciò naturalmente avverrà, e il simbolo di questo trasferimento sarà il mantello che Elia perderà ed Eliseo prenderà su di sé, metterà sulle sue spalle. Bellissima questa immagine del mantello del profeta che passa a un suo successore, indicando un’eredità spirituale. Il mantello copre le spalle, ripara dal freddo, si impregna dell’odore del corpo. Il suo passaggio è passaggio di esperienza e di senso, di vita accumulata e capita».

Saper trasmettere la passione per la coltivazione dei campi

«Vorrei utilizzare questa immagine per voi, oggi: dopo tanti anni di lavoro, tocca infatti a voi passare il mantello ad altri, nella speranza che possano continuare il compito che avete iniziato. Nella fattispecie, si tratterebbe di saper comunicare anzitutto la preziosità del lavoro dei campi, in anni che hanno visto tanti allontanarsi dalla vita rustica. Piccoli segni di ritorno alla natura e all’agricoltura ci sono. Ne sono lieto perché ciò non può non comportare il ritorno alle leggi della natura e alle verità eterne che vi si celano, laddove la tendenza oggi dominante va verso il loro sovvertimento. Non paia superato conservatorismo: di questi tempi, forse, la vera innovazione sta nella fuga dalle intelligenze artificiali, dalla babele dei social, dalle teorie disgregatrici della società occidentale in vista del recupero delle meravigliose regole che sovrintendono ai ritmi naturali e al lavoro che nella natura si dispiega. Perché ritrovare la natura è ritrovare l’umano più autentico».

Il “Padre nostro”: richiamo alla preghiera

«Vengo al secondo pensiero. Il Vangelo ci ha proposto la preghiera del “Padre nostro” (Mt 6,7-15). Anzi, innanzitutto ci suggerisce il tema della preghiera e poi ci mostra come Gesù pregava e quindi ci offre un modello di preghiera. Impossibile non sottolineare l’importanza della preghiera, sempre. Papa Francesco, in preparazione al Giubileo del prossimo anno, ha voluto dedicare il 2024 alla preghiera, ribadendo implicitamente la centralità di questa pratica, almeno per chi crede. Scrive un autore: “Alla perplessa domanda sul motivo per cui la fede, nonostante tutti gli sforzi per vivificarla, svanisce in un numero crescente di cristiani, si può dare una risposta molto semplice, che forse non racchiude tutta la verità, ma che indica una via d’uscita: la fede svanisce quando non viene più praticata...E tale prassi è la preghiera, in tutta la pienezza del significato che questo concetto comporta nella Scrittura e nella tradizione” (G. Bunge)».

Lavoro e preghiera

«Oggi, mi piace connettere proprio vita dei campi e preghiera. Tutto ciò è ben sintetizzato in un famoso quadro del pittore Jean-François Millet (1814-1875) e intitolato “L'Angelus” (Musée d'Orsay). Un uomo ed una donna recitano “l'Angelus”, preghiera che ricorda il saluto che l'angelo rivolge a Maria durante l'Annunciazione. I due contadini hanno interrotto la raccolta delle patate e tutti i loro strumenti di lavoro, il forcone, il cesto, i sacchi e la carriola, sono raffigurati sulla tela. Millet racconta: "L'Angelus è un quadro che ho dipinto ricordando i tempi in cui lavoravamo nei campi e mia nonna, ogni volta che sentiva il rintocco della campana, ci faceva smettere per recitare l'Angelus in memoria dei poveri defunti". Un’immagine semplice, ma che ben racconta la storia delle nostre famiglie di campagna: la preghiera del mattino e della sera, magari suggerita dai rintocchi di una campana, preghiera sussurrata da chi si accinge a lavorare la terra o ha appena terminato, e dalla terra alza lo sguardo al cielo, consacrando così la propria fatica con cui chiede pane e vita al Dio della terra, del cielo, del sole e della pioggia. In quel gesto semplice, in quelle poche parole, sta una lettura religiosa delle umane cose; quella per cui, ogni giorno e in qualsiasi momento di difficoltà, possiamo credere che chi veglia sulla nostra vita, come dice Manzoni, “non turba mai la gioia de’ suoi figli, se non per prepararne loro una più certa e più grande”».

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